venerdì 23 dicembre 2016

Buon Natale


Alfio Giuffrida - Buon Natale con  http://www.alfiogiuffrida.com/



Carissimi, il Natale è sempre un momento magico per riunire le famiglie e fare festa insieme.

Il freddo è intenso ma l’allegria porta calore ed io auguro a tutti voi di trascorrere, con allegria e affetto, un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo.

Alfio Giuffrida.

giovedì 22 dicembre 2016

Alfio Giuffrida - Odore di sujo - Cap. 1 – vecchia versione


 “Odore di sujo” è il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida. 

È un romanzo, ma è anche un atto di accusa verso tutta la classe politica.

Il sujo, infatti, è la puzza più profonda, che non si sente col naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati agli elettori come benefattori e poi li hanno traditi sporcandosi le mani nel peggiore dei modi.

Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente su questo sito, dove già sono attive molte discussioni.

In esso, oltre al coinvolgimento della classe politica in affari di droga, sono trattati diversi problemi, tra cui il grande dilemma che, da dieci anni, attanaglia i telespettatori: I Processi si fanno in Tribunale o a Quarto Grado? Un altro problema scottante è quello dei gay, in particolare quando devono celare il loro stato in quanto sono anche dei preti o magistrati.

Odore di sujo è pronto, ma è ancora alla ricerca di un editore.
Presentiamo qui il primo capitolo, in una versione precedente, la nuova si trova su http://www.alfiogiuffrida.com/Notizie-Curiosita.aspx .



Premessa:
Il sujo è la puzza più profonda, quella che si sente non tanto con il naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati come benefattori ai loro elettori e poi li hanno traditi.
Jennifer è nata nei privilegi del regime, ma gli eventi l’hanno ridotta nel fango, nelle luride favelas di Rio de Janeiro. Percorre gli ambienti della prostituzione, fa i mestieri più umili, guidata dalla Speranza di rivedere il figlio, ma il destino è contro di lei. Sa che lui è uno spacciatore e vuole farlo uscire da quell’ambiente. Lo cerca per mezza Europa, percorrendo il duro mondo della malavita, sono spietati, ma a volte hanno un cuore. Lo trova nel mondo degli omosessuali, che non vivono solo negli ambienti più equivoci, ma si trovano anche nelle classi di rispetto, dove, tuttavia, sono costretti a nascondere la loro indole, perché i borghesi non possono essere froci, loro sono comunque dei Vip, anche se qualche “rispettabile” conosce una foiba dove …. Tuttavia l’Ipocrisia più grande è quella dei Politici che, per accaparrarsi dei voti, sono pronti a far morire chi ha bisogno anche di un semplice aiuto; persone che, per soldi, spingono un uomo nell’inferno della droga. Il tutto per la loro Mafia di Potere! Un racconto avvincente nella sua drammaticità, con riflessioni sconvolgenti, incalzante nell’azione e con un finale inatteso.

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 Cap. 1 - L’agguato al pontile.

La luna era alta in cielo, su un pontile ancora pieno di gente, ignara della tragedia che si era appena consumata. Eravamo già in piena estate, quella del 2003, passata alla storia come la più calda degli ultimi trenta anni, con un numero di vittime, a causa dell’afa, che superò di parecchie volte quello della strage dell’11 settembre a New York!

Già perché l’atmosfera, quando le gira storto, riesce a uccidere non solo con le alluvioni, che spazzano via case e interi villaggi, o con raffiche di vento che sradicano gli alberi, ma anche con la semplice calura, che impedisce alle persone di respirare.

A Ostia, nel piazzale che dà sul mare, a quell’ora i giovani parlavano di pace, delle guerre inutili che si facevano in ogni parte del mondo, per il solo scopo di vendere armi.
Ingenuità? Ipocrisia? Forse entrambi! Molti erano convinti di essere degli “intellettuali”, si credevano ancora nei fatidici anni del “’sessantotto”, quelli della rivoluzione culturale.

Quel periodo che ci ha fatto sognare e gioire, ma ha bruciato schemi e ideali. Che ha cambiato, nel bene e nel male, i punti di riferimento della nostra società. I liceali, entusiasti di avere conquistato il potere, si sentivano in dovere di sostenere le proprie idee, convinti di poter fermare la violenza con le loro teorie. Poveri illusi!

In quegli anni, un po’ tutti abbiamo avuto ispirazioni rivoluzionarie, poi la vita ci ha messo di fronte alla realtà di tutti i giorni. E quelle sere, passate a discutere fra amici, sono rimaste nel cassetto dei ricordi. Ma non per tutti!
Altre persone invece venivano al lungomare solamente per prendere un po’ di sole e qualche gelato alla frutta nei chioschetti sempre affollati, o i krapfen alla crema da Paglia, nell’isola pedonale, quelli sempre caldi, appena fatti, con lo zucchero sopra. Da quarant’anni i krapfen di Paglia sono sempre stati una caratteristica di Ostia, un punto obbligato per chi li ha già assaggiati.
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Alle due di notte, io ero in ufficio. Impegnato nel mio turno di lavoro, a studiare le carte isobariche per fare le previsioni meteorologiche. Il mio era un lavoro che non conosceva limiti di tempo. Doveva essere attivo 24 ore su 24, per 365 giorni l’anno: “Il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica non dorme mai” aveva detto qualcuno in vena di slogan.

In quel momento il mio cellulare si mise a trillare, mentre il display s’illuminò e apparve un nome che non vedevo da mesi, ma che conoscevo molto bene.
Una scarica di adrenalina percorse il mio corpo, mentre il braccio, intorpidito dall’emozione, si mosse meccanicamente e la mano tremante afferrò l’apparecchio e lo portò all’orecchio. Non lo sentivo da molto tempo, mentre una volta le telefonate di Giorgio erano continue.

Era ormai troppo tempo che aspettavo uno squillo da quel numero! E adesso, eccolo li, nel momento più inaspettato.
«Pronto!» balbettai con voce tremante ed ansiosa. Ma il piccolo altoparlante rimase muto. «Pronto, Giorgio, sono Alex!» ripetei con voce più forte, mentre i nervi del volto si contraevano in una smorfia di dolore.

«Sto sotto al pontile. .. », disse una voce cavernosa e sofferente all’altro capo del telefono. E non aggiunse altro, nonostante mi ostinassi a ripetere “pronto”, a chiamarlo per nome, sempre più forte, con affanno.
La comunicazione s’interruppe, io provai più volte a richiamare quel numero, ma risultava irraggiungibile, come se l’apparecchio fosse spento. I colleghi mi guardavano muti, le loro braccia, come tutto il mio corpo, si ricoprivano di un leggero strato di sudore freddo.

Aspettavano da me una spiegazione. Tutti conoscevano quel mio problema e si compenetravano nella mia preoccupazione. Non era solo curiosità! Eppure io non riuscivo a dire nulla, in quel momento ero rimasto impietrito.

Quando si lavora in un turno operativo, si è come in una famiglia, oltre all’aspetto professionale, ci si conosce anche dal punto di vista personale. In quel gruppo, come età io ero il più giovane, tuttavia ero il “capo turno”, perché ero laureato e avevo un grado superiore agli altri. E tra i militari, si sa, il grado è quello che conta.

«Vai, non ti preoccupare! Pensiamo noi a fare il tuo lavoro.» disse il mio vice. Ed io ero corso ansimante, il presagio che fosse accaduto qualcosa di grave martellava già nella mia mente.
Quella voce era strana, come l’ultimo atto di una persona che ha bisogno di aiuto, di un soccorso urgente. Di qualcuno che sta per … . Non volevo fissarmi su queste sensazioni che avevo in mente, altrimenti non sarei neanche riuscito a guidare, avrei fatto qualche incidente.
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Giorgio era il fratello di mia moglie, ma prima di diventare mio cognato, era stato il mio migliore amico, quello con cui avevo diviso le ansie e i segreti, le speranze e le ambizioni. Nei lunghi anni del liceo eravamo inseparabili.

Spesso ci vedevamo a casa sua, a fare i compiti assieme e lì c’era Marisa, sua sorella, un paio di anni più piccola di lui. Lei spesso cercava di entrare nei nostri discorsi, ma lo faceva per interessi suoi, per capire come comportarsi anche lei con i ragazzi della sua classe.
Giorgio la canzonava, diceva che i suoi compagni la snobbavano perché lei non aveva idee importanti, era “coatta”. O forse era perché lui era il primo della classe, quello che ha le idee chiare su tutto e chiunque non è d’accordo con lui è una merda.

Poi, all’università, Giorgio ed io seguimmo strade diverse, ma continuammo a vederci quotidianamente. Tuttavia i suoi discorsi si erano fatti introversi e complicati, parole sempre più difficili, piene di ansia e di apprensione.
Lui sognava che la sua vita da intellettuale potesse essere di aiuto a migliaia di persone, ma nessuno s’interessava a lui.

Un giorno fu costretto a casa con un febbrone da cavallo, scaturito dalla rabbia e dallo stress, perché a un esame di letteratura il professore voleva dargli un “27” e lui lo aveva rifiutato, contestandolo apertamente. Io e Marisa eravamo seduti ai bordi del suo letto, dove lui sbraitava le peggio parolacce verso il suo professore.

Facevamo fatica a consolarlo, lui lo tacciava di bigotto e ignorante. E inveiva anche contro di noi, che cercavamo di smussare la sua rabbia. Marisa passava la sua mano sulla mia, per aiutarmi a sopportare le ingiuste invettive che il fratello scagliava contro di me, ogni volta che cercavo una possibile spiegazione alle diversità di vedute tra lui e il professore.

Tuttavia quelle carezze non mi furono indifferenti. Da allora noi due prendemmo l’abitudine di parlare assieme, ricordando quell’episodio con una punta d’ironia, convinti che lui avesse esagerato. Altre volte discutevamo d’altro, dalle aspirazioni che noi giovani avevamo dalla vita, ai discorsi più banali, come il fatto che lei non sopportava la pizza con la cipolla.

«Non capisco come le persone riescano a mangiarla.». Diceva lei schifata. E quelle parole mandavano in bestia il fratello, che non capiva, a sua volta, come l’ignoranza della sorella potesse essere così abissale, da farla adirare per un motivo così banale, mentre «i problemi della società erano ben altri!». 

E così, a poco a poco, Marisa ed io ci mettemmo assieme e poi ci sposammo, ma per Giorgio quel matrimonio aveva scomposto i suoi equilibri in modo radicale. Io ero diventato tutto casa e moglie, anche se per me lui era sempre più di un fratello!

Giorgio era rimasto solo e, quel che era peggio, voleva star solo! Convinto delle sue idee e intestardito a non accettare le opinioni degli altri, isolandosi sempre di più nella sua vita da “intellettuale”.

Si era dato alla politica, era un contestatore e voleva diventare un leader. Quello degli “Onorevoli” era un mondo che lo affascinava, tuttavia non riusciva a trovare un partito cui associarsi! Era un estremista. Per le sue idee, gli altri erano tutti troppo moderati.

Lui avrebbe voluto lavorare veramente per la gente, mentre vedeva che i politici che erano già in carica si prodigavano solo per ottenere più voti e avere più soldi e più potere.

Il suo sogno era quello di una società nella quale non ci fossero guerre né violenze, in cui tutti si amassero sotto la guida di un unico maestro. Ma il problema era proprio quello: chi poteva essere questo trascinatore di folle, che sapesse essere una guida, senza destare invidie e contrapposizioni nei suoi seguaci?

Lui era convinto di essere adatto a quel ruolo di capo indiscusso, cui tutti avrebbero obbedito volentieri senza batter ciglio, contenti di seguire la soluzione che lui proponeva, giacché era sicuramente la migliore fra tutte.

E spinto da quella delirante certezza, continuava a rifiutare anche i “28”, incurante del fatto che, in questo modo, era rimasto parecchi anni fuori corso. Lui pretendeva il “30”, l’approvazione assoluta, era quella la sua unica ambizione.

Ormai “doveva” farlo, perché questo lo rendeva importante in quella piccola cerchia di giovani che “pascolavano” attorno ai suoi deliri. E lui s’inebriava a vaneggiare!

Così aveva cominciato a staccarsi dalla famiglia e frequentare altri amici. Ragazzi snob che lo avevano portato in un ambiente diverso da quello cui era abituato, facendogli perdere l’equilibrio del suo stile di vita. Spesso si trovava a parlare con se stesso e darsi ragione da solo, poiché nessuno lo stava a sentire.

A volte, alcuni amici lo trascinavano nelle manifestazioni di piazza e lo mandavano avanti a far dei danni, a scontrarsi con la polizia. Mentre loro restavano nelle retrovie, sempre pronti a scagliare il sasso e tirare indietro la mano. E forse ci prendevano anche qualche soldo!

Nelle contestazioni c’è sempre qualcuno che ci guadagna e per questo è disposto a dare due spiccioli a qualche fessacchiotto. A lui, invece, spettavano solo le colpe e gli insuccessi.

Aveva subito qualche arresto, ma era sempre riuscito a cavarsela, perché anche nei momenti di cattiveria, riusciva a fare solo cazzate.

Spesso non si faceva sentire al telefono per settimane. Poi, una sera, arrivò una chiamata dal suo cellulare, disse solo che partiva per Milano. Nel comunicarlo, stranamente, la sua voce era calma e risoluta, non il solito lamento pieno di parolacce e d’imprecazioni.

«Non cercatemi», aveva detto alla sorella, affranta nel sentire quelle accorate parole di addio, come di qualcuno che volesse salutarla per l’ultima volta.

«Vado a Milano e ci starò un paio di mesi, ma voi non preoccupatevi. Il mio cellulare sarà spento per tutto il periodo che starò fuori Roma.». E fu così! Già un minuto dopo il suo telefono era “spento o non raggiungibile”, insensibile ai richiami di una sorella disperata che chiedeva a un telefono muto: «Ti prego Giorgio, rispondi, dicci dove sei, fatti aiutare!!». Da allora non avevamo saputo più nulla di lui!

Negli ultimi tempi aveva parlato di una ragazza, cui si era affezionato, la sua “compagna”, diceva lui. Ma, a parte il nome, di lei non sapevamo null’altro.

Eravamo andati un paio di volte a Milano per cercarlo, battendo vari ambienti, anche quello della droga, ma nessuno lo conosceva. Alla fine ci rivolgemmo alla polizia, che si attivò a cercarlo negli ospedali e negli ambienti dei disadattati. Niente. Era scomparso nel nulla!
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Arrivai al pontile con il cuore in gola, fermai la macchina al bordo del marciapiede. Davanti a me c’era uno spiazzo enorme, ancora pieno di gente, nonostante fosse notte da un pezzo. Scesi dall’auto e mi guardai intorno, non c’era alcun movimento strano, nulla che potesse indicare che ci fosse qualcuno da soccorrere.

Ricordai le parole di Giorgio: «Sto sotto al pontile. ..», dunque doveva essere in spiaggia, in qualche anfratto buio dove nessuno poteva notarlo.

Scavalcai il muretto dalla parte del “Battistini” e mi addentrai sulla sabbia, costeggiando il muro fino a dove si apre in un varco, sotto il pontile che si protende nel mare.

Mi sforzavo di vedere qualcosa, ma le luci illuminavano poco quell’ambiente ristretto. Anche i suoni e il vociare, lì sotto erano attenuati. L’unico rumore, che prevaleva sugli altri, era quello delle onde che s’infrangevano sulla spiaggia deserta. Avevo paura di chiamare il suo nome ad alta voce, poteva esserci qualcuno pronto a fare del male sia a me sia a lui.

Camminando carponi, inciampai in una tavola, mossa dalle onde, che fece un gran rumore e mi fece cadere. Avrei imprecato a squarciagola, ma frenai il mio istinto e rimasi in silenzio, con gli occhi sbarrati per vedere se c’era qualcosa che si muovesse. Sentii un flebile gemito proveniente dal buio «Sto qui .. ». Chiamai piano il suo nome, poi un po’ più forte, ma nessuno rispose. Forse le mie orecchie avevano sentito ciò che avrei voluto sentire, senza che, in verità, nessuno avesse detto nulla.

Aguzzai la vista e, con un forte senso di angoscia, mi diressi verso il posto da cui mi era parso che arrivasse quella voce. A un tratto vidi un braccio che si muoveva dietro uno dei piloni che sorreggevano il pontile. Mi avvicinai cauto, tutto inzuppato per la caduta, con il cuore che mi martellava nelle tempie. C’era come un fardello buttato per terra, forse era un uomo riverso su quei massi informi. Le mie gambe tremavano e sembrava si rifiutassero di sorreggermi. Forse avevo trovato proprio colui che cercavo.

«Giorgio, come stai? … che è successo?», sussurrai piano.
«Vigliacchi! Erano in due .. mi hanno … ». Mormorò lui, con una voce d’oltretomba.
«Ma tu sei ferito, ti hanno accoltellato?» e la voce mi si strozzò in gola, vedendo la sua mano intrisa di sangue e il vestito bagnato fradicio dal mare che, con le onde più lunghe, arrivava fin sotto di noi. Presi il suo braccio e cercai di tirarlo su, ma sentii un roco grido di dolore propagarsi dalla sua gola.

«Meglio chiamare un’ambulanza, non vorrei muoverti e, magari, peggiorare la situazione.». Dissi costernato nel vedere quell’uomo, ridotto in quelle condizioni. Mi spostai di qualche passo per avere un po’ di luce, presi il telefonino e cominciai a mormorare a voce bassa: «113, 118, 112, come caz... si chiama un’ambulanza?». 

Nel frattempo che la mia testa vuota stava cercando di risolvere questo dilemma tecnico, sentivo la voce di Giorgio che rantolava come una radio che gracchia. La sua voce era fioca, sussurrava qualcosa, «Ge … ge … nn », sembrava volesse indicare un’agenda, o il nome di una donna.

A stento riuscì a infilare la mano nella tasca e tirò fuori un’agendina inzuppata di mare e sporca di sangue. Forse voleva contattare qualcuno, magari una donna, quella di cui, negli ultimi mesi prima di partire per Milano, lui stesso diceva che voleva convincerlo a cambiare vita.

«Si!» dissi io deciso, sapendo già che se avessi dato retta a lui avrei fatto mille cose, tranne quelle giuste. «Un attimo, telefono al 118 e poi prendiamo l’agendina.».

Chiamai, detti le mie generalità, quelle di Giorgio, mentre la sua mano tirava i miei calzoni per attirare l’attenzione su ciò che voleva dirmi, indicai il posto dove eravamo e, appena fatto, mi chinai su di lui.

Presi l’agendina che lui spingeva già tra le mie mani, per incitarmi ad aprirla e vi trovai dentro dei fogli tutti stropicciati, sui quali erano scritti dei nomi, in genere femminili e dei numeri di telefono.

Ne lessi alcuni guardando la reazione di Giorgio, che scuoteva leggermente la testa, finché arrivai a un nome straniero, forse sudamericano, che tuttavia mi fece arricciare un po’ il naso, perché lo avevo già sentito nominare più volte, negli ultimi tempi. Apparteneva a una ragazza che lo faceva soffrire, che respingeva categoricamente le sue avances, ma della quale, come diceva lui stesso, si era perdutamente innamorato. Appena lo pronunciai, il suo volto s’illuminò e con la mano fece segno di chiamarla.

Ero agitato per cosa avrei dovuto dire a quella persona che mi avrebbe risposto poiché, secondo noi della famiglia, era lei che aveva portato Giorgio alla perdizione. E se invece lei lo aveva aiutato? E poi che notizie le avrei dato? Venga subito che Giorgio è ferito e chiede di lei? Oppure dovevo essere dolce e diplomatico? Sbagliai più volte a digitare il numero, poi mi misi d’impegno, scandendo cifra per cifra e riuscii a completarlo. Nel frattempo guardavo, nervoso, se per caso arrivasse l’ambulanza.

All’altro capo, il telefono si mise a squillare, ma non rispondeva nessuno. Aspettai un po’, guardai Giorgio e, con il movimento della mano feci cenno se potevo chiudere, ma lui scosse la testa e digrignò i denti, come se volesse dire qualcosa, ma non riuscì a proferire parola.

Vedevo che lui era sempre più agitato, ma anche più debole. Mi chinai su di lui e gli tastai il polso. I segnali erano deboli, ma era vivo.

Chiusi il telefono, uscii da quell’antro e salii in strada. Ero tentato di chiamare aiuto a squarciagola, ma cosa avrei ottenuto. Mi resi conto di essere sull’orlo di un attacco di panico, istintivamente avevo fatto cenno di fermarsi a una macchina che era passata in quel momento, ma l’autista non mi aveva neanche visto, o aveva fatto finta di non accorgersi di nulla.

Pensai di telefonare a Marisa, ma a quell’ora dormiva, le avrei solo procurato un trauma. Però era suo fratello, mi sentivo in colpa verso di lei. Forse stavo prendendo su di me una responsabilità che invece avrei dovuto condividere, almeno con lei.

Infine ritornai da Giorgio, che nel frattempo aveva ripreso i sensi e sussurrava quel nome. Lo vedevo dolorante e, allo stesso tempo, preoccupato. Forse aveva necessità di parlare con quella donna.

Rifeci il numero e il telefono si mise nuovamente a suonare, non mi restava che aspettare. Quanto tempo era passato da quando avevo chiamato l’ambulanza? Non lo so! A me sembrava un’eternità.

Stavo per chiudere e risalire su, quando all’altro capo del cellulare rispose una voce roca: “Hola?”, non si capiva se stesse dormendo, oppure era preoccupata, come se si aspettasse che fosse accaduto qualcosa di grave.  E adesso che le dico? Come mi presento?

Tuttavia mi resi conto che dovevo dire qualcosa, prima che quella donna riattaccasse il telefono e mi mandasse a quel paese. 

«Ehmm … Giorgio, sono un amico di Giorgio. Con chi parlo?»
«Giorgio? … Dove sei? … sono Jennifer.» disse di getto la donna, non rendendosi conto chi ci fosse all’altro capo del telefono. In quel momento sentii anche la sirena dell’ambulanza. Dovevo salire di corsa su in strada, altrimenti non mi avrebbero visto. 

«Giorgio è ferito», dissi frettolosamente, «adesso sta arrivando l’ambulanza, penso che lo porteranno all’ospedale di Ostia.».

Non ebbi la possibilità di dire altro e chiusi il telefono, anche se mi ripetei più volte «Sono stato uno zotico, un maleducato. Spero almeno che mi abbia capito.» comunque mi ripromettevo di ritelefonarle durante l’attesa al pronto soccorso e spiegare che la mia maleducazione era stata causata dall’arrivo improvviso del mezzo di soccorso a sirene spiegate. L’ambulanza si era fermata proprio vicino al muretto che io scavalcai con un salto, sorprendendomi non poco per l’agilità con cui lo avevo fatto.

Il medico scese in spiaggia, si chinò su di lui, gli sentì il polso e gli chiese cosa era successo. Fece quindi cenno al collega di prendere la barella. Lo caricarono con cura sull’ambulanza, gli assegnarono un codice rosso e partirono, a sirene spiegate, verso l’ospedale, mentre io mi affrettai a salire in macchina e a seguirli.

Al pronto soccorso mi fecero riempire dei moduli con le generalità mie, del ferito e ogni altra notizia che potesse essere utile ai medici o a un’eventuale indagine giudiziaria. Poi tutto rientrò nella calma e nella snervante attesa di sempre. Mi agitavo a chiedere notizie, battendo in continuazione sui vetri dello sportello dell’accettazione, ma non ricevevo nessuna risposta. Ci volle più di un’ora, un’eternità in quella situazione, affinché io riuscissi a sapere qualche scarna notizia sulla salute di Giorgio.

«Ha perso molto sangue, ma ce la farà.», mi disse infine un medico, «Certo che l’avevano conciato male, poteva morire dissanguato».

«Posso vederlo?» chiesi con voce supplichevole, preoccupato per la sua salute e ansioso di sapere dove era stato tutto questo tempo, in modo da dare, finalmente, delle notizie confortanti a sua sorella.

«Per adesso è sedato e non può vedere né sentire nessuno. Ci vorranno almeno un paio d’ore finché si risvegli. Lei è il cognato? Può incaricarsi di avvertire il resto della famiglia?».

Feci cenno di sì e ringraziai, ma rimasi deluso di non potergli parlare. Avevo la testa confusa, cominciai a pensare cosa avrei potuto dire adesso a mia moglie. Era meglio iniziare con la bella notizia che suo fratello si era fatto sentire, o con quella cattiva che era stato accoltellato?


sabato 10 dicembre 2016

Buon Natale 2016


L’albero di Natale è già presente in quasi tutte le nostre case!

Ho voluto fotografarlo in tre modi diversi, in ricordo di una vecchia passione per la fotografia.


La prima foto è in AUTO. La fotocamera (Nikon D40, su treppiedi non professionale) utilizza il flash. Si ottiene una foto nitida, con dovizia di particolari. Le ombre sono quasi assenti, ma l’immagine è un po’ “fredda”.


La seconda è in Auto senza flash. La foto ha i colori più naturali, l’albero è nitido, ma gli oggetti in secondo piano sono sfocati. Nel complesso l’immagine si presenta molto bene.
 


La terza foto è in Manuale (i professionisti mi scuseranno, il mio “manuale” è molto assistito diciamo che ho scelto una apertura F11 e la macchina ha impostato un tempo di 10 secondi). La foto ha i colori molto caldi ed è nitida sia nel primo piano che nel resto (ad esempio il quadro a destra, sulla parete di fondo).


Quale foto vi piace di più: “Auto”, “Auto no flash” o “Manuale”?

lunedì 15 agosto 2016

Onorevoli e “Onorevoli”

Leggendo “Il Gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa, rimane in mente la figura di Don Fabrizio Salina, al quale il Re Vittorio Emanuele, conoscendone la saggezza, offre la nomina a Senatore del Regno. Tuttavia il Siciliano rifiuta la nomina, dichiarandosi un esponente del vecchio regime, quello in cui le cariche pubbliche si esercitavano per “onore” e non per soldi.
Lui era un vero “Onorevole”! Non era come tutti quelli che lo hanno succeduto, pronti a vendere l’anima al diavolo pur di avere quella carica, solo per cavarne quanti più soldi possibili.  

Da allora, infatti, tutto è cambiato, anche quel “Don”, che prima si attribuiva ad un saggio come segno di massimo rispetto, mentre adesso si attribuisce ai “Mafiosi”, con una smorfia di Ipocrisia. Forse la storia si ripete, come un paio di secoli fa, quando in Sicilia, chi subiva un torto, evitava di rivolgersi alla Giustizia dei Borboni, sapendo già che non avrebbe avuto giustizia. E allora non restava che rivolgersi alla persona che, nel paesello dove viveva, aveva un certo carisma sui compaesani, alla persona saggia, che godeva del massimo rispetto: al “Don” del paese. Quando poi la Sicilia è diventata Italia, i Don non si sono rassegnati a perdere il loro potere e si sono imposti con la forza e la violenza, diventando Mafiosi.
Oggi ci rivolgiamo al politico per “raccomandarci” su qualcosa che vogliamo ottenere, ma il politico è un “Onorevole” o un “Don”? Oggi non abbiamo più fiducia nella politica. Siamo dunque maturi per un risveglio della mafia?

ODORE DI SUJO” è il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida.  
È un romanzo, ma è anche un atto di accusa verso tutta la classe politica. Il sujo, infatti, è la puzza più profonda, che non si sente col naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati agli elettori come benefattori e poi li hanno traditi sporcandosi le mani nel peggiore dei modi.  

Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente su questo sito, dove già sono attive molte discussioni.

Il brano che segue è tratto da “Odore di sujo”, di Alfio Giuffrida.
Chi racconta è Jennifer, che ritorna a casa dopo un incontro con il figlio, il quale, atterrito, le aveva confessato una sconcertante scoperta: il politico cui lui forniva la droga, non era un semplice consumatore, ma il capo della banda di spacciatori. Tuttavia qualcuno (forse un carabiniere) lo aveva tradito, per ricattarlo, con un filmino nel quale era documentato un suo amplesso con una minorenne.

Da: Alfio Giuffrida - Odore di sujo
Capitolo 10 ….. Omissis  
Quando tornai a casa, ebbi un’altra sorpresa: c’era Fernando ad attendermi. Come aveva avuto il mio indirizzo? Come aveva fatto ad entrare? Non c’era alcun segno di scasso sulla porta. Eppure lui era li, severo come un ceppo, tetro come la morte!

«Ti è piaciuto fare quattro chiacchere con tuo figlio? Adesso lui morirà e forse anche tu ed io faremo la stessa fine.»

Nelle sue mani comparve un coltello a serramanico, ma io non ebbi paura. Poteva anche torturarmi, o forse uccidermi. Per nessun motivo avrei detto a lui o a chiunque altro dove era nascosto Louis e ciò che sapevo.

«Chi è stato a fare i nomi di tutti? Tu lo sai!» Mi gridò lui in faccia, cercando di incutermi paura con il suo coltello e il suo sguardo. Ed in effetti era talmente turpe che avrebbe terrorizzato chiunque, ma non me. Nel mondo della malavita non ci si può fidare di nessuno, prima o poi qualcuno ti tradisce e la paghi per tutte quelle che hai fatto.

«Tu sai tutto di questa storia. È stato lui a raccontarti di Fausto e di Nicole. Avanti ieri siete stati un’ora seduti al Mocambo e avete parlato di questo, vi hanno visto in molti. E allora ti ha raccontato anche chi ha girato il filmino e chi ha fatto i nomi. Lui era l’unico ad essere presente li a Siena.»

Mi sentivo persa, ma quelle sue parole contenevano un errore e questo fece rinascere in me la Speranza. Dunque lui sapeva del nostro incontro al locale di due giorni prima, ma non del saluto di mezz’ora fa.

«Si, è vero, mi ha detto quello che è accaduto al Palio, ma di questo filmino che dici tu non so nulla. Cosa è accaduto?» Risposi io cercando di fare la faccia stupita, come se non sapessi nulla di quella notizia. 

«Dunque tu non sai nulla del filmino? Quando vi siete visti su al Mocambo?»

«La stessa sera che è tornato da Siena.» Mi affrettai ad affermare io, sapendo che quel che stavo dicendo era vero, poteva controllare e sapevo che lui lo avrebbe fatto. «Cos’è questo filmino? Chi lo ha fatto?» Incalzai io, cercando di sapere da lui qualche particolare che, forse, neanche Louis sapeva.

«No, niente. Se non sai nulla è meglio così. Ma se qualcuno ti chiede, non dire niente, non ti immischiare, o tu e tuo figlio ve ne pentirete.» E andò via sbattendo la porta.
….. Omissis

 

sabato 6 agosto 2016

La Chiesa e i Gay

Nel mondo ecclesiastico ci sono degli omosessuali? È la domanda che molti si pongono, alla quale la Chiesa non ha mai dato una risposta! Secondo l'idea comune, il mondo degli omosessuali è costellato di pregiudizi. Molti riescono ad esserlo apertamente ignorando l'Ipocrisia che ruota intorno ad essi, alcuni fanno parte di un ambiente equivoco in cui tutto è permesso e se ne vantano. Altri sono dei giovani sbandati e se ne fregano di essere chiamati “froci”. Ma quando l’omosessuale appartiene alla borghesia o vive in uno di quegli ambienti protetti (preti, magistrati, … ) allora devono farlo con “discrezione”. Possono, purché nessuno sappia apertamente. 

Il brano che segue è tratto da:  “Odore di sujo” il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida. Chi racconta è un giudice, già destinato a diventare giudice da quando era ancora ragazzo, per il semplice motivo che suo padre era un giudice ed anche suo nonno. Ma lui era omosessuale e voleva vivere la sua vita senza restrizioni.


Il romanzo è ancora allo stato di bozza. Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente sul mio sito http://www.alfiogiuffrida.com/  , dove già sono attive molte discussioni.

Da: Alfio Giuffrida - Odore di sujo

Capitolo 11 ….. Omissis

Ma tutte le storie, anche le più belle, hanno le proprie spine. E le pugnalate a noi le hanno date i nostri genitori.
Quando si resero conto che la nostra amicizia era “particolare”, subito ci redarguirono, ci misero in guardia del peccato che stavamo commettendo, ci accusarono che la nostra relazione era “moralmente condannata” anche dalla Chiesa che pure perdona tutti, anche chi ha commesso dei crimini mostruosi. Ma quello no!  Della figuraccia che avremmo fatto con la società, con i nostri amici, che ci avrebbero sbeffeggiato e calunniato.

Ci dissero della considerazione che le donne avrebbero tratto dal nostro comportamento, che ci avrebbero schivato come appestati, insultato come esseri diversi.

Mentre noi volevamo proprio essere diversi, lo facevamo di proposito. Dissi, a mia difesa, che «il mondo era cambiato, che molti erano come noi e lo facevano senza vergognarsene, in nome della libertà di amare. Che la Chiesa era cambiata ed anche tra i preti ce n’erano come noi.».

Mio padre mi rispose, alzando la voce e pronunciando la sua sentenza in modo solenne, sicuro della sua verità, come Mosè, quando dettò i Dieci Comandamenti: «Tu non puoi permetterti di essere un omosessuale! Non puoi mischiarti col popolino che fa quel che vuole! Tu hai dei doveri da rispettare! …

Non che ce l’abbia con loro, » aggiunse poi convinto, come per dare una spiegazione che desse forza alle sue affermazioni, «ma quando si parla di un frocio, ci si riferisce sempre a un ambiente equivoco, a ragazzi perversi.

Tu non puoi prenderti la responsabilità di denigrare la categoria della gente per bene, dei magistrati, per il solo gusto di essere gay. Il tuo ceto sociale non te lo permette!

Sei nato in una famiglia agiata e ne hai sfruttato i benefici, hai avuto giocattoli belli e costosi, buoni amici, vacanze lussuose, hai sempre indossato vestiti firmati e scarpe comode, ma tutto questo ha un risvolto che non puoi sottovalutare, hai degli obblighi da eseguire. »

Io lo guardavo ed ero piccolo piccolo, non capivo. Tenevo le mani giunte, come chi prega, ma non imploravo nessuno. Sentivo un ragionamento assurdo, in contraddizione con molte verità che lui aveva professato fino ad allora. E mi rifiutavo di capire.

«Se anche tra i preti ci sono dei gay, vuol dire che anche la Chiesa, come istituzione terrena, non è perfetta! Ma, bada bene, lo fanno con discrezione, perché loro sono sempre i più forti, quelli che sanno proteggersi con una maschera. Loro hanno sempre la faccia di chi da l’esempio e può giudicarti con severità. Poi tra le mura dei loro conventi, fanno quello che vogliono!

Tu hai già una strada fatta, capisci? Una vita programmata, con i suoi usi e le sue apparenze, cui non puoi sottrarti!».

E dalle parole passarono ai fatti, ci cancellarono dalla scuola pubblica. Dovemmo abbandonare il nostro ambiente, o nostri amici. Ci trasferirono in due istituti diversi, internati come detenuti, lontani, in due distinte città.

Entrambi abbiamo sofferto come condannati per crimini che non capivamo, reclusi come ladri per un delitto che non sentivamo di aver commesso.».

Guardò il cappellano, rimasto estasiato ad ascoltarlo.

Omissis …

venerdì 22 luglio 2016

Il "Buonismo" e il "Falso Buonismo"

Il Buonismo è esser buoni con il prossimo, soprattutto i più deboli. Aiutarli in modo discreto, usando solamente le proprie forze, senza mai coinvolgere gli altri. È una cosa meravigliosa che solo pochissime persone hanno la forza di fare.

Il Falso Buonismo è: invogliare le persone ad esser buoni con gli altri. Sbandierare ai quattro venti ciò che noi tutti dovremmo fare per il bene dell’umanità, affermare che “donare” è un bene prezioso, che dà molte più soddisfazioni a chi dà che a chi riceve. È pura Ipocrisia, perché mostra un solo lato del problema, nascondendo i sacrifici che quel gesto, tanto declamato, comporta! Ed è anche ingiustizia, se non è fatto con un certo criterio.

Spesso il Falso Buonismo è ancora peggio, quando le persone che lo praticano lo fanno per interesse, perché ci guadagnano sopra, arricchendosi sulle disgrazie altrui. Queste persone possono essere dei volti noti, che potrebbero esser loro per primi ad aiutare economicamente molte persone sfortunate, mentre invece preferiscono fare uno spot pubblicitario, magari senza prendere alcun compenso, ma solo un lauto rimborso spese. Oppure, ancora peggio, quando queste persone sono dei politici! Perché alcuni di essi si presentano agli elettori con la faccia da buonisti: Falsi, Ipocriti!!

Ecco perché il mio nuovo libro si intitola: “Odore di sujo”!

È un romanzo, ma è anche un atto di accusa verso tutta la classe politica. Il sujo, infatti, è la puzza più profonda, che non si sente col naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati agli elettori come benefattori e poi li hanno traditi sporcandosi le mani nel peggiore dei modi.

Odore di sujo è pronto, ma è ancora alla ricerca di un editore, appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente su questo sito, dove già sono attive molte discussioni.

In esso, oltre al coinvolgimento della classe politica in affari di droga, sono trattati diversi problemi, tra cui il grande dilemma che, da dieci anni, attanaglia i telespettatori: I Processi si fanno in Tribunale o a Quarto Grado? Un altro problema scottante è quello dei gay, in particolare quando devono celare il loro stato in quanto sono anche dei preti o magistrati.

mercoledì 13 luglio 2016

Maria Pace - Inno ad ATON

sito web Per gentile concessione della scrittrice Maria Pace

Inno ad Aton



Bella è la tua alba, Aton Vivente, Signore dell’Eternità.
Tu sei fulgente, bello e forte.
Grande e profondo è il tuo amore.
I tuoi raggi illuminano gli occhi di ogni creatura;
il tuo disco diffonde la luce che fa vivere i nostri cuori. 

Tu hai colmato le Due Terre del tuo amore,
Magnifico Signore che ti sei creato da te stesso,
che hai creato la Terra e tutto ciò che vi si trova:
uomini, animali e alberi che sbocciano dal suolo.  

Sorgi, dunque per dare loro la vita,
poiché tu sei padre e madre di tutte le creature.
I loro sguardi si levano verso di te quando ascendi nel firmamento.
I tuoi raggi rischiarano tutta la Terra.
Ogni cuore si riempie di entusiasmo quando ti vede,
quando tu gli appari  come il Signore.
quando ti corichi dietro l’orizzonte dell’occaso del cielo
le creature si addormentano come morte,
le loro menti si annebbiano
le loro nari si chiudono fino a che il tuo fulgore
si rinnovella il mattino, dall’estremo orientale del cielo. 

Allora levano le braccia e invocano il tuo spirito.
La tua bellezza ridesta alla vita e si  rinasce.
Tu ci offri i tuoi raggi e tutta la terra è festante:
si canta, si suona, si mandano grida di gioia
nella corte del castello dell’Obelisco,
nel Tempio di Aketaton, la grande piazza che ti piace tanto,
ove ti si fanno le offerte di cibo. 

Aton tu sei eterno.
Hai creato il lontano cielo per innalzartici
e dall’alto mirare tutte le cose che hai create.
Tu sei uno eppure dai la vita a milioni di esseri.
Le loro mani ricevono da te il soffio vitale.
Quando esse vedono i tuoi raggi, tutti i fiori vivono,
essi che sbocciano dal suolo e si  schiudono al tuo apparire,
si inebriano della tua luce.
Tutti gli animali si rialzano subitamente,
gli uccelli che riposavano nei nidi dischiudono le ali,
le aprono per pregar Aton, fonte di vita 

(Composto quasi sicuramente dal faraone Amenopeth IV meglio conosciuto cone AkenAton - il Faraone Eretico)
 
Commento di Alfio Giuffrida
Maria Pace, ex insegnante e ricercatrice di antiche etnie, è una scrittrice. E’ stata già ospite di questo sito. Il suo modo di scrivere ha molto in comune con il VERISMO INTERATTIVO ed infatti, nella pagina FOUM è già aperta una interessante discussione sull’Antico Egitto.
 Per maggiori informazioni vedi il sito http://www.mariellapace.altervista.org/ .

 

giovedì 7 luglio 2016

Arcobaleno di ordine tre

In un precedente articolo abbiamo illustrato, in forma elementare, come si forma un arcobaleno. Nei giorni scorsi, durante un tramonto, mi è capitato di osservare due piccole zone colorate, ai lati del sole, che hanno destato la mia curiosità. Forse si tratta di un fenomeno che raramente si riesce ad osservare: l’arcobaleno di ordine tre.

Per interpretare questa frase dobbiamo addentrarci nella spiegazione scientifica del fenomeno, usando termini che possono essere poco chiari a chi non è esperto nella materia. Ci scusiamo con loro, cercheremo di essere più chiari possibile. Inoltre, riferendomi ai lettori che sono più esperti di me, vi prego di confermare le mie supposizioni (perché in effetti si tratta solo di idee che non hanno un sufficiente supporto di ottica fisica), oppure di commentarle (su    http://www.alfiogiuffrida.com/Forum-Dettaglio.aspx?args=AE9C24A791CEF1A484AAD649C374A71748BF3E9532A46192   ) con la spiegazione corretta.

Isaac Newton fu il primo a dimostrare che la luce bianca era il risultato della sovrapposizione di tutti i colori dell'arcobaleno che, a loro volta,  potevano essere separati in uno spettro completo di colori da un prisma di vetro. Nel 1820, il fisico inglese George Airy, grazie ai continui progressi nella teoria ottica, riuscì a dare una comprensione sempre più completa del fenomeno dell’arcobaleno.

In particolare si è visto che oltre all’arcobaleno primario, ne esistono altri. Essi sono dovuti alle riflessioni successive che avvengono all’interno delle gocce di pioggia. Il primo, ben più brillante degli altri, appare sotto forma di archi colorati circolari aventi per centro il punto opposto alla direzione del sole.

L’arcobaleno secondario, non sempre visibile, è concentrico ed esterno al primario e presenta i colori disposti in ordine opposto, con il rosso all’interno e il violetto all’esterno. Tra l’arcobaleno primario e secondario si può notare una fascia meno luminosa, detta fascia scura di Alessandro, dal filosofo greco Alessandro di Afrodisia che per primo la descrisse.

Un terzo arco, detto terziario, ha dimensioni (angolari) e colori uguali a quelle dell’arco primario ma è posto dalla stesso lato del sole. Esso ha una luminosità così bassa da essere difficilmente visibile, inoltre la luce del sole è talmente forte, che è indispensabile schermalo in qualche modo per potere osservare i deboli colori dell’arcobaleno.

Altri archi, detti soprannumerari, dovuti all’interferenza della luce nelle gocce, giacciono all’interno dell’arco primario e sono ugualmente poco visibili, in genere solo presso la sua parte più alta.

Soffermiamo adesso la nostra attenzione all’arco terziario: esso è difficile da osservare, non tanto perché è raro, quanto perché la sua luminosità è troppo debole, in quanto si trova dallo stesso lato del sole e la sua visibilità è offuscata dalla luce, molto intensa, del sole stesso. Vi prego adesso di osservare con attenzione le tre foto che allego. Mi scuso della qualità in quanto sono state scattate con un cellulare (Samsung S4 mini).

 
 
Le prime due foto sono state scattate aprendo la finestra (del ristorante dove mi trovavo, in provincia di Pesaro, verso le ore 21 del 21 giugno), per non avere l’interferenza del vetro. Nella prima si nota una banda colorata (evidenziata nel cerchietto in alto) e la sua riflessione sul mare (cerchietto in basso). La seconda foto è stata scattata usando lo zoom ottico del cellulare, ottenendo una immagine ingrandita ma di qualità leggermente inferiore. Ho aggiunto un cerchietto per evidenziare la banda colorata e una scritta per indicare la posizione del sole, che ho volutamente lasciato fuori dell’inquadratura per rendere visibile l’archetto colorato.

La terza foto è stata scattata con la finestra chiusa (fortunatamente i vetri erano abbastanza puliti), schermando il sole con la struttura della finestra, in modo da evidenziare che le bande colorate sono due e sono simmetriche rispetto al sole. Il fenomeno è rimasto visibile per uno o due minuti, poi non si è visto più. Ciò spiega il mio modo estremamente artigianale, veloce e rudimentale di procedere. Tuttavia queste poche immagini, analizzate da una persona esperta in fisica ed in particolare in ottica, possono essere di aiuto ad interpretare un fenomeno abbastanza inusuale.
Io ho pensato che si potesse trattare di due brevi tratti di un arcobaleno visibile dallo stesso lato del sole (l’arcobaleno primario e secondario vi vedono dalla parte opposta rispetto al sole), tuttavia le mie conoscenze non mi permettono di affermare ciò. Se qualcuno, esperto in materia volesse approfondire l ‘argomento, può rispondere con un commento sul forum del sito http://www.alfiogiuffrida.com/Forum.aspx  , nella discussione: Libri – Il Clima e l’Ambiente. – Dove si leggono già molti commenti su un altro argomento di sicuro interesse: il Diluvio Universale.
Vi ringrazio a nome mio personale e della scienza in generale.  

L’Arcobaleno


L'arcobaleno è un fenomeno ottico e meteorologico che si può osservare quando la luce del Sole attraversa le gocce d'acqua rimaste in sospensione nell’aria dopo un temporale, o presso una cascata o una fontana.

Visivamente è un arco composto da sette colori principali: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto, con il rosso all'esterno e il viola nella parte interna. Gli arcobaleni più spettacolari possono essere osservati quando metà del cielo è ancora scuro per le nuvole di pioggia e l'osservatore si trova in un punto con sopra il cielo sereno. L'effetto dell'arcobaleno è anche comune vicino alle cascate o alle fontane.

Da un aeroplano, si ha l'opportunità di vedere un arcobaleno a forma di cerchio intero, con l'ombra dell'aereo nel suo centro.

È difficile fotografare l'arco completo di un arcobaleno, in quanto sarebbe necessario un obiettivo grandangolare molto spinto.

Fin dall'antichità l'arcobaleno è sempre stato considerato un fenomeno atmosferico affascinante e legato alle divinità.

Nella Bibbia, l'arcobaleno è un simbolo del Patto di alleanza tra Dio e l'uomo. Dopo il diluvio universale, fu la promessa di Dio a Noè che non avrebbe mai più inondato l'intera Terra.

Per la filosofia buddista, l'arcobaleno è la scala con la quale Buddha ridiscende dal cielo. Anche in Cina l'arcobaleno assume un significato: l'insieme dei suoi colori rappresenta l'unione dello yin e dello yang, l'armonia dell'universo e della sua fecondità.

 

Già Aristotele aveva tentato di spiegare scientificamente la formazione dell'arcobaleno, ma fu solo con Cartesio che si ebbero i primi trattati matematici corretti su questo fenomeno.

La formazione dell'arcobaleno è determinata da tre effetti ottici distinti: rifrazione, riflessione e dispersione. I raggi solari infatti, quando entrano in una goccia di pioggia, supposta sferica, vengono rifratti, cioè deviano la loro traiettoria. Ciò deriva da un principio fisico che si verifica quando un raggio luminoso passa da un ambiente poco denso (l’aria) ad uno più denso (l’acqua). Poiché questa deviazione è leggermente diversa per i vari colori che compongono la luce bianca (quella del Sole), avviene anche il fenomeno della dispersione. In pratica quello che inizialmente era un unico raggio di luce bianca, diventa un fascio di luce colorata. Quando infine questo fascio colorato arriva alla parete opposta della goccia, esso viene riflesso e rimandato indietro verso l’osservatore che può vederlo perché si evidenzia bene sul fondo scuro della nube che lo forma.

Il principio ottico che abbiamo descritto è lo stesso che causa la dispersione della luce quando osserviamo un brillante.

Cartesio spiegò anche il perché l’arcobaleno ha la forma di “arco” più o meno completo, che noi vediamo in cielo. Essa infatti è dovuta al fatto che noi vediamo i raggi che arrivano al nostro occhio dall’insieme delle gocce che formano la nube. Per questo l’arcobaleno ci appare molto grande quando la nube è lontana e un po’ più piccolo quando la nube è vicina.

In alcuni casi è possibile assistere a più arcobaleni, tipicamente due, di cui il secondo appare esterno, con i colori in ordine inverso e più attenuato rispetto al primo.

domenica 19 giugno 2016

I climi dell’antichità

È un brano del libro:  “Il Clima e l’Ambiente” di Alfio Giuffrida
Si trova on line: http://t.co/L1oZOWLK  costo = 2,99 euro
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del saggio commentando le discussioni aperte nel FORUM di questo  sito, sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.
 
Ma la descrizione del clima non si limitava alla temperatura, i greci davano molta importanza anche alla quantità di precipitazioni ed alla loro distribuzione nei vari mesi dell’anno. Anche il vento era ritenuto importante, non solo per la navigazione che, a quel tempo, era alla base dei commerci, ma anche come caratteristica climatica di un luogo.
Partendo da questi principii, era stata fatta una primordiale classificazione climatica delle regioni allora conosciute. Procedendo da sud verso nord, erano state individuate sette regioni climatiche: 1.           Clima di Meroè (Zona del Sudan)
2.           Clima di Syène (Zona di Assuan)
3.           Clima di Alessandria (Zona del delta del Nilo)
4.           Clima di Rodi (Mediterraneo meridionale)
5.           Clima di Roma (Mediterraneo settentrionale)
6.           Clima del Ponto Eusino ( Zona del Mar Nero)
7.           Clima di Boristene (Zona del Dnieper)
 
 
Notiamo tuttavia che nonostante l’ingenuità con cui è stata fatta, questa classificazione è perfettamente valida anche adesso. Al giorno d’oggi, infatti, gli elementi essenziali della climatologia sono rimasti gli stessi: la temperatura, le precipitazioni e il grado di ventosità. Tuttavia i parametri che caratterizzano ciascuna località, sono stati fissati in modo più scientifico.

sabato 18 giugno 2016

Padre padrone


È un brano tratto dal libro (ebook lo trovate, in formato Kindle a soli 3,56 euro su   http://t.co/L1oZOWLK  ) CHICCO E IL CANE, di Alfio Giuffrida

 Immobile nel suo letto, il giudice sentì che il suo cuore riprendeva a battere regolarmente, ma aveva un ritmo diverso, non era più quello di prima. A un tratto rimase come folgorato da un’evidente realtà alla quale finora non aveva mai pensato. Forse era stato proprio il Signore a illuminarlo, così bisbigliò fra se e se:

«Chi sono io, che da sempre ho voluto decidere il destino di mia figlia? Tutti i genitori, quando mettono al mondo i loro figli, fanno solo da tramite al volere di chi può e sa come formarli. A noi genitori spetta effettivamente il gravoso compito di educarli a un corretto comportamento, secondo la nostra ragione ed esperienza, ma di più non possiamo fare.

Nei grandi eventi della vita, noi uomini siamo solo degli spettatori. Possiamo illuderci di essere stati noi ad aver fatto le scelte più importanti della vita nostra e dei nostri figli, ma se ragionassimo con vera umiltà, ci accorgeremmo di essere riusciti a decidere solo delle piccole varianti, sicuramente importanti non tanto a realizzare il nostro e il loro destino, ma piuttosto utili a chi dovrà giudicarci alla fine di questa nostra esperienza terrena. Gli eventi più importanti li decide solo chi sa e può».

In quel momento capì che lui si era attribuito compiti e poteri che non gli competevano e questo aveva costituito sicuramente un danno e non un bene per la persona che lui voleva proteggere e formare.

Il giudice restò a letto un’ora o poco più, immerso in questi profondi pensieri, poi si alzò in silenzio, facendo attenzione a non svegliare la moglie. Andò nel suo studio e si chiuse a chiave perché non voleva essere disturbato, aveva dei pensieri molto profondi che giravano nella sua mente stanca.

Accese la lampada sulla scrivania, che schiariva appena le tenebre della grande stanza pulita e ordinata. Alle pareti c’erano librerie di mogano, contenenti antichi codici romani e raccolte di leggi più moderne. Al centro, poltrone di pelle lavorata, poggiate sopra tappeti persiani di grande valore che ricoprivano i pavimenti di marmo.

Nell’angolo maestro della stanza, la grande scrivania di legno pregiato, elegante e intarsiata, dove un calamaio di argento e una vecchia penna a inchiostro aspettavano da anni di poter scrivere qualcosa di diverso dalle solite sentenze ed articoli di legge. Loro avevano il desiderio di scrivere dei sentimenti profondi, di quelli che il loro padrone, quando ci si metteva d’impegno, sapeva esprimere con fermezza.

Lui aprì il cassetto con delicatezza, prese un album fotografico con i ricordi più cari della sua vita, lo sfogliò lentamente soffermandosi sulle foto del giorno della sua laurea, della figlia ancora bambina seduta sulle sue gambe e di quella del suo nipotino appena nato.

Poi ripose l’album e dal cassetto prese una busta da cui estrasse un foglio di carta da lettera, di quelle antiche, un po’ pergamenate, lo sistemò sul piano dello scrittoio con calma, con attenzione, facendo in modo che la fioca luce della lampada illuminasse completamente quel foglio e null’altro. Per qualche minuto stette a pensare, poi prese la penna, la intinse nel calamaio e cominciò a scrivere in bella calligrafia.

mercoledì 15 giugno 2016

Carta, penna e calamaio


È un brano tratto dal libro (ebook lo trovate, in formato Kindle a soli 3,56 euro su   http://t.co/L1oZOWLK  ) CHICCO E IL CANE, di Alfio Giuffrida
 

“Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare.

Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto, potrebbe lacerarsi e andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io” mi sono impegnata a scriverla!».

«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».

A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto.

La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante».

Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro e a schierarsi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.

A un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse. Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.

Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese.

«Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre e una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?

Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità e intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi.

Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui. Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?».

Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace e il silenzio regnò di nuovo su quella scena.”

I gay non sono tutti uguali!

Il mondo degli omosessuali è pieno di Ipocrisia. Molti possono esserlo apertamente, alcuni fanno parte di un ambiente equivoco in cui tutto è permesso e se ne vantano. Altri sono dei giovano sbandati e se ne fregano di essere chiamati “froci”. Ma quando l’omosessuale appartiene alla borghesia o vive in uno di quegli ambienti protetti (preti, magistrati, … ) allora devono farlo con “discrezione”. Possono, purché nessuno sappia apertamente.  

Il brano che segue è tratto da:  “Odore di sujo” il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida. Chi racconta è un giudice, già destinato a diventarlo quando era ancora ragazzo, per il semplice motivo che suo padre era un giudice ed anche suo nonno. Ma lui era omosessuale e voleva vivere la sua vita senza restrizioni.

Il romanzo è ancora allo stato di bozza. Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente sul mio sito http://www.alfiogiuffrida.com/ , dove già sono attive molte discussioni. Come va, secondo voi, un brano così? I suggerimenti possono essere inviati, in tutta riservatezza su:  alfio@alfiogiuffrida.com   

 
….  Omissis ..

Ma tutte le storie, anche le più belle, hanno le proprie spine. E le pugnalate a noi le hanno date i nostri genitori.

Quando si resero conto che la nostra amicizia era “particolare”, subito ci redarguirono, ci misero in guardia del peccato che stavamo commettendo, della figuraccia che avremmo fatto con la società, con i nostri amici, che ci avrebbero sbeffeggiato e calunniato.

Ci dissero della considerazione che le donne avrebbero tratto dal nostro comportamento, che ci avrebbero schivato come appestati, insultato come esseri diversi.

Mentre noi volevamo proprio essere diversi, lo facevamo di proposito. Dissi, a mia difesa, che «il mondo era cambiato, che molti erano come noi e lo facevano senza vergognarsene, in nome della libertà di amare.»

Mio padre mi rispose, alzando la voce e pronunciando la sua sentenza in modo solenne, sicuro della sua verità, come Mosè, quando dettò i Dieci Comandamenti : «Tu non puoi permetterti di essere un omosessuale! Non puoi mischiarti col popolino che fa quel che vuole! Tu hai dei doveri da rispettare! …

Non che ce l’abbia con loro,» aggiunse poi convinto, come per dare una spiegazione che desse forza alle sue affermazioni, «ma quando si parla di un frocio, ci si riferisce sempre ad un ambiente equivoco, a ragazzi perversi.

Tu non puoi prenderti la responsabilità di denigrare la categoria della gente per bene, dei magistrati, per il solo gusto di essere gay. Il tuo ceto sociale non te lo permette!

Sei nato in una famiglia agiata e ne hai sfruttato i benefici, hai avuto giocattoli belli e costosi, buoni amici, vacanze lussuose, hai sempre indossato vestiti firmati e scarpe comode. Ma tutto questo ha un risvolto che non puoi sottovalutare, hai degli obblighi da eseguire.

Hai già una strada fatta, capisci? Una vita programmata, con i suoi usi e le sue apparenze, a cui non puoi sottrarti!»

E dalle parole passarono ai fatti, ci cancellarono dalla scuola pubblica. Dovemmo abbandonare il nostro ambiente, o nostri amici. Ci trasferirono in due istituti diversi, internati come detenuti, lontani, in due distinte città.

Entrambi abbiamo sofferto come condannati per crimini che non capivamo, reclusi come ladri per un delitto che non sentivamo di aver commesso.»

Guardò il cappellano, rimasto estasiato ad ascoltarlo.

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«Ero solo, disperato della mia nuova situazione. Mi commiseravo da solo per la cattiva sorte che mi era stata imposta. Ma non ero pentito dei miei sentimenti. Non avevo più amici, né avevo intenzione di trovarne.

L’unica cosa che chiedevo ai miei nuovi compagni di classe era di darmi qualche notizia di Attilio. Quella era la Speranza, la sola ragione che mi teneva in vita. Quella vita, che mi fu imposta, aggiunse una frustrazione a quella che già avevo. Pensai anche al suicidio, ma non fui capace di metterlo in atto.

Passò molto tempo finché venni a sapere dove si trovava Attilio e mi consolò molto il fatto che, mi dissero, lui faceva lo stesso nei miei confronti. La nostra, dunque, era storia d’amore vera? Destinata a durare?

Oppure era solo il risvolto di una contestazione generalizzata, nata da un senso di disagio globale e alimentata da una noia senza pari che, nei giovani, aveva preso il posto della alacre voglia di fare, propria del secondo dopoguerra?

Mi accorgevo che i miei ragionamenti mi portavano lontano dai discorsi dei miei coetanei, ma la mia solitudine mi induceva a riflettere sulla vera essenza delle nostre azioni, sulle reali necessità della nostra vita quotidiana.

Mi veniva il dubbio che la crisi di questi ultimi venti anni non fosse economica come abbiamo sempre pensato. In fondo abbiamo sempre avuto cibo a volontà e vestiti eleganti da indossare, un benessere generalizzato da godere ed anche un superfluo di cui non abbiamo più saputo fare a meno.

Probabilmente la vera crisi era nella mancanza di affetti, di ideali da raggiungere, di figure simboliche da rispettare! 

Forse era il crollo della famiglia, come istituzione, che stava dando alla nostra società il contraccolpo della tanto sospirata emancipazione che avevamo raggiunto? Dunque c’erano ancora dei doveri da rispettare e non solo dei diritti da far valere ad ogni costo.

E di certo c’era anche un risvolto negativo nella iperbolica avanzata della tecnologia, che ci aveva liberato dal lavoro manuale, da prendere in considerazione. Non avevamo tenuto conto che la noia poteva essere peggio della fame? Lo scotto che il benessere richiedeva per aver messo fine ai sacrifici?

 

Era l’ultimo anno del liceo, quando cominciammo a risentirci. Dapprima con dei furtivi messaggi affidati a pezzetti di carta fatti passare di mano in mano, tra compagni di classe ed amici compiacenti, né più né meno dei pizzini con cui la mafia si scambiava ordini ed  intimidazioni.

Poi, a poco a poco, qualche appuntamento furtivo, ritagliato con cura alla nostra vita, fatta di studio e di meditazione.

Ci vedevamo in una grotta, lurida e squallida per tutti gli esponenti della nostra società, ma accogliente e romantica per noi due. Un angolo di paradiso dove poter di nuovo assaporare i baci e le carezze, l’uno dell’altro. Per qualche mese ero ritornato a vivere.

Ma un giorno, mentre eravamo in estasi a guardarci negli occhi, sull’uscio apparve mio padre, furioso come un toro, con gli occhi di fuoco come il diavolo.

Ci alzammo di scatto e ci stringemmo l’uno all’altro, in un turbine di adrenalina, che mi fece elaborare in un attimo dei discorsi, che non furono mai fatti, a difesa di quei diritti che nessuno aveva intenzione di rispettare.

“Infame”, fu l’unica parola che pronunziò mio padre, deciso a farmi una di quelle ramanzine che non te le scordi. E in quel momento nelle sue mani si materializzò una pistola che non avevo mai visto prima, con cui, forse, voleva solo dare forza ed autorità ad un discorso che io non ebbi assolutamente voglia di ascoltare.

Ma io fui più veloce e mi lanciai su quell’arma, per togliere a lui quell’autorità che lui voleva impormi. O forse, per farla finita! Vista la situazione, ne avevo proprio voglia!

 

Ma quella colluttazione non avvenne, perché Attilio, con la generosità di un compagno, scattò in mezzo a noi due, pronto ad impedire un gesto che non doveva neanche essere pensato. In quel momento, maledetto istante, da quell’arma partì uno sparo.

Un solo colpo che andò dritto al cuore del più generoso. Lo udii solo pronunciare il mio nome. Chissà cosa voleva dire, forse addio, è stato bello, non ti scordar di me, o forse chissà, magari implorarmi a perdonare, un giorno, quel bieco che aveva sepolto i nostri sentimenti, senza neanche far loro un funerale.

Io rimasi muto a quella scena, in verità non parlai più per una settimana. Vidi una macchia di sangue allargarsi sul suo petto, un rivolo rosso uscire dalle labbra, due occhi spalancati che mi fissavano e mi dicevano mille cose.

Poi anche il volto del bieco cambiò espressione. Da adirato diventò atterrito. Farfugliò qualche cosa, ma io non capii nulla. Provò a toccarlo, a mettere due dita sulla sua carotide. Poi si girò verso di me con uno sguardo pieno di disprezzo.     

Io mi sentii colpevole, non so se lui si sentì mai tale, forse era solo indispettito per il gesto che io avevo compiuto, costringendo lui, giusto Giudice, a ristabilire la legge con la forza. Quando lui decideva cosa voleva fare, tutto era prestabilito come da copione.

Nessuno poteva pensare che io mi potessi ribellare, e Attilio era stato solo un intruso, che si era posto in mezzo, per impedire a un padre di riportare il figlio sulla retta via, disposto a sacrificarsi pur di far valere l’ingiustizia!

Ipocrisia! È solo l’Ipocrisia che governa il mondo!

… omissis ..