lunedì 25 giugno 2012

I Tupamaros

Ennesima domenica di sangue in Nigeria. Attentati contro tre Chiese Cristiane hanno causato oltre venti morti, tra cui quattro bambini. Nessuna rivendicazione, ma la modalità è la stessa usata dal gruppo islamico dei Boko Haram. Secondo alcuni testimoni oculari, gli autori dell'attacco sono stati circondati dalla folla dei fedeli e sono stati linciati.

Ci chiediamo che cosa sia, effettivamente, il terrorismo e se le sue azioni siano, in qualche caso, giustificabili.  

Un profondo conoscitore della sua realtà, come Gianni Minà, (vedi il sito  http://www.misteriditalia.it/terrorismo-internazionale/america-latina/)  ha definito l’America latina il "continente desaparecido".

A fronte delle sue potenzialità, delle sue ricchezze naturali, della sua grande cultura popolare, della vitalità dei suoi popoli il Sud America oggi non è altro che questo: un pezzo di mondo che sta lentamente scomparendo e annegando nella miseria, nella violenza, nel caos.

Altri hanno definito il terrorismo “un’arma feroce quanto efficace, violenta quanto spettacolare, criminale e al tempo stesso politica. Ma soprattutto il terrorismo è un’arma.”.

Personalmente penso che qualsiasi problema esiste all’interno di una nazione, di una comunità o di un gruppo ristretto di persone, debba essere innanzi tutto “discusso”. È solo la discussione che può risolvere i contrasti, in modo completo e duraturo. Ma per discutere dobbiamo essere propensi a rinunciare a qualcosa!

Per questo, quando ho scritto il mio primo romanzo, ho pensato ad accendere i riflettori su questa necessità. Ho preso un episodio a caso, per il solo fatto che era avvenuto in coincidenza di un forte episodio del fenomeno del Niño in quella stessa parte del mondo. L’attacco avvenuto  in Perù, ad opera dei guerriglieri “Tupamaros”  a dicembre del 1996, quando un gruppo di circa 500 personalità diplomatiche che si trovavano all’interno dell’ambasciata del Giappone, per un ricevimento ufficiale, sono state sequestrate con una azione terroristica. Eccone qualche brano:   

“L’assalto all’Ambasciata del Giappone a Lima, non era stato un scherzo da poco, di quelli che si risolvono in tre ore. Ad effettuarlo era stato un gruppo di 14 terroristi del gruppo dei Tupac Amaru, guidati da Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che si erano introdotti in Ambasciata durante la festa per il compleanno dell' imperatore giapponese. Ad un tratto, durante il banchetto, un boato squarciò il salone del ricevimento, poi l’inferno. Vennero prese in ostaggio circa 500 persone tra gli oltre 600 invitati e il personale di servizio. «Trattiamo solo con il presidente Fujimori», scandivano i terroristi, che in cambio del rilascio degli ostaggi chiedevano la liberazione di un grande numero di loro compagni allora in carcere, tra cui il leader Victor Polay, detenuto da quattro anni.

E i guerriglieri Tupamaros non erano gente che scherzava. Essi si ispiravano a Túpac Amaru, l’ultimo sovrano Inca, nato a Vilcabamba nel 1530 e morto a Cuzco, il 24 settembre 1572, nel tentativo di restaurare l’Impero Inca dopo la conquista spagnola.”

Certo, in quel momento, quel gruppo di uomini disperati erano esaltati dalle proteste della gente, sicuramente vessata da delle ingiustizie. Ma era quello il modo di risolverle? Così nel romanzo viene messa in luce un’altra verità, sicuramente scomoda ai terroristi, che si rifiutano di accettarla.

“La gente a volte parlava dei Tupamaros come dei liberatori, paragonandoli a Che Guevara. Ma era proprio così? Alcuni criticavano la politica di Fujimori ma pochi credevano che quella dei terroristi potesse essere una soluzione valida per il governo del Perù.”

E poi, i terroristi sono effettivamente convinti di ciò che fanno, o la maggior parte di loro è interessata solamente alla ricompensa ottenuta per l’azione di sommossa che hanno realizzato? Certo che, dai resoconti di quell’azione a Lima si è venuto a sapere che:  

“Le notizie che arrivavano all’esterno non erano per nulla rassicuranti, si parlava di spari all’interno dell’ambasciata, ma erano solo delle voci, forse niente o forse decine di morti e feriti. L’unica cosa che si sapeva per certo, era il fatto che era stato organizzato un torneo di calcetto tra i terroristi e gli ostaggi, la qual cosa era vista come un esempio di grande socializzazione tra i più stretti seguaci dei Tupamaros, mentre la gente comune si convinceva ancora di più che ai terroristi interessava poco la sorte del popolo, ma solo quella dei loro compagni in carcere che vo-levano liberare. Per il resto, fuori non si sapeva nulla, ed era proprio quella la paura. Manuela era disperata, se era vero che in Perù c’era povertà e fame, era pure vero che lì si combatteva con la morte.”

E alla morte per fame loro avevano aggiunto quella del terrore, o della bestialità umana. Si perché le mamme dei civili uccisi dai terroristi, non piangono i loro figli in modo diverso. Il fatto che essi siano morti per una azione di terrorismo, pur se ne condividevano i fini, certo non le consola più di tanto.

E allora? Come ho sempre detto ….. discutiamone!

Altre notizie di carattere scientifico o sociale. si possono trovare sul sito : http://www.meteoweb.eu/, nella rubrica “La meteo pillola”.


mercoledì 13 giugno 2012

Padre padrone

Il problema del “padre padrone” esiste ancora??? Era molto in voga un secolo fa, al tempo della emancipazione della donna, ma poi sembrava del tutto scomparso. Adesso invece sono i giovani a non saper decidere sui fatti più essenziali della loro vita. Il crollo della famiglia ha fatto mancare loro quella “educazione” che era ed è essenziale per affrontare i sacrifici che la vita impone e quando c’è da prendere una decisione i giovani non sanno prenderla. Ecco che allora interviene il padre, che prende una decisione! Ma è quella giusta? Oppure è quella che è convenuta a lui? Oppure è il padrigno a prenderla? E, in questo caso, è ciò che serve al giovane o il padre se ne è solamente “lavato le mani”??

Nel libro “L’Anno del Niño” si affronta tale argomento, per discuterne.

Ecco il brano in cui Manuela ha bisogno del consiglio del padre, mentre lui, con tanta ignoranza e senza neanche un po’ di diplomazia,  “se ne lava le mani”, gettando la figlia nello sconforto.



<< Ad un tratto vide sulla riva sinistra un gruppo di capanne fatte un po’ meglio delle altre, si avvicinò e in lontananza scorse la figura di Manuela. Era seduta su una panca e guardava verso il mare, ma il suo sguardo era assente, la sua mente era altrove.

Si diresse verso riva e cominciò a chiamare l’amica e fare gesti con le braccia, ma lei non si mosse, ad un tratto dalla capanna uscì il nonno, che riconobbe Isabella e le fece cenno di avvicinarsi.

Quando Beppino abbracciò Isabella, fra di loro ci fu grande commozione, piansero assieme di gioia e di dolore, affranti entrambi nel vedere lo sguardo di Manuela, che da quando si era allontanata dal padre era rimasto sempre perso nel nulla e la sua bocca non aveva più proferito alcuna parola.

In quel momento avvenne un piccolo miracolo che il nonno notò subito e lo fece gioire: sulle guance di Manuela era apparsa una lacrima. Fu quello il primo segno di esternazione di un dolore profondo, troppo a lungo cementato nel suo cuore. Questo riaccese nel nonno la speranza di una prossima guarigione di Manuela e la gioia lo fece ridere e saltare come un ragazzino, vide le due donne avvicinarsi e stringersi in un caloroso abbraccio e questo fu per lui la grazia più grande che il Signore gli avesse potuto concedere.

«Sei tornata da me,» disse Manuela alla sua amica ritrovata, «c’è ancora qualcuno con cui mi posso confidare, a parte il nonno. Aiutami Isabella, ti voglio bene, solo tu puoi aiutarmi».

Erano due mesi che Manuela non parlava, non rideva e non piangeva, mangiava solo qualcosa perché imboccata dal nonno, il suo sguardo era rimasto vuoto da quando, tornata a casa dal suo viaggio a Parigi, con lo sguardo assente e la mente vuota, con un filo di voce aveva detto alla madre quello che era successo. Avrebbe voluto una reazione dalla madre, che potesse scuoterla dallo stato di torpore in cui era caduta, avere un bambino da far nascere, da una persona che non si ama, non è cosa da poco, aveva un’amica, ma in quella stessa occasione l’aveva persa. Purtroppo la madre non aveva saputo darle una parola di conforto, la sua educazione familiare era di quelle in cui era sempre l’uomo a decidere tutto. «Vai da tuo padre,» le aveva detto, «vedi cosa ti dice lui». Ma con il padre era andata peggio, forse non aveva capito la gravità della depressione in cui era caduta la figlia, alla quale dette solo l’impressione di averlo disturbato cercando di coinvolgerlo nel dovere affrontare un problema, nel quale non voleva assolutamente essere coinvolto.

Manuela aveva assolutamente bisogno di una parola di conforto, ma in mancanza avrebbe sicuramente preferito una reazione anche violenta, uno sfogo brutale da “padre padrone”, ma l’indifferenza no! Si sentiva rifiutata come figlia, abbandonata con il suo carico di responsabilità e dolore e sola, completamente sola ad affrontare la vita e i suoi problemi.

Da allora Manuela non aveva più parlato, neanche con Antoine, l’unico che era venuto a trovarli, poichè il nonno aveva telefonato a quel numero che la nipote custodiva gelosamente nell’agenda. Anche lui aveva affrontato un viaggio avventuroso per trovarli, oltre il volo da Parigi a Quito, seguendo le istruzioni che gli aveva fornito il nonno, era arrivato in macchina fino ad Esmeraldas e da li, non riuscendo a trovare altro modo per raggiungere la costa, aveva noleggiato un elicottero e si era fatto portare nella zona delle “capanne degli indigeni”, fino a trovare il vecchio bianco che parlava spagnolo.

Era sceso dall’elicottero con una scaletta a corda, così i due vecchi avevano parlato un po’ ed assieme erano andati da Manuela, lei lo riconobbe e pianse molto, ma non riuscì a dire una parola a quel brav’uomo che pure cercava di consolarla. Così Antoine dovette andar via, l’elicotterista che era rimasto in volo sopra l’isola fece cenno che non poteva aspettare più a lungo. Dette al nonno un bel po’ di soldi, che da allora lui tenne ben nascosti nella capanna, forse un giorno, tra la gente che ne conosce il valore, sarebbero potuti ritornare utili, ma in quella capanna non servivano a nulla, loro vivevano del pesce che pescava il nonno con la sua barca e non avevano bisogno d’altro.

>> 

Questi fatti accadono solo dove la popolazione è più arretrata o accadono anche in Italia. Esprimete il vostro parete tramite un commento.

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mercoledì 6 giugno 2012

Le medicine alternative

Al giorno d’oggi molte persone, soprattutto tra i giovani, hanno poca fiducia nella medicina tradizionale. Quando ci sentiamo male ecco allora che molti si rivolgono alle “medicine alternative”. Ma cosa sono? Possiamo fidarci di esse? E vero che: “se non curano la malattia, almeno non fanno male, come i medicinali tradizionali”?



Il sito wikipedia le boccia in toto: “Con il termine medicina alternativa si fa riferimento a un variegato e non omogeneo sistema di pratiche[1] per le quali non esiste prova dell'efficacia[2] o che se sono state sottoposte a verifica sperimentale ne è stata ravvisata la inefficacia (o, per talune di esse, anche la pericolosità)[2]. Per tali motivi non vengono ricomprese nell'alveo della medicina scientifica.” ( Da <http://it.wikipedia.org/wiki/Medicina_alternativa>  del 6/6/2012).

Il discorso quindi è interessante, soprattutto perché tocca la nostra salute.

Nel romanzo “Deserto Verde”, di Alfio Giuffrida, ad un certo punto compare la figura di uno sciamano!  È uno dei personaggi principali del libro. Buin, questo il nome del veggente, è nato” in Siberia, a Ulan Ude, nei pressi del lago Baikal, da una nobile famiglia di Buriati. Da bambino venivo condotto dai parenti della mia etnia alle sedute sciamaniche che si svolgevano in molti villaggi della Buriazia. Fin da giovane cominciai a dare dimostrazione dei miei poteri sul rito sciamanico, chiamando e accogliendo in me gli spiriti degli antenati. Affinai anche l’uso delle armi, con il fucile riuscivo a colpire il centro del bersaglio cento volte su cento.” (è un brano tratto dal libro).  

Secondo lo sciamanesimo esistono quindi delle persone dotate di poteri soprannaturali che gli permettono di curare le persone affette da alcuni mali che, per la medicina moderna ed ufficiale, sono incurabili.

Nel romanzo egli si trova costretto a curare una ragazza ormai spacciata perché è stata morsa da un ragno velenoso. Lui ha l’antitodo adatto a quel veleno, lo spalma sulla pelle dove la ragazza è stata morsa e inizia la sua danza rituale, quella che estrarrà il morbo attraverso la pelle. Ma non accade nulla. Buin aumenta la dose del suo unguento e riprende con più forza la sua danza liberatoria, ha usato  una quantità tale che sarebbe in grado di scacciare il male da qualsiasi persona, ma vede che ancora non è sufficiente, su quella donna il suo rito  non ha effetto. Alla fine una luce lo illumina, quella ragazza non reagisce al rito satanico classico perché …. è anche lei una sciamana!  È sua figlia, che lui non sapeva di avere avuto, perché concepita in una notte in cui una donna straniera che stava fuggendo, si era rifugiata da lui.

Ma al di là del racconto, gli sciamani esistono davvero oppure è solo una leggenda?

In effetti, uno dei motivi per cui ho inserito quel brano nel libro “Deserto Verde”, è perché volevo accendere una discussione sulle medicine alternative: dalla omeopatia all’agopuntura, dalla chiropratica all’ipnosi. Poi i miei sforzi si concentrarono sul sufismo (anche questa pratica è un campo nuovo, tutto da scoprire) e lo sciamanesimo. Lo scopo che ho voluto dare ai miei libri è quello di destare la curiosità, mia e dei miei lettori, sulle cose di cui abbiamo poca conoscenza o, addirittura , non sappiamo nulla. Eppure esistono e, adesso che tramite internet possiamo conoscere ciò accade, o è accaduto,  in tutte le parti del mondo, è interessante parlarne, per saperne almeno qualcosa! Invito quindi i lettori che ne sanno più di me (medici o praticanti delle medicine alternative, o chiunque altro è in grado di dare notizie documentate) di fare i propri commenti su questo blog.

Quando ho scritto il libro, io ho consultato il sito: <  http://www.mednat.org/sciamani.htm > , dove  ho letto che lo sciamano è: “Uomo di medicina e di religione, figura rinvenibile originariamente presso le culture dei cacciatori-raccoglitori scarsamente strutturate, tecnologicamente poco evolute e omogenee.”.  E inoltre: “Lo sciamano, generalmente di sesso maschile, è essenzialmente un medium, ..”.

Sul sito: < http://it.wikipedia.org/wiki/Leggende_sugli_sciamani_siberiani >  ho trovato una leggenda attorno a questi personaggi, quella dello “Sciamano Syngaaga-Suoch “:  La leggenda narra che venne chiamato in questo modo, ossia "lo sciamano senza mascelle" perché venne catturato per ben tre volte e fatto a pezzetti da un malintenzionato e miracolosamente lo sciamano risuscitò ma al posto delle sue mascelle bruciate gli furono inserite quelle di un vitello. Questo sciamano visse a lungo ed in punto di morte chiese di essere portato alle foci del fiume Botoma (affluente del Lena) dove morì. Ancora oggi, secondo la leggenda, gli abitanti di Botoma cercano di non incitare le mucche a muggire per timore che lo spirito dello sciamano risponda. Secondo la bibliografia data da Wikipedia, questa leggenda si trova su: "Leggende sugli sciamani siberiani", di Luciana Vagge Saccorotti, Fabbri Editori Rcs, Milano, 2001, pag.129-134.

Un’altra storia interessante, raccontata sullo stesso libro della Saccorotti, è quella dello sciamano “Bjukes-Jullejeen”: La leggenda narra che durante un terribile temporale il protagonista, che fino ad allora aveva avuto una vita normale, venne colpito da un fulmine e ridotto in briciole. Sembrava morto, ma invece dopo poco tempo si mostrò a suo dire risorto ed in bella forma grazie al dio del tuono e del fulmine Sjujule-Chaan che ha dissezionato il suo corpo e lo ha fatto rinascere sciamano. Bjukes-Jullejeen aveva un fratello anche lui sciamano ed era figlio di un altro leggendario sciamano.

Nel frattempo che la composizione del mio libro andava avanti, trovavo entusiasmo a leggere storie tanto strane, per cui avevo voglia di farne partecipi i miei lettori ma, al tempo stesso, mi rendevo conto che quella in cui mi stavo inoltrando non era la mia materia, per cui cercavo notizie certe, rivolgendomi a persone che avessero compiuto degli studi su questa materia. Navigando in rete ho trovato il seguente sito: < http://www.sciamanesimo.com/homepage.html >, cui corrisponde l’indirizzo e-mail: < info@sciamanesimo.com >, al quale ho scritto per saperne di più, ma dal quale non ho avuto risposta. E allora ??? Ho completato il libro con le informazioni che avevo e quel po’ di bibliografia che ho riportato. Ne è venuta fuori una storia interessante. Il libro “Deserto Verde” edizioni Aracne è in libreria, anche se si trova più facilmente in rete. Vi fornisco due link dove si trova a prezzi scontati:



Se sapete qualcosa di più vi prego di farmelo sapere.

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lunedì 4 giugno 2012

L’energia di un temporale

Per dare un esempio della quantità di energia che genera un fenomeno meteorologico,  Francesco prese in considerazione un fenomeno ricorrente che si verifica molto spesso alle nostre latitudini temperate: un temporale sulla Pianura Padana, di quelli che nel mese di agosto avvengono quasi quotidianamente.

«La pioggia cade da un’altezza media di almeno 4.000 metri», continuò Francesco, «ed è facile capire che portare una tonnellata di acqua dal livello del mare a tale altezza richiede una notevole quantità di energia. Se calcoliamo la quantità di acqua che cade al suolo durante un temporale di media intensità, possiamo renderci conto dell’energia che entra in gioco in un evento che accade molto frequentemente».  Anche lui aveva preparato un file in “power point”, in esso aveva scritto alcuni dati climatici, contornati da alcune foto del Centro Meteorologico di Pratica di Mare.
«Dai dati meteorologici d’archivio, che si possono consultare accedendo al sito del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, vediamo che durante un temporale, neanche molto intenso, della durata di circa un’ora, possono cadere tranquillamente 20 millimetri di pioggia. Consideriamo che un temporale sulla Pianura Padana può interessare con molta facilità un’area grande quanto la città di Milano, diciamo almeno otto chilometri di raggio.


Con un semplice calcolo matematico, possiamo vedere che un millimetro di pioggia distribuito su una superficie di un metro quadrato, corrisponde ad un litro di acqua, su un chilometro quadrato corrisponde a un milione di litri d’acqua, ovvero 1.000 metri cubi.

Una superficie circolare di 8 km di raggio corrisponde ad un’area di 200,960 chilometri quadrati. Moltiplicando questo valore (200,960 kmq) per 1.000 (metri cubi), per 20 (20 millimetri di pioggia anzicchè 1 mm), otteniamo la cifra di 4.019.200 metri cubi di acqua, caduta nell’area di Milano, nel corso di un temporale, che dura circa un’ora.

Per dare un’idea di questa quantità, considerando che un’autocisterna può pesare al massimo 45 tonnellate e quindi trasportare circa 30 metri cubi di acqua, occorrono ben 133.973 autocisterne per trasportarle. Considerando infine che un’autocisterna è lunga circa 12 metri, se esse venissero messe in fila in un’autostrada, una dietro l’altra, formerebbero una coda lunga 1.608 chilometri, oltre la distanza tra Milano e Reggio Calabria.

Possiamo renderci conto dell’energia di un temporale, considerando questa enorme quantità di acqua e supponendo che l’energia sia stata impiegata solamente a trasportare l’acqua dal suolo fino ad una quota media di 4.000 metri».



È un brano del libro di Alfio GIUFFRIDA, "L'anno del Niño ", Editore: Aracne. Si può acquistare in libreria, oppure on line, sul sito della casa editrice: http://www.aracneeditrice.com.

sabato 26 maggio 2012

Brano dal libro "Deserto Verde" di Alfio Giuffrida - La storia dei Re Magi

Mario pensava che nessuno sapesse di quel prestito, per cui, a quella rivelazione, si preoccupò molto e a poco sarebbero valse le parole con cui lo scrittore Leonardo Sciascia, nel suo libro “Il giorno della Civetta”, aveva criticato coloro che si fanno mettere paura dalle minacce dei prepotenti, classificando le persone in cinque categorie: «gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…».

Non gli importava nulla se lui sarebbe stato classificato nell’ultima categoria indicata da Sciascia, se gli amici lo avrebbero poi deriso al suo ritorno in Sicilia.

«Dottò, io ho famiglia», disse Mario con trepidazione, «io me ne frego dei soldi o delle beffe che potranno farmi al paese. Se io non porto da mangiare a casa, mia moglie e i miei figli moriranno di fame.

Ma ditemi, perché ha tirato fuori la storia dei Re Magi? c’è sotto qualche altro tranello? Vi prego, raccontatemi il fatto della strage degli innocenti, voi che tutte queste cose le sapete.» continuò Mario temendo che potessero esserci altri pericoli per la sua vita e al tempo stesso incuriosito per le rivelazioni che gli aveva fatto quell’uomo senz’altro molto più istruito di lui.



«Stai tranquillo», lo rassicurò Alberto, «la storia dei Re Magi non ha nessun tranello sotto. Racconta solo il fatto che la nascita di Gesù fu legata ad un evento astronomico eccezionale.

Penso che la persona che ha usato questo accostamento lo abbia fatto solamente per impaurirti con la strage degli innocenti e dirti che puoi scegliere tra l’incenso, che può essere preso come simbolo di benedizione e la mirra, che al tempo di Cristo veniva usata per imbalsamare i cadaveri e quindi può essere vista come un simbolo di morte.»

«Una volta ho assistito ad una conferenza sulla nascita di Gesù,» continuò Alberto, notando che quell’uomo era ancora terrorizzato per le minacce che aveva ricevuto e attendeva il resto della storia perché le sue parole lo calmavano, «che aveva per argomento principale la “Stella Cometa”.

Quello fu il nome dato a quella strana figura, simile ad una stella allungata, che il pittore Giotto raffigurò per la prima volta nel 1303 in un complesso di affreschi dedicato alla “Adorazione dei Magi”, che si trova a Padova, nella Cappella degli Scrovegni.

Da allora la Stella Cometa fu presa come simbolo dell’annuncio di quell’eccezionale avvenimento, cioè la Nascita di Gesù, segno dato ai Re Magi per suggerire loro la direzione giusta per andare ad adorarlo.

In effetti il Vangelo parlava solo di una “Stella di Betlemme”, e ciò è scientificamente corretto in quanto già da qualche millennio prima della nascita di Cristo, gli astronomi sapevano bene la differenza tra una Stella e una Cometa, che sono due cose totalmente diverse.

Per cui l’associazione “Stella Cometa” fatta dal popolo e riferita al dipinto di Giotto è solo una termine emotivo, ma non un evento realmente possibile.

Con questo ragionamento, il conferenziere mise in dubbio la credenza che i Re Magi fossero stati guidati dalla Stella Cometa, ciò gli serviva per mettere in discussione anche il giorno della nascita di Gesù, che la maggior parte della popolazione pensa che corrisponda al 25 dicembre dell’anno zero del nostro calendario, mentre in effetti non è così.»



Mario lo guardava come un profeta «Mi racconti questa storia, Dottò», disse interessato, «che mi fa piacere sentire come siano andate realmente le cose che a noi poveretti vengono raccontate secondo la tradizione e di questa ci dobbiamo accontentare, mentre Voi Signori che avete studiato, conoscete la verità storica e non le storielle propinate a noi più ignoranti che sanno tanto di presa in giro.

Tanto, riguardo ciò che dovrò fare nei prossimi giorni, penso di avere già preso la mia decisione.».  

«Non si tratta di prendere in giro.» continuò Alberto un po’ risentito, «A volte non si ha la possibilità o l’interesse di studiare a fondo come siano andati realmente i fatti storici avvenuti molti secoli fa, per cui ci affidiamo alle leggende che spiegano bene le cose sicuramente vere, mentre su quelle per le quali si hanno dei dubbi, amplificano a dismisura le gesta dei personaggi che ci interessano.



In effetti i Re Magi erano probabilmente dei Sacerdoti del Profeta Zarathuštra. Essi sapevano che, secondo una profezia dell’Antico Testamento, doveva nascere un Re che avrebbe riunito tutte le popolazioni dei Giudei, a quel tempo sparse in tutto l’Oriente.

Inoltre quella nascita era legata ad un evento astronomico eccezionale, quale la congiunzione delle orbite dei pianeti Giove e Saturno, evento che sarebbe stato visibile nelle sua pienezza solo in una regione limitata della Terra allora conosciuta, attorno al Mar Morto.

I sacerdoti erano degli illustri astronomi ed essendo dei fidi consiglieri del Re, venivano spesso chiamati loro stessi con l’appellativo di Sovrano.

Quando si resero conto, secondo i loro calcoli, che la data della congiunzione delle orbite di Giove e Saturno era ormai vicina, furono inviati dal loro Re in Palestina per verificare se in quella regione si potesse effettivamente vedere quell’evento astronomico eccezionale e se, come era scritto nella profezia, fosse nato un bambino che avesse avuto le caratteristiche richieste per diventare il Re che loro aspettavano.     

Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, al loro arrivo a Gerusalemme, per prima cosa fecero visita a Erode, il Re della Giudea romana, per sapere se in quella regione era già nato un bambino, discendente diretto dalla stirpe di Davide, che potesse soddisfare alle caratteristiche descritte nel Vecchio Testamento.



Erode, che non conosceva la profezia, rimase turbato da quella storia che loro raccontarono e chiese ai suoi Scribi quale fosse il luogo ove il Messia doveva nascere. Saputo che si trattava di Betlemme, inviò i Magi in quel luogo, con la scusa di trovare il bambino, raccomandando loro di ritornare da lui e riferire i dettagli del luogo dove lo avevano trovato.

In effetti Erode temeva che la profezia fosse vera, per cui voleva solamente avere quel bambino tra le sue mani per ucciderlo, prima che diventasse adulto e potesse contendergli il posto di Re.

Ma i Re Magi furono avvertiti in un sogno di non ritornare da Erode, per cui egli si infuriò e ordinò quella che è passata alla storia come la “Strage degli innocenti”, che consisteva nell’ordine dato alle sue guardie di uccidere tutti i bambini di età inferiore a due anni, nati in tutta la Palestina.»



Mario ascoltava incredulo ed estasiato quel discorso, per un momento riuscì ad estraniarsi da tutti i suoi gravi problemi concentrandosi su un ragionamento che ribaltava tutte quelle verità che da bambino aveva creduto per fede, ma non si era mai posto il problema di sottoporle ad una verifica.

«E quando sono avvenuti tutti questi fatti?», chiese Mario con interesse, avendo ormai compreso che il ritrovamento delle monete era da interpretare come lo aveva descritto Alberto.



«In effetti la data della nascita di Gesù», continuò Alberto, « fu fissata dal monaco e storico Dionigi il Piccolo, vissuto dal 500 al 545 dopo Cristo, per servire come giorno iniziale dell'era cristiana e da allora non è stata mai modificata anche se sembra ormai dimostrato che sia errata per vari motivi.

Un primo errore, dovuto ad una inesatta informazione sul numero degli anni in cui regnò l’Imperatore romano Augusto, introdusse uno scarto di circa 4 anni, per cui si pensò che la nascita fosse avvenuta nel 4 a.C., cioè prima della morte di Erode I il Grande.

Brano dal libro "Deserto Verde" di Alfio Giuffrida - la cena Berbera

La sera, per andare a cena, tornarono a Nefta. Scelsero un locale di periferia dove, a orario di pranzo, avevano notato una gran folla e quindi pensavano che la cucina dovesse essere buona.

Arrivarono tardi, videro che la grande sala era buia e pensarono che l’ora di cena fosse ormai passata. Stavano per andar via, ma dal brusio si accorsero che il locale era pieno di gente, in effetti mancava solamente la luce per un guasto. Entrarono e cercarono di dare una mano per risolvere il problema.

Fu Alberto che individuò il fusibile bruciato, lo cambiò e la luce tornò a funzionare illuminando una folla elegante e tumultuosa, costituita da un gruppo di Berberi che stavano festeggiando uno di loro che si sarebbe dovuto sposare il giorno dopo. Grati ai quattro italiani per aver risolto il problema della luce e forti del loro grandissimo senso dell’ospitalità, li invitarono ad unirsi a loro nel festeggiamento.



La festa durò tutta la notte, era l'addio al celibato in stile berbero, una cerimonia molto vivace e coreografica, dove lo sposo era l'unico a stare fermo e impassibile, forse perché doveva fare proprio così oppure perché era solo molto emozionato. Gli altri avevano tutti una grande agitazione. Molte donne si avvicinavano allo sposo e sul suo corpo dipingevano piccoli e strani tatuaggi.

I nostri guardavano con stupore, ma le donne dissero che era un rituale che avrebbe portato fortuna e prosperità a tutti coloro che vi avessero partecipato.

Una donna si avvicinò a Giulia con il pennellino in mano, con l’intenzione di farle qualche piccolo tatuaggio ma lei, colta di sorpresa, le spostò il braccio di scatto, facendole rovesciare la pasta colorante, contenuta in un piattino, sul seno coperto da un velo traforato.

La berbera, profondamente offesa, urlò parole che i nostri amici non capirono, ma sicuramente erano delle imprecazioni, poi si rifugiò in un angolo, spostò il velo e quando vide che il seno le era rimasto macchiato, urlò di nuovo, chiamando il suo uomo a vendicarla.



Un uomo nerboruto prese Marco per il colletto della camicia e lo colpì con uno sputo in faccia, lui cercò di parlare, ma nella mano del suo rivale era già comparso un coltello. Evidentemente l’offesa era stata grave. Giulia si mise a gridare e subito gli altri commensali si prodigarono per divedere i due contendenti.

In tre tiravano il berbero dalle spalle, ma lui teneva Marco per un polso e non lo mollava, rendendo vani i tentativi di Carlo di sottrarlo alla presa. Alberto riuscì ad afferrare la mano del berbero per togliergli il pugnale, ma quello, con una mossa fulminea, lo ferì al polso.

La vista del sangue fece intervenire il più anziano del gruppo, che fino ad allora era stato a consolare la donna col seno macchiato.

Urlò a gran voce il nome del nerboruto e questo si fermò, fissando il vecchio con disappunto ma con rispetto. Poi piantò il coltello sul tavolo con tale violenza che la lama trapassò il legno da parte a parte.   

L’anziano berbero chiamò Carlo, perché aveva visto che parlava un po’ la loro lingua e gli spiegò che il tatuaggio per loro era un rituale scaramantico e il rifiuto a farsi tatuare era una grave offesa per la loro comunità e un gesto di iattura per il futuro sposo. Inoltre la donna aveva il vestito irrimediabilmente macchiato ed il seno le sarebbe rimasto sporco per qualche settimana.



Carlo cercò le parole più convincenti per scusarsi e allo stesso tempo far valere le sue ragioni. Spiegò che: «La ragazza italiana è stata presa alla sprovvista ed ha scostato il braccio della donna solo per non farsi tatuare in un posto a caso. Non intendeva affatto colpirla o macchiarla. In Italia i tatuaggi si fanno solo per bellezza e non hanno un significato scaramantico. Sicuramente la ragazza non voleva decidere così su due piedi per un segno che le sarebbe rimasto per tutta la vita».



Ma il vecchio lo interruppe dicendo che il tatuaggio era fatto con hennè e quindi la sua durata era solo di qualche settimana. Poi accennò un sorriso, forse aveva capito l’errore che aveva scatenato quel putiferio, l’italiana aveva scambiato il loro intruglio per qualcosa di permanente.

Carlo, che da buon politico era in grado di capire in un attimo quando una situazione si aggravava e quando invece si ammorbidiva, si mostrò sorpreso per quella notizia ed affermò che in Italia l’hennè aveva un altro colore.

A quelle parole il vecchio capì il malinteso, chiamò subito l’energumeno e la sua donna, spiegò l’errore di entrambi, quindi fece un cenno di scusa verso il gruppo di italiani. Carlo fece altrettanto, subito dopo fece notare al vecchio che Alberto era ferito e serviva un disinfettante per il suo braccio. Il vecchio fece cenno al giovane di seguirlo in un’altra stanza e Giulia, che per tutto il tempo era rimasta con gli occhi fissi su quella ferita, volle seguirlo.



Il berbero chiese al proprietario del locale un disinfettante, Giulia nel frattempo lavò la ferita con un fazzoletto bagnato d’acqua. Dopo un po’, quando il proprietario portò una boccettina di alcool e dei cerotti, medicò la ferita.

In tutto quel tempo lei guardò solo il braccio sporco di sangue, non alzò mai lo sguardo verso gli occhi di Alberto, si rendeva conto che, per curare un estraneo, aveva trascurato Marco, anche lui bisognoso di essere lavato da quello sputo in faccia. Ma la sua scelta era stata spontanea, non vi aveva ragionato sopra e adesso si sentiva un po’ in imbarazzo ad esser sola con quell’uomo che conosceva appena, mentre il suo fidanzato era nell’altra stanza.



Quando tornarono nel salone, videro che il trambusto era ormai dimenticato e la festa era ricominciata. Carlo, forse per dare un segno di amicizia e di augurio verso lo sposo, si era già fatto tatuare un piccolo drago sul polso.

Marco stava con il braccio steso sul tavolo e dava segni di spavalderia, forse per dissimulare la paura che ancora non gli era passata, mentre la donna con il seno macchiato gli stava tatuando un lungo pitone che gli avrebbe coperto tutto l’avambraccio.

Alberto ringraziò Giulia per la medicazione e per essergli stata vicina. Tuttavia, per placare ancora di più gli animi, ritennero che fosse conveniente farsi fare un tatuaggio anche loro.



Si misero a guardare il foglio con tutti i possibili tatuaggi, che la donna aveva lasciato sul tavolo, proprio a fianco al coltello ancora saldamente conficcato nel legno.

Il meteorologo scelse una piccola tartarughina e la mostrò alla ragazza che era rimasta al suo fianco. Giulia si sentiva turbata, alzò lo sguardo fino ad incontrare quello di Alberto e subito lo riabbassò.

Era ancora impaurita per la rissa che aveva involontariamente scatenato e dispiaciuta per la ferita che lui si era procurato per difendere lei e Marco. Accennò poi un timido sorriso e disse, con un filo di voce, che anche lei si sarebbe fatta tatuare la stessa tartarughina. 

Era notte fonda quando andarono a letto, Marco era taciturno, avrebbe voluto gridare a Giulia la sua gelosia, ma non disse nulla, aveva la testa troppo confusa per ragionare. Gli avvenimenti della sera lo avevano stravolto, la sua mente era offuscata e il suo corpo esausto.

sabato 19 maggio 2012

Alfio GIUFFRIDA: L'anno del Niño - Brani scelti

Il tempo passava e le trattative per il rilascio degli ostaggi languivano. Manuela non mollava, era sempre li, tra la sua stanza d’albergo e l’ambasciata, sempre in attesa di una notizia di speranza. Isabella ed Alberto tornarono più volte a trovarla, Manuela gradiva molto le loro visite, le portavano notizie della sua famiglia e qualche soldo, anche se lei era interessata solo ad una cosa, la metà della sua vita era dentro quel maledetto edificio, da cui non trapelava nulla.

Eravamo ormai ad aprile, Manuela era veramente ridotta male, sia in salute che nello spirito, un esaurimento da far paura. Isabella era costretta a rientrare a Quito per il suo lavoro mentre Alberto aveva ancora qualche giorno libero, così Isabella in uno slancio di sincera amicizia verso l’amica, lo pregò, lo supplicò di restare ancora qualche giorno con lei, perché in quel momento Manuela ne aveva proprio bisogno. Così Alberto fece una telefonata per dire che lui restava qualche giorno in più, e così fece. Alberto dovette usare tutte le sue dolcezze per portarla ai giardini pubblici, farla sedere su una panchina e farla sfogare. Farle tirar fuori tutta la sua rabbia verso quei banditi di cui parlavan tutti, chi per condannarli come assassini, chi per inneggiarli come eroi. Eppure tutti, sommessamente, capivano che il sangue e la violenza erano sicuramente il peggiore dei mali. Ma nessuno osava dirlo a voce alta, l’orgoglio di vincere, di far prevalere la propria idea anche a costo della vita degli altri, prevaleva sempre sul buon senso e sulla ragione.

Ma anche ai giardini Manuela non riusciva a rilassarsi, era agitata, tesa. Alberto dovette riportarla in quella casa che lei aveva preso in affitto per stare vicina a Michel, le preparò una camomilla, nella speranza che si calmasse. E a casa Manuela cominciò a piangere, senza più forza in corpo, appoggiando il suo volto sulla spalla di Alberto. Lui l’accarezzava, per farle capire che aveva ragione, per dirle, senza parole, che lui condivideva il suo sfogo, ma anche lui era impotente di fronte alla violenza. Ad un certo momento lo sconforto aveva sopraffatto le loro forze, si guardarono negli occhi e piansero assieme. Il dramma era ormai così forte che anche lui ne era stato tirato dentro, lo sentiva come suo. Le carezze che faceva sul capo di Manuela erano vere, di dolcezza e compassione. Qualche volta Alberto aveva anche sfiorato con le labbra i capelli di Manuela, in modo impercettibile, senza che lui se ne accorgesse. Ma quel gesto non era passato inosservato a chi ne aveva estremo bisogno. Finalmente Manuela si addormentò, erano giorni che non riusciva a prendere sonno. Alberto la prese in braccio e la mise a letto con tutti i vestiti, le rimboccò le coperte e le dette il bacio della buona notte, anche se ancora c’era il sole.



Il giorno  seguente Alberto tornò a trovare Manuela a casa, con un pensiero in mente ed una volontà più che risoluta ad attuarlo. Per dirle che partiva per tornare da Isabella, voleva evitare che fra loro si ripetessero episodi di tenerezza come quella che c’era stata tra loro il giorno prima.

Anche Manuela era rimasta agitata dalle effusioni che aveva ricevuto il giorno prima, si sforzò di ascoltarlo, sapeva bene che era giusto salutarsi e non andare oltre, così si spinse avanti per baciare Alberto, per salutarlo, come aveva fatto molte altre volte.

Alberto si scostò un poco per non baciarla sulla guancia, ritenendo troppo compromettente anche quel gesto, alzò la testa e la baciò sui capelli in modo quasi paternale, facendole al tempo stesso una carezza. Ma in quel momento, quando Manuela sentì le labbra di Alberto sui suoi capelli, alzò la testa e lo baciò. Dapprima le sue labbra sfiorarono la sua pelle senza toccarla, in modo quasi impercettibile, poi le due labbra si affondarono sempre più in quelle dell’uomo, andavano da sole, senza essere guidate dal cervello, con ansia e sentimento. Lo baciò sul collo, sulla fronte sulle guance, infine l’ardore prese il sopravvento, un ardore di fuoco, che non era amore, ma rabbia, riconoscenza, sfogo. Forse era proprio amore per Michel, ma intanto le sue labbra baciavano Alberto, i due corpi erano ormai un’unica cosa.



Anche Alberto sentì qualcosa di caldo dentro di se, come se un fantasma si fosse risvegliato e lo obbligasse a fare qualcosa che egli non avrebbe voluto, così egli cercava di indagare nei suoi sentimenti, se era lecito che lui si comportasse a quel modo.

Ma la risposta non arrivava, la sua mente non riusciva a concentrarsi per ragionare, il suo cervello non era collegato alle sue labbra, andavano da sole ed erano calde e bagnate, come quelle di Manuela, le sue mani accarezzavano il corpo della ragazza e lei stringeva il suo.

Stettero così pochi minuti o forse un’ora, per loro il tempo si era fermato. Nessuno ha mai saputo quanto Alberto e Manuela restarono a far l’amore in quella casa. Era già pomeriggio quando Alberto uscì di nuovo, con la valigia in mano per avviarsi veramente alla stazione.

A Cotacachi Alberto andò subito da Isabella, l’abbracciò con forza e tenerezza, le voleva bene, veramente bene, anche se Isabella notò qualcosa di diverso in quell’abbraccio, in quei baci timidi e insicuri, ma non disse nulla. Chiese ad Alberto come stava Manuela, se si era calmata un po’, se aveva cominciato ad accettare la situazione. E Alberto la rassicurò, Manuela era ancora disperata per Michel, ma adesso aveva ripreso contatto con la vita, aveva ripreso a ragionare. Non aggiunse altro, Isabella notò che Alberto era diventato stranamente taciturno. 

Appena ritornato in ufficio per riprendere il suo lavoro, Alberto si immerse subito nello studio del fenomeno del Niño. Studiava giorno e notte, non pensava ad altro. Forse voleva non pensare ad altro, Isabella capiva e cercava di assecondare questa sua decisione, sperava che il lavoro lo aiutasse a dimenticare qualcosa che era avvenuto in quei giorni a Lima e che lei non aveva mai osato chiedere.

Alberto aveva cominciato a scrivere un articolo sul Niño, ad ogni dubbio andava dal nonno di Manuela, per parlare del Niño, per unire la teoria all’esperienza pratica. 

Ma il pensiero di Manuela non gli dava pace, così un giorno di metà aprile, disse a Isabella che doveva andare ad una riunione di lavoro di un paio di giorni a Guayaquil, ma in effetti prese il treno per andare a Lima.

Si, Alberto era proprio intenzionato a chiarire la sua debolezza con Manuela, a troncare ogni relazione che potesse dar luogo ad equivoci, i suoi propositi erano sinceri. La sua mente era convinta, amava Isabella e l’errore commesso con Manuela era da dimenticare, un gesto di tenerezza finito oltre le loro intenzioni. Il suo cuore batteva forte, ma lui era fermo nella sua decisione.

Appena Manuela lo vide, capì subito il motivo per cui è venuto, e lo precedette nelle parole. Gli disse che il loro era stato un errore passeggero, che non aveva lasciato traccia nel suo cuore. Che i suoi pensieri erano tutti dedicati a Michel ed alla sua salute all’interno dell’ambasciata.

E cominciò a raccontargli di aver fatto amicizia con Roberto un ragazzo che sapeva tutto dei Tupamaros, il quale le aveva spiegato il perché di quella azione terroristica, che il loro intento era di aiutare la popolazione, soprattutto i più deboli, le minoranze indios. Le aveva assicurato che dalle ultime voci che circolavano a Lima in quei giorni, la gente era con i Tupamaros, che ormai era questione di pochi giorni e la situazione si sarebbe sbloccata.

«Naturalmente questa amicizia che ti ho confessato è e deve restare un segreto tra me e te», le disse Manuela guardandolo negli occhi. Ma in quello sguardo c’era più che una semplice complicità, ormai tra Manuela ed Alberto c’era qualcosa di più. Evidentemente, negli ultimi giorni, anche Manuela aveva pensato a lui, in modo più intimo che come per un semplice amico. Il suo ragionamento era tuttavia sincero, la sua mente pensava a Michel come un marito ed Alberto come un amico. E così si incamminarono verso la stazione, con l’intenzione di salutarsi e non rivedersi più, era il 22 aprile del 1997.

Ma proprio li, a pochi passi da quel treno che li avrebbe divisi, un saluto con un bacio era la cosa più naturale di questo mondo, un gesto ormai di sincero affetto e non di amore. Tuttavia quel bacio di saluto fu un incanto, stavano mettendo fine ad un amore durato solo qualche ora, il battito del cuore saliva impetuosamente. Le labbra dell’uno si appoggiarono alle guance dell’altra e viceversa, le menti erano piene di pensieri, di ricordi e di ragionamenti. L’abbraccio era forte e certo non si accorgevano che per strada stava succedendo qualcosa.



Che la gente correva ed urlava qualcosa che riguardava l’ambasciata. Dicevano che i militari peruviani avevano effettuato un blitz ed ucciso i Tupamaros, mentre gli ostaggi erano liberi. Molti era già fuori e correvano verso casa.

Così era Michel, che per raggiungere al più presto Manuela, abbracciarla e farle sapere che stava bene, aveva rubato la prima moto che gli era capitata a tiro e correva verso la casa dove ella abitava, passando davanti alla stazione.

Ma ad un tratto gli occhi di Michel videro una cosa che certo non potevano prevedere, due persone abbracciate che certo non si aspettava e di sicuro non avrebbe mai voluto vedere. Un errore fatale, ma per lui la scena era chiara, ai suoi occhi non lasciava spazio ad equivoci, un bacio che voleva dire tutto. E così la sua mente si staccò dal suo corpo. Le sue mani andarono da sole sul suo volto, come a coprirsi gli occhi per non vedere quella mostruosità e la moto andò dritta contro il muro. Fu uno schianto terribile, che fece girare tutte le persone lì intorno, compresi Manuela ed Alberto, che si staccarono da quel nuovo attimo di evasione e ritornarono nella realtà e, prima ancora di vedere un incidente stradale, ebbero una istantanea visione di cosa era successo. Intuirono tutto prima di vedere. Il sangue si gelò nelle loro vene.