mercoledì 13 febbraio 2013

Cristoforo Colombo Meteorologo.


Era il 12 ottobre 1492, quando Cristoforo Colombo, al comando di tre imbarcazioni spagnole, approdò sulle coste di un'isoletta dell'Arcipelago delle Bahamas, che ribattezzò con il nome di San Salvador, mettendo la sua firma su uno degli eventi più significativi della Storia: "la Scoperta dell'America".

Sicuramente Cristoforo era  un abile diplomatico, capace di convincere la Regina Isabella ad affidargli una missione rischiosa e costosa, senza avere in cambio nulla di certo. Ciò che ha dato fiducia alla Regina di Spagna saranno state le sue eccezionali referenze di esperto navigatore nonché di cartografo, ma ciò che la Regina forse ignorava erano le sue eccellenti conoscenze nel campo della meteorologia!

Se, come spesso viene rappresentato, egli avesse solamente arrotolato una carta geografica di allora e mostrato la via più breve per raggiungere le Indie, navigando verso ovest, non sarebbe mai arrivato in America, perché i venti lo avrebbero sospinto verso l’Europa rendendo impossibile la sua rotta.

C’è una sola risposta a questa domanda: Colombo aveva delle ottime conoscenze di meteorologia!

Come molti marinai egli conosceva gli alisei, sapeva dove soffiavano e sapeva anche che lo avrebbero portato a sud della regione che lui voleva raggiungere. Ma egli conosceva anche i Controalisei (Trade Winds) e sapeva che con essi sarebbe potuto ritornare in Spagna. In altre parole, egli aveva una globale conoscenza della Circolazione Generale dell’Atmosfera!

Colombo ebbe la geniale intuizione di iniziare il suo viaggio dirigendosi verso le Canarie, in modo da prendere gli Alisei favorevoli. Il percorso che lui programmò con assoluta ostentazione di sicurezza non era tuttavia una cosa ovvia, basta pensare un attimo: avere questi venti così favorevoli alle spalle durante il viaggio di andata generò nei marinai il timore di non poter più tornare indietro, perché contrari al ritorno.

Ma arrivato in quelle isole, egli fece una sosta che allora sembrò inspiegabile: troppo lunga per fare gli ultimi rifornimenti prima della grande traversata.

Forse c’è ancora un aspetto misterioso nel suo fantastico viaggio che lo ha portato alla Scoperta dell’America!

Ciò che sorprende nell’impresa delle tre caravelle è la totale assenza di maltempo durante il lungo viaggio e la perfetta scelta dei tempi e del tragitto durante la traversata.

Colombo scelse per il suo viaggio una traiettoria molto bassa, lontano dalle violente tempeste del Nord Europa, ma al di sopra dell’area di formazione degli uragani.

La scelta della lunga sosta alle Canarie appare oggi fondamentale dal momento che essa permise a Colombo di  evitare non solo la zona, ma anche la stagione in cui si formano gli uragani, dal momento che i cicloni tropicali atlantici raggiungono la massima frequenza tra agosto e settembre, per poi diminuire considerevolmente a ottobre.

Troppi elementi favorevoli per pensare che sia stata solo fortuna. È verosimile invece che Colombo, grazie alle sue eccezionali conoscenze della meteorologia ed alle sue attente letture del “Milione” di Marco Polo, sapesse già dell’esistenza dei tifoni nel Mar della Cina, che avvengono nello stesso periodo degli uragani ai Caraibi.

“Il Milione” è stato scritto e tradotto in numerose versioni, non sappiamo  quale sia stata quella letta da Colombo, nè se in essa erano riportate notizie sulle violente perturbazioni, oggi chiamate Tifoni, che si abbattevano sulle coste della Cina e che in Europa, di pari violenza, erano quasi sconosciute. Ma se Marco Polo ha dato notizia di qualcuna di queste perturbazioni e, con la sua proverbiale meticolosità ne ha descritto il periodo in cui esse avvenivano, sicuramente Colombo ha fatto tesoro di tali informazioni. Forse è stato questo particolare che lo ha indotto a partire a settembre anziché ad agosto! La lunga traversata dell'oceano difatti iniziò solo il 6 settembre: Colombo navigò pressoché in linea retta, tra i paralleli 26 e 30, un po' più a nord della linea del Tropico del Cancro, convinto di poter arrivare così sulle ricche coste di Formosa.

La notte di giovedì 11 ottobre, Colombo si disse convinto di avere intravisto in lontananza una luce, «como una candelilla que se levava y se adelantaba» ("come una piccola candela che si levava e si agitava"). E fu alle due di notte di venerdì 12 ottobre 1492 che Rodrigo de Triana, a bordo della Pinta, distinse finalmente la costa. “Terra! Terra!”



Il mito di Enea

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Naufragio: oggi si parla tanto della tragedia della nave Costa Concordia, il cui naufragio è accaduto proprio un anno fa. Al riguardo si invita a leggere il libro “Quella notte al Giglio”, di Alfio

Giuffrida, che racconta quei momenti terribili. Spesso lo si accomuna ad un altro naufragio famoso: quello del Titanic, avvenuto cento anni fa. Tuttavia, quando si parla del naufragio di una nave, si pensa subito alle condizioni del tempo e si immagina un mare tempestoso. Eppure questi due famosi naufragi sono avvenuti con il mare perfettamente calmo.

E quando si parla di mari tempestosi, a tutti noi ritorna alla mente un libro famoso: l’Eneide, che narra come da una serie di tempeste e peregrinazioni, di interventi divini e di fatiche umane, sia nata la stirpe di Roma e del suo glorioso Impero, al quale tutti noi italiani ci sentiamo molto legati.

Ma fu un naufragio quello che portò Enea nei pressi del Tevere? Oppure egli scelse volutamente le coste laziali per fondare una nuova civiltà con gli esuli della sua amata Troia?

Come si racconta nell'Eneide, Enea, figlio della dea Venere, fuggì da Troia, ormai presa dagli Achei, con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio. La sua meta era l’Etruria la cui popolazione era legata a Troia da molti fattori, ma il viaggio che egli percorse per raggiungerla fu lungo e pericoloso. Dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo, Enea approdò nel Lazio nel territorio di Laurento.

Qui venne accolto con ostilità da Latino, Re di quella “città stato” ma, secondo una delle tante leggende che raccontano quelle gloriose vicende, il destino volle che il re italico fosse vinto in battaglia e costretto a fare pace con l'eroe troiano. Si narra, inoltre, che una volta conosciuta la figlia del re, Lavinia, i due giovani si innamorassero perdutamente l'uno dell'altra, anche se la ragazza era stata promessa in sposa a Turno, re dei Rutuli, che vivevano nel territorio della vicina città di Ardea.

L'amore dei due giovani costrinse il vecchio padre, Latino, ad assecondare i desideri della giovane figlia ed a permetterle di sposare l'eroe giunto da Troia, pur sapendo che prima o poi avrebbe dovuto affrontare l’ira di Turno. Ben presto infatti scoppiò la guerra tra Latini e Troiani da una parte e Rutuli dall’altra. In una prima fase furono i Rutuli ad avere la meglio, grazie alla momentanea assenza di Enea, ma il ritorno in campo dell’eroe troiano segnò la svolta decisiva nel conflitto. Allora Giunone, dea da sempre ostile ai troiani, sottrasse Turno all'ira di Enea con un incantesimo, trasportando il re rutulo nel suo palazzo. Ma l’ira di Turno era irrefrenabile e ben presto i buoni propositi del partito favorevole alla pace furono battuti, per cui egli ritornò a combattere, scatenando il suo esercito e tentando il tutto per tutto. Dopo una prima battaglia, terminata a favore dei latini, seguì una tregua, ben presto violata; nell'ultimo decisivo scontro Turno venne affrontato in duello da Enea e ucciso.

Nel poema virgiliano i Rutuli sono guerrieri fieri e valorosi, disposti a tutto per il loro re Turno quando questi dichiara guerra ai troiani. Dopo la dura sconfitta, la loro civiltà decadde rapidamente e di essi si è parlato poco per oltre 2000 anni.

La loro stirpe tuttavia è sempre orgogliosa di vivere in quel territorio che fu sede così cruenti scontri. Al giorno d’oggi il loro nome è rievocato da un coro polifonico ormai famoso: i “Rutuli Cantores”, che tengono altro il nome di Ardea e della sua gente con i loro concerti in tutto il Lazio, ma anche in molte altre regioni italiane ed all’estero, partecipando a Rassegne e Concorsi corali. La spinta decisiva alla loro notorietà è arrivata nel 2001, con la direzione del Maestro Costantino Savelloni, già direttore di un altro complesso polifonico: “Lo Strambotto”, ambientato ad Acilia, un’altra località storica dell’antica Roma, il quale ha saputo sfruttare due repertori diversi, se pur simili, per i due cori, ottenendo con entrambi strepitosi successi. 



 

Quella notte al Giglio.


Quella notte al Giglio è il titolo del mio ultimo romanzo, scritto d’impeto subito dopo la tragedia della nave Costa Concordia, perché irritato da quella frase “Salga a bordo cazzo!”, che in quel periodo incredibile era diventata un ritornello e, quel che è peggio, sembrava essere riferita non solo al Comandante Schettino, ma a tutti gli italiani. Oggi siamo ad un anno dal giorno di quella tragedia. A che punto stanno le indagini? Cosa ricordiamo di quei momenti in cui stentavamo a credere che una tragedia così grande fosse accaduta solo per un gioco?

C’era inoltre un altro motivo che mi ha spinto a scrivere questo libro: per tutta la durata dei soccorsi e della messa in sicurezza della nave, non si è visto pressappoco nessun meteorologo. Penso che la presenza di un professionista che avrebbe potuto dare preziose informazioni sull’andamento del tempo, sarebbe stata preziosa. Eppure, all’interno della struttura della Protezione Civile, c’è un gruppo di persone, distaccate dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica, che elabora le previsioni del tempo 24 ore su 24.

Gran parte del romanzo infatti è ambientato all’interno del Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia Aeronautica, dove il personale in servizio forniva continuamente le previsioni alle forze dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile, delle Capitanerie di Porto e di tutti coloro che erano impegnate materialmente nei soccorsi e partecipava alle operazioni con la trepidazione di chi vuole dare un aiuto in tutte le sue forme ed invece può darlo solamente per telefono. Penso infatti che una squadra di meteorologi, dell’Aeronautica o di qualsiasi altro Ente che si occupa professionalmente di meteorologia, che fosse presente sul posto, pronta ad integrare le informazioni che provenivano per via telematica dai centri di previsioni, con quelle che avrebbe potuto osservare direttamente sul posto, avrebbe potuto fornire un aiuto maggiore in quei momenti drammatici.

Ma “Quella notte al Giglio” non parla solo di meteorologia o del brutto fattaccio avvenuto nella plancia di comando della Concordia, che poi è sfociato nella tragedia che tutti conosciamo.  “Quella notte al Giglio” è un romanzo, che narra della storia d’amore tra due sposini coreani, Park e Bae, la cui vita viene ad intrecciarsi con quella di una giovane coppia di italiani, Alex e Silvia. Le due coppie hanno vissuto assieme un’avventura nata dalle emozioni suscitate dall’inchino all’isola di Procida che la Concordia ha eseguito nel 2010 e che è proseguita tra il ricordo di un dramma che il giovane coreano aveva vissuto nella sua infanzia. C’è poi un accenno al senso del dovere che aveva spinto Silvia a trascurare il marito per dedicarsi all’amica che stava soffrendo un dramma, scaturito dalle sue iniziative. Il libro pone un quesito ai lettori: è giusto che una donna, per aiutare un’amica, metta a repentaglio l’armonia della sua famiglia? Fino a che punto a che punto può arrivare il senso di colpa?

E poi c’è una emozionante storia  di condivisione di affetto: un maestro di Kung Fu che, con profonda passione, dedica la sua vita a questa antica e nobile arte cinese. Egli è anche un abilissimo forgiatore di pugnali che non sono solo una perfetta arma di difesa, ma vere e proprie opere d’arte. Ad uno di questi egli vuole infondere un potere eccezionale, facendone quasi un oggetto di culto. E quando si accorge che un suo allievo condivide appieno l’amore e la passione verso l’arte marziale alla quale entrambi sono votati, lo regala a lui, svelandogli una profezia: questo pugnale, un giorno, salverà la vita a chi lo possiede.

Questa storia, al di là degli aspetti puramente romanzati, è ispirata ad un fatto reale: un pugnale che il Sifu Nikitas Petroulias aveva costruito per se, usando l’antica tecnica del metallo damascato e che poi ha  donato al Maestro Mauro Narrante, poiché entrambi, dalla filosofia nascosta sotto la durezza delle arti marziali, hanno tratto il loro stile di vita.

E, per finire, “Quella notte al Giglio” è uno sprono, dedicato a tutti coloro che amano gli animali, affinchè riflettano su una strana imposizione: “perché cani e gatti e tutti gli animali da compagnia non sono ammessi sulle navi da crociera”?

Questo divieto è basato su conseguenze gravi che ne possano scaturire, oppure è superabile con qualche accorgimento ed un po’ di buona volontà. Se questo divieto non ha un fondamento insuperabile, allora forse possiamo fare qualcosa affinchè gli “animali di compagnia” possano far compagnia ai loro amici padroni anche sulle navi da crociera, anzicchè essere abbandonati, legati a un guard rail dell’autostrada, quando i loro padroni si recano al porto per imbarcarsi su una nave.