martedì 10 luglio 2012

Padre padrone!

Il libro affronta anche un altro argomento interessante: quello del padre padrone. Era un argomento impellente un secolo fa, all’epoca della emancipazione della donna, ma sta tornando attuale adesso, a causa dello sbandamento della famiglia che, spesso, è causa di una mancanza di guida nei giovani, per cui essi trovano difficoltà a prendere le loro decisioni. E allora? Se il giovane è indeciso o lascia fare …, ecco che ritorna lo spettro del padre padrone.

Ma anche il giudice ha il suo ravvedimento: «Chi sono io, che da sempre ho voluto decidere il destino di mia figlia? »



È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line. Ecco i link:








Il vecchio rilesse il foglio e fu subito soddisfatto di ciò che aveva scritto. Vide con soddisfazione che non aveva bisogno di alcuna correzione, forse era stato ispirato proprio da quella Mano Divina di cui lui aveva parlato. Lo arrotolò come una pergamena, lo legò con un nastro di seta e lo ripose nel cassetto. Poi prese un altro foglio dalla busta e intinse di nuovo la penna nel calamaio. Si sentiva ispirato a scrivere chissà quante altre riflessioni, quanti errori, leggerezze o cattiverie aveva compiuto senza accorgersene. Forse la storia della sua vita, che fino a qualche ora prima lui aveva giudicato piena solo di successi e invece adesso si rendeva conto che molte cose era meglio si fossero realizzate in modo diverso. Volse lo sguardo verso la finestra e vide che fuori il cielo si stava illuminando di un Sole che nasceva oltre l’orizzonte, dando forma e calore ad un nuovo giorno. La luce dell’alba incalzava sulle tenebre e colorava la terra, preparandola ad una nuova vita, mentre lui sentiva che la sua esistenza era ormai al tramonto. Guardò il foglio sullo scrittoio e riuscì a scrivere solo una breve frase: “Nella mia vita ho sbagliato troppe volte. Ogni volta che ho fatto qualcosa, mi sono sempre compiaciuto del mio operato, perché pensavo di essere riuscito a realizzarlo meglio di quanto riuscissero a fare tutti gli altri uomini. Pensavo che ero stato io a prendere le decisioni giuste, ma mi sono sempre sbagliato. Non avevo mai pensato alla parabola del foglio, della penna e del calamaio!Perdonatemi!”.


lunedì 2 luglio 2012

La Smith & Wesson

È un brano del libro: “L'anno del Niño” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line. Ecco i link:








La poca luce illuminava il corpo del marito, riverso sulla scrivania, come se stesse dormendo, tuttavia non c’era alcun disordine nel resto della stanza semibuia. Si avvicinò in silenzio e lo scosse dalle spalle, ma lui non si mosse. La donna si rese subito conto che era accaduto qualcosa di molto grave, ma non aveva ancora capito cosa, il suo cervello non riusciva più a connettere e ragionare. Senza che lei se ne accorgesse, dalla sua bocca uscì un urlo di disperazione: «Luca? Che hai fatto? …  Rispondimi per carità, non abbandonarmi proprio adesso!»

Quella fu la prima volta in vita sua che vide il marito non più come un essere superiore, quasi divino, da venerare ed ossequiare, verso il quale il sentimento più profondo che lei sentiva era il rispetto. In quel momento, per la prima volta in vita sua, lo vide come una persona qualsiasi, verso il quale poté finalmente nutrire una strana sensazione di tenerezza e di affetto. Finalmente sentì verso di lui quel sentimento di amore che non aveva mai provato fino ad allora. In quel momento capì che anche lui, in fondo, era un comune essere mortale.

Il suo corpo si irrigidì, spalancò gli occhi, le vene del suo collo si ingrossarono a dismisura e lei gridò di nuovo con tutta la forza che aveva in gola: «Luca, che hai fatto? … Perché ti ho parlato in quel modo? Perché ho approfittato tanto della tua forza e della tua saggezza? E adesso cosa faccio? Cosa faranno Susanna ed il bambino senza di te? … Rispondimi per carità, non te ne andare!»

Era disperata, affranta, terrorizzata da quella nuova e grave situazione che si era verificata all’improvviso e che lei non aveva previsto. Come avrebbe fatto ad affrontare, da sola, il resto della sua vita? Come avrebbe dovuto risolvere i problemi della sua famiglia, lei che non si era mai preoccupata neanche di analizzarli un po’? Lo abbracciò con forza e lo baciò sulla testa, dove il sangue scorreva più copioso. Ma lei non vide nient’altro che il marito accasciato sulla scrivania, non badò se fosse morto oppure vivo.

Poi si scostò e lo scosse dalle spalle. Lo guardò con attenzione e vide che la sua mano destra stringeva ancora la pistola fumante. Era quella che lui teneva sempre nel cassetto della scrivania, della quale parlava raramente, ma quando qualcuno apriva il discorso sull’opportunità di tenere una pistola in casa, lui nominava con orgoglio quell’oggetto che lui custodiva come un feticcio.

«Quella non è una pistola qualsiasi», diceva con voce solenne, mentre i suoi occhi brillavano di una stana luce,  «quella è proprio un gioiello della tecnica! È una “Smith & Wesson” con il manico intarsiato, di grande pregio e costruita con materiali di assoluta purezza, che ho comprato a New York, una volta che andai in quella città per un convegno di lavoro. Era in una armeria piccola ma specializzata in pistole di precisione,  il proprietario era un generale a riposo dell’esercito federale statunitense, che me la consigliò spiegandomi i suoi innumerevoli pregi. In effetti notai anch’io l’enorme differenza tra la pistola d’ordinanza che avevo imparato ad usare durante il servizio militare e quel gioiello, che oltre ad essere un’arma può sicuramente essere considerata un oggetto di culto e di vanto. Io la tengo custodita sempre sotto chiave, in un cassetto dove posso accedere solo io, ma se qualche ladro riuscisse ad entrare in casa mia, dovrà fare i conti con quella. E poi vedremo se qualcuno riuscirà a mettermi in galera».

La moglie ricordava l’orgoglio con cui il marito diceva quelle parole e, pur non capendo nulla di armi, guardava quell’oggetto come una fonte di sicurezza in casa, in rispetto alle lodi che le faceva il marito. E invece quell’arma così enfatizzata l’aveva usata proprio contro se stesso.


La leggenda di Penna, carta e calamaio

È un brano del libro: “L'anno del Niño” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line. Ecco i link:








Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare. Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto potrebbe lacerarsi ed andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io”mi sono impegnata a scriverla!».

«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».

A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto. La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante».

Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro ed a schierasi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.

Ad un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse. Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.

Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese. «Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre ed una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?

Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità ed intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi. Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui. Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?». Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace ed il silenzio regnò di nuovo su quella scena.”



Il Cammino di Santiago

È un brano del libro: “L'anno del Niño” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria ma è più facile acquistarli on line. Ecco i link:

http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?ty=1&query=giuffrida

http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida





Da  Leòn il percorso diventava più difficoltoso, con aspre salite e ripide discese, ma Isabella non si fece intimidire da quelle difficoltà. Passarono per “Hospital de Órbigo”,  famoso per lo stupendo ponte sul Rio Orbigo, lungo 204 metri con 20 arcate, uno dei più antichi di Spagna, importante punto di riferimento del Camino, poi videro Astorga, di origine romana con importanti testimonianze dell’antichità, come le mura, la “cloacha romana” e le terme.

A Ponferrada, cittadina medievale con un bel centro storico, videro il  “Castillo de los Templarios”, che  fu un importante centro di potere dell’Ordine dei Templari, molto interessante per la sua perfetta conservazione.

A Villafranca del Bierzo videro l'Iglesia de San Francisco, che secondo la tradizione fu fondata da San Francesco d'Assisi. Attraversarono quindi un paio di paesi di origine celtica, tra cui “o' Cebreiro” un caratteristico villaggio fatto di case rotonde dal tetto di paglia dette “Pallozas” e Sarria, con un centro storico rimasto intatto come nel medioevo, quando era un importante punto di sosta per i Pellegrini. 



Dopo altre due soste, giunsero infine a Santiago de Compostela, si addentrarono nel centro storico fino alla Cattedrale e arrivarono al “Portico de la Gloria”, dove c’era la statua del Santo che è il punto finale del cammino. Visitarono lo stupendo Santuario, all'ingresso c'era la statua del “Santos dos Croques”, dove tutti e tre appoggiarono la fronte perché, secondo la tradizione, facendolo tre volte di seguito si otteneva la  saggezza e la fortuna che era lo scopo del pellegrinaggio, all’interno  c’era il famoso “botafumiero”, un enorme incensiere che è fatto oscillare da otto uomini, davanti al quale si inginocchiarono per chiedere le grazie che desideravano.



Era quasi sera quando si recarono al “Convento di Santa Lucia” e chiesero di poter conferire con la Madre Superiora. La Suora li accolse con affetto e subito condusse Alberto ed Isabella nelle due stanzette separate ma attigue che aveva fatto preparare per loro, poi portò Manuela nella sua cella.

Quella sera cenarono da soli, ognuno nella loro stanza, le suore infatti avevano già cenato nel tardo pomeriggio, poi si riunirono in preghiera assieme alle altre monache, infine andarono a letto ognuno nella propria stanza. I due “promessi sposi” si guardarono negli occhi, entrambi avrebbero avuto il desiderio di poter dormire assieme, come avevano giurato al ritorno dall’amazzonia, ma non osarono chiederlo, in fondo era giusto così.

La mattina seguente una suora bussò alla porta di Manuela e la condusse nello studio della Superiora, qui avvenne il colloquio con il quale la giovane chiedeva di prendere i voti, poi entrambe si recarono nell’ala del convento riservato alle novizie e la Madre le mostrò quella che sarebbe stata la sua cella definitiva, dove sarebbe rimasta in isolamento per tre mesi.

Manuela era felice della scelta che aveva appena fatto, sentiva di avere bisogno di pace e solitudine, tuttavia chiese una sola eccezione, poter assistere al matrimonio dell’amica. La Suora tentennò un po’ la testa, poi accennò un sorriso e disse, vediamo se sarà possibile.

Fece quindi chiamare Alberto ed Isabella, consultò i documenti che avevano con se e quelli che erano già arrivati dall’Ecuador, vide che erano validi e completi, disse che la cerimonia si sarebbe svolta nella cappella del Convento ed il celebrante “Don Pedro” era pronto in qualsiasi momento, del resto non c’erano invitati, ma solo alcune suore che avrebbero svolto il compito di testimoni.

Chiese quindi loro di provvedere a prenotare il viaggio di ritorno in modo che, appena sposati, potessero partire alla volta di Quito e confermare la loro unione.



Il giorno dopo, alle ore undici in punto, Alberto ed Isabella erano davanti all’altare assieme alla Madre Superiora, c’era anche Manuela, emozionata più di loro e un gruppo di dodici suore, tra cui una con il compito di suonare l’organo.

Don Pedro, che sapeva tutta la loro storia perché la Superiora lo aveva informato nei minimi particolari,  guardava incuriosito il ventre di Isabella, inizialmente la sua voce era un po’ stentata, li scrutava negli occhi per capire i loro sentimenti, poi il suo sguardo diventava sempre più benevolo e la sua voce sempre  più dolce.

Isabella ed Alberto erano soddisfatti di essere finalmente davanti all’altare e sereni di avere davanti a loro una vita che avrebbero vissuto con amore e rispetto, questi loro sentimenti trasparivano dai loro sguardi e intenerivano il prelato, che si convinceva sempre più che quello che stava celebrando era il più bel matrimonio della sua vita. Quando la suora intonò l’Ave Maria, tutti si commossero, compresi Don Pedro e la Superiora, la qual cosa non era mai successa prima.

Al termine della cerimonia, Manuela li salutò con un bacio di affetto, poi si ritirò nella sua cella accompagnata da una suora. Don Pedro e la Superiora accompagnarono gli sposi nell’atrio dove erano pronte le valige ed un taxi e fecero loro l’augurio di una vita serena, piena di salute e di felicità. Prima di accommiatarsi la Suora disse loro di ritornare tutte le volte che potevano, sia per far visita a Manuela, ma anche perché lei avrebbe avuto il desiderio di conoscere quel Niño e tutti gli altri che sarebbero arrivati.

Alberto e Isabella risposero felici con un cenno del capo, poi Alberto aggiunse con convinzione, «Torneremo senz’altro» disse, «l’anno del Niño, quello meteorologico, è ormai passato, questo è l’anno di un nuovo Niño, quello benedetto dal Signore, che ci darà la gioia e la felicità per tutto il resto della nostra vita».