lunedì 25 giugno 2012

I Tupamaros

Ennesima domenica di sangue in Nigeria. Attentati contro tre Chiese Cristiane hanno causato oltre venti morti, tra cui quattro bambini. Nessuna rivendicazione, ma la modalità è la stessa usata dal gruppo islamico dei Boko Haram. Secondo alcuni testimoni oculari, gli autori dell'attacco sono stati circondati dalla folla dei fedeli e sono stati linciati.

Ci chiediamo che cosa sia, effettivamente, il terrorismo e se le sue azioni siano, in qualche caso, giustificabili.  

Un profondo conoscitore della sua realtà, come Gianni Minà, (vedi il sito  http://www.misteriditalia.it/terrorismo-internazionale/america-latina/)  ha definito l’America latina il "continente desaparecido".

A fronte delle sue potenzialità, delle sue ricchezze naturali, della sua grande cultura popolare, della vitalità dei suoi popoli il Sud America oggi non è altro che questo: un pezzo di mondo che sta lentamente scomparendo e annegando nella miseria, nella violenza, nel caos.

Altri hanno definito il terrorismo “un’arma feroce quanto efficace, violenta quanto spettacolare, criminale e al tempo stesso politica. Ma soprattutto il terrorismo è un’arma.”.

Personalmente penso che qualsiasi problema esiste all’interno di una nazione, di una comunità o di un gruppo ristretto di persone, debba essere innanzi tutto “discusso”. È solo la discussione che può risolvere i contrasti, in modo completo e duraturo. Ma per discutere dobbiamo essere propensi a rinunciare a qualcosa!

Per questo, quando ho scritto il mio primo romanzo, ho pensato ad accendere i riflettori su questa necessità. Ho preso un episodio a caso, per il solo fatto che era avvenuto in coincidenza di un forte episodio del fenomeno del Niño in quella stessa parte del mondo. L’attacco avvenuto  in Perù, ad opera dei guerriglieri “Tupamaros”  a dicembre del 1996, quando un gruppo di circa 500 personalità diplomatiche che si trovavano all’interno dell’ambasciata del Giappone, per un ricevimento ufficiale, sono state sequestrate con una azione terroristica. Eccone qualche brano:   

“L’assalto all’Ambasciata del Giappone a Lima, non era stato un scherzo da poco, di quelli che si risolvono in tre ore. Ad effettuarlo era stato un gruppo di 14 terroristi del gruppo dei Tupac Amaru, guidati da Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che si erano introdotti in Ambasciata durante la festa per il compleanno dell' imperatore giapponese. Ad un tratto, durante il banchetto, un boato squarciò il salone del ricevimento, poi l’inferno. Vennero prese in ostaggio circa 500 persone tra gli oltre 600 invitati e il personale di servizio. «Trattiamo solo con il presidente Fujimori», scandivano i terroristi, che in cambio del rilascio degli ostaggi chiedevano la liberazione di un grande numero di loro compagni allora in carcere, tra cui il leader Victor Polay, detenuto da quattro anni.

E i guerriglieri Tupamaros non erano gente che scherzava. Essi si ispiravano a Túpac Amaru, l’ultimo sovrano Inca, nato a Vilcabamba nel 1530 e morto a Cuzco, il 24 settembre 1572, nel tentativo di restaurare l’Impero Inca dopo la conquista spagnola.”

Certo, in quel momento, quel gruppo di uomini disperati erano esaltati dalle proteste della gente, sicuramente vessata da delle ingiustizie. Ma era quello il modo di risolverle? Così nel romanzo viene messa in luce un’altra verità, sicuramente scomoda ai terroristi, che si rifiutano di accettarla.

“La gente a volte parlava dei Tupamaros come dei liberatori, paragonandoli a Che Guevara. Ma era proprio così? Alcuni criticavano la politica di Fujimori ma pochi credevano che quella dei terroristi potesse essere una soluzione valida per il governo del Perù.”

E poi, i terroristi sono effettivamente convinti di ciò che fanno, o la maggior parte di loro è interessata solamente alla ricompensa ottenuta per l’azione di sommossa che hanno realizzato? Certo che, dai resoconti di quell’azione a Lima si è venuto a sapere che:  

“Le notizie che arrivavano all’esterno non erano per nulla rassicuranti, si parlava di spari all’interno dell’ambasciata, ma erano solo delle voci, forse niente o forse decine di morti e feriti. L’unica cosa che si sapeva per certo, era il fatto che era stato organizzato un torneo di calcetto tra i terroristi e gli ostaggi, la qual cosa era vista come un esempio di grande socializzazione tra i più stretti seguaci dei Tupamaros, mentre la gente comune si convinceva ancora di più che ai terroristi interessava poco la sorte del popolo, ma solo quella dei loro compagni in carcere che vo-levano liberare. Per il resto, fuori non si sapeva nulla, ed era proprio quella la paura. Manuela era disperata, se era vero che in Perù c’era povertà e fame, era pure vero che lì si combatteva con la morte.”

E alla morte per fame loro avevano aggiunto quella del terrore, o della bestialità umana. Si perché le mamme dei civili uccisi dai terroristi, non piangono i loro figli in modo diverso. Il fatto che essi siano morti per una azione di terrorismo, pur se ne condividevano i fini, certo non le consola più di tanto.

E allora? Come ho sempre detto ….. discutiamone!

Altre notizie di carattere scientifico o sociale. si possono trovare sul sito : http://www.meteoweb.eu/, nella rubrica “La meteo pillola”.


giovedì 21 giugno 2012

Jim Morrison nel romanzo L’Anno del Niño

Riportiamo un brano del romanzo "L’Anno del Niño", per rivivere l'epoca dei Dorrs, dei Beatles e di tutti quelli che ancora ci fanno sognare! - Alfio Giuffrida: 
 
Era ancora un bambino quando era andato con la madre ad assistere ad una esibizione dei Doors e, come era prevedibile grazie al cognome di papà, era riuscito a salire sul palcoscenico, a sedersi alla batteria e picchiare con le bacchette su qualche tamburo, come potrebbe essere il sogno di ogni ragazzino. E poi c’era Lui, Jim Morrison, che gli aveva messo al collo la sua chitarra e aveva fatto finta di duettare con lui, facendogli vedere il suo modo di suonare e poi dicendogli «bravo, da grande diventerai un chitarrista anche tu». « No» aveva detto Michel, «voglio fare il batterista». «E’ vero, gli aveva risposto Jim, con le bacchette sei più bravo di John, impara presto, così suoneremo assieme». Così Jim era diventato il suo idolo, il suo punto di riferimento. Per lui Jim era diventato un fratello, un padre, una madre, anzi la somma di tutti loro, ed anche molto di più. Ma anche la rabbia, la vita spericolata, tutto ciò che era di Jim, per Michel era un  sogno da vivere  e da imitare.


 Così Michel, già da bambino, aveva troppi soldi in tasca e una spaventosa carenza d’amore, la sua casa era la discoteca,  il suo mondo era il gruppo di amici che gli stavano attorno, tutti più grandi di lui,  loro con  le chitarre, lui con la batteria, costosissima come ogni regalo di  papà. Quando  Jim morì, per lui il mondo si fermò. Pianse molto, prima in  silenzio, poi, a poco a poco, sempre più  apertamente, senza vergognarsene. Non gli  interessava  null'altro,  non aveva più punti di riferimento. Quando la madre riuscì a parlargli, lui le rispose una  sola  cosa: «voglio andar via da quì!» Non poteva resistere sentendo Jim ancora vicino, voleva evadere. Non c’era del resto, a Parigi,  una famiglia che poteva considerare la sua, anche gli amici, dopo la morte del Capo, si erano dispersi, per cui non aveva nessun legame che lo tenesse lì, anzi, solo traumi e ricordi da dimenticare. Poi, con una voce d'oltretomba, aggiunse: «solo quando morirò voglio tornare a Parigi, ed essere sepolto vicino a lui».


Prebisioni per il week end nel Lazio

domenica 17 giugno 2012

La vera storia del Sang Real

Un argomento che interessa milioni di cattolici sparsi in tutto il mondo, è quello di sapere cosa sia effettivamente il “Sacro Graal”. In effetti, prima della pubblicazione del libro “Il codice da Vinci” di Dan Brown, si ragionava poco su questo argomento e tutti eravamo convinti che, secondo la tradizione medievale,  si trattasse della coppa contenente il sangue di Gesù Cristo utilizzata nell'Ultima Cena.

L’origine del termine “Sacro Graal” risale al Medio Evo. Uno dei primi reperti da cui scaturì la leggenda, poi detta "del Graal", fu quello che al giorno d’oggi viene chiamato il Sacro Catino, ovvero il piatto, o calice, utilizzato da Gesù nell'Ultima Cena. Secondo alcuni studiosi si trattava di un vaso, intagliato in una pietra verde brillante e traslucida,  che fu ritrovato in Terrasanta, dal condottiero Guglielmo Testadimaglio, quando al fianco di Goffredo di Buglione contribuì in maniera decisiva alla caduta di Gerusalemme. Dunque si tratta di un oggetto, ritenuto giustamente sacro, in quanto ebbe un ruolo importante nell’Ultima Cena di Gesù.

Tuttavia, secondo una recente interpretazione, il sacro Graal deriverebbe da "sang real", ovvero il sangue della discendenza di Gesù, sposato con Maria Maddalena. Questa versione ha avuto una enorme credenza e diffusione dopo la pubblicazione del libro di Dan Brown.

Andando ad indagare su cosa sia avvenuto dopo la crocifissione di Cristo, si è visto che molti fatti non erano noti fino a qualche secolo fa. Quando gli apostoli dovettero lasciare Gerusalemme, san Giovanni con Maria Vergine, che gli era stata affidata da Gesù, venne ad Efeso. Morto San Paolo a causa della persecuzione di Nerone, san Giovanni diventò capo della Chiesa di Efeso e fece opera di propaganda della fede in tutta la regione. Alla sua morte fu sepolto alle falde dell'altura della rocca di Selgiuq e sulla sua tomba fu eretta una basilica che, durante l'impero di Giustiniano, venne trasferita nel luogo dove ora si trovano i resti della chiesa di san Giovanni.

Secondo i verbali del concilio di Efeso la Vergine rimase per un breve tempo in locali vicini a quella che fu la chiesa dove si svolse il concilio, poi si trasferì in una casa posta su un'altura oggi chiamata "monte dell'usignolo" e vi rimase secondo la tradizione fino all'anno 46 quando a 64 anni d'età fu assunta in cielo. Tuttavia della ubicazione di tale casa non si ebbe più notizia.

Fu solamente ai primi dell’800 che una donna tedesca, di nome  Anna Katharina Emmerick ebbe una visione mistica e scrisse un libro sulla vita di Maria indicando fra l'altro il luogo dove la Vergine avrebbe trascorso gli ultimi anni. Nel 1881, un sacerdote francese di nome Gouyet decise di recarsi ad Efeso e, con l'aiuto del vescovo di Smirne Timoni, trovò la casa di Maria, ma nessuno gli credette. Soltanto dieci anni dopo, grazie alle ricerche del frate Jung, coadiuvato dal direttore del Seminario di Smirne Pouline, si accettò che la rivelazione della Emmerick fosse esatta. Nel 1967 il papa Paolo VI e nel 1979 il papa Giovanni Paolo II si recarono ad Efeso e pregarono nella casa di Maria facendo sì che ormai tutto il mondo fosse d'accordo nel ritenerla tale. Anche l'attuale papa Benedetto XVI nel suo viaggio in Turchia ha visitato Efeso e pregato nella casa di Maria.

Dunque molti misteri di ciò che accadde in quel periodo sono rimasti irrisolti fino a qualche secolo fa.

Allo stesso modo, di Maria Maddalena si era saputo poco. Secondo la tradizione, la Maddalena, assieme ad altre donne citate nei vangeli, dopo la crocifissione sarebbe fuggita dalla Palestina su una barca per approdare in Provenza assieme al figlio avuto da Gesù. Avrebbe poi risalito il Rodano raggiungendo la tribù dei Franchi, che non sarebbero stati altro che i discendenti della tribù ebraica di Beniamino nella diaspora. I Merovingi, i primi re dei Franchi, proprio a causa di questa origine avrebbero avuto l'appellativo di re taumaturghi, ovvero guaritori, per la loro facoltà di guarire gli infermi con il solo tocco delle mani, come il Gesù dei vangeli. Dunque la storia narrata da Dan Brawn potrebbe esser vera!

Quando ero impegnato a scrivere il romanzo “Deserto Verde” ero interessato a questo argomento e, per saperne qualcosa di più, mi ero rivolto ad  un sacerdote.

La risposta fu che: “A quel tempo Gesù e tutta la sua famiglia erano sotto i riflettori di tutti. Se fosse stato sposato o addirittura avesse avuto un figlio, sicuramente se ne sarebbe parlato nei Vangeli. Invece non se ne fa alcuna menzione, quindi la storia del suo matrimoni con la Maddalena non può esser vera!”. La deduzione è sicuramente molto ragionata e non lascia adito a dubbi! Tuttavia si potrebbe obiettare che questa verità è ottenuta per esclusione, per cui, forse, è bene indagare ancora un po’. Per questo, nel libro “Deserto Verde”, ho voluto riaprire l’argomento:

“Ma qui mi sorge un altro dubbio: Cristo ci ha lasciato anche dei discendenti oppure no?

Secondo alcune recenti interpretazioni sembra che il suo “Sang Real”, come i francesi chiamarono i discendenti di Gesù Cristo e di Maria Maddalena, dopo che quest’ultima approdò in Provenza con il suo figlioletto, sfuggendo alle persecuzioni che si susseguivano in Palestina dopo la morte di Gesù, si sia diffuso su tutta la Terra da quasi duemila anni.

Tuttavia questa teoria non è stata mai avallata dalla Chiesa. Inoltre essa ha avuto origine solo dopo la scoperta di alcuni documenti segreti sulla storia di Cristo, rinvenuti ad Orleans alla fine della seconda guerra mondiale, ma anche questi potrebbero essere di dubbia autenticità.

Forse la Chiesa vuole ignorare l’ipotesi che Gesù avesse avuto effettivamente una moglie e dei figli perché il Cristianesimo prevede che voi preti non potete sposarvi? E perché tutto questo?

Penso che il matrimonio non c’entri niente con la missione che i religiosi devono svolgere.

Vedo che i sacerdoti di altre religioni, anche molto vicine alla nostra, possono sposarsi regolarmente, eppure tutto funziona bene. Forse una persona sposata e con dei figli, può capire meglio i veri problemi della famiglia.



In effetti, il periodo della predicazione di Gesù e quello immediatamente successivo alla sua crocifissione, furono caratterizzati da una sequenza di eventi storici pieni di misteri.

                Da sempre si favoleggia di misteriosi dossier segreti che il Vaticano custodirebbe nei propri archivi. Ma esistono veramente queste testimonianze antiche che, se divulgate, potrebbero cambiare la storia del mondo?

Sicuramente la possibilità di leggerli liberamente ed integralmente, potrebbe dare un enorme contributo alla conoscenza storica dei fatti mentre, se è vero quanto molti affermano, il loro contenuto è noto solo in piccola parte. Sembra infatti che l’accesso ad una parte di essi si verificò solo agli inizi del 1800, quando Napoleone Bonaparte ne impose al Papa la consegna delle chiavi.

Quella breve apertura svelò tuttavia alcuni eventi di cui non si aveva notizia o si era persa ogni traccia, come ad esempio l’esistenza del Priorato di Sion e dell’Ordine dei Templari oppure le carismatiche predicazioni di Pietro l’Eremita che portarono i potenti di tutta Europa ad indire la Prima Crociata.

Non pensa, Monsignore, che la chiesa dovrebbe chiarire, una volta per tutte, questo mistero?

Io credo che, se tali archivi segreti esistessero veramente, il poter accedere a queste notizie e poter discutere pubblicamente di questi argomenti ingigantirebbe l’interesse sulla storia di Nostro Signore. Inoltre sono certo che rafforzando la conoscenza ne guadagnerebbe di sicuro anche la fede. 

Nonostante questi dubbi, la mia fede in Cristo è salda, vorrei solo che ci fossero un pò meno misteri. Non è questa una esigenza giusta e forse condivisa da molte altre persone?».

Ecco adesso la discussione è nuovamente accesa, potete esprimere il vostro parete tramite un commento.

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Sul sito : http://www.meteoweb.eu/  troverete altre notizie sulla data della nascita di Cristo (25 dicembre o 13 novembre)




mercoledì 13 giugno 2012

Padre padrone

Il problema del “padre padrone” esiste ancora??? Era molto in voga un secolo fa, al tempo della emancipazione della donna, ma poi sembrava del tutto scomparso. Adesso invece sono i giovani a non saper decidere sui fatti più essenziali della loro vita. Il crollo della famiglia ha fatto mancare loro quella “educazione” che era ed è essenziale per affrontare i sacrifici che la vita impone e quando c’è da prendere una decisione i giovani non sanno prenderla. Ecco che allora interviene il padre, che prende una decisione! Ma è quella giusta? Oppure è quella che è convenuta a lui? Oppure è il padrigno a prenderla? E, in questo caso, è ciò che serve al giovane o il padre se ne è solamente “lavato le mani”??

Nel libro “L’Anno del Niño” si affronta tale argomento, per discuterne.

Ecco il brano in cui Manuela ha bisogno del consiglio del padre, mentre lui, con tanta ignoranza e senza neanche un po’ di diplomazia,  “se ne lava le mani”, gettando la figlia nello sconforto.



<< Ad un tratto vide sulla riva sinistra un gruppo di capanne fatte un po’ meglio delle altre, si avvicinò e in lontananza scorse la figura di Manuela. Era seduta su una panca e guardava verso il mare, ma il suo sguardo era assente, la sua mente era altrove.

Si diresse verso riva e cominciò a chiamare l’amica e fare gesti con le braccia, ma lei non si mosse, ad un tratto dalla capanna uscì il nonno, che riconobbe Isabella e le fece cenno di avvicinarsi.

Quando Beppino abbracciò Isabella, fra di loro ci fu grande commozione, piansero assieme di gioia e di dolore, affranti entrambi nel vedere lo sguardo di Manuela, che da quando si era allontanata dal padre era rimasto sempre perso nel nulla e la sua bocca non aveva più proferito alcuna parola.

In quel momento avvenne un piccolo miracolo che il nonno notò subito e lo fece gioire: sulle guance di Manuela era apparsa una lacrima. Fu quello il primo segno di esternazione di un dolore profondo, troppo a lungo cementato nel suo cuore. Questo riaccese nel nonno la speranza di una prossima guarigione di Manuela e la gioia lo fece ridere e saltare come un ragazzino, vide le due donne avvicinarsi e stringersi in un caloroso abbraccio e questo fu per lui la grazia più grande che il Signore gli avesse potuto concedere.

«Sei tornata da me,» disse Manuela alla sua amica ritrovata, «c’è ancora qualcuno con cui mi posso confidare, a parte il nonno. Aiutami Isabella, ti voglio bene, solo tu puoi aiutarmi».

Erano due mesi che Manuela non parlava, non rideva e non piangeva, mangiava solo qualcosa perché imboccata dal nonno, il suo sguardo era rimasto vuoto da quando, tornata a casa dal suo viaggio a Parigi, con lo sguardo assente e la mente vuota, con un filo di voce aveva detto alla madre quello che era successo. Avrebbe voluto una reazione dalla madre, che potesse scuoterla dallo stato di torpore in cui era caduta, avere un bambino da far nascere, da una persona che non si ama, non è cosa da poco, aveva un’amica, ma in quella stessa occasione l’aveva persa. Purtroppo la madre non aveva saputo darle una parola di conforto, la sua educazione familiare era di quelle in cui era sempre l’uomo a decidere tutto. «Vai da tuo padre,» le aveva detto, «vedi cosa ti dice lui». Ma con il padre era andata peggio, forse non aveva capito la gravità della depressione in cui era caduta la figlia, alla quale dette solo l’impressione di averlo disturbato cercando di coinvolgerlo nel dovere affrontare un problema, nel quale non voleva assolutamente essere coinvolto.

Manuela aveva assolutamente bisogno di una parola di conforto, ma in mancanza avrebbe sicuramente preferito una reazione anche violenta, uno sfogo brutale da “padre padrone”, ma l’indifferenza no! Si sentiva rifiutata come figlia, abbandonata con il suo carico di responsabilità e dolore e sola, completamente sola ad affrontare la vita e i suoi problemi.

Da allora Manuela non aveva più parlato, neanche con Antoine, l’unico che era venuto a trovarli, poichè il nonno aveva telefonato a quel numero che la nipote custodiva gelosamente nell’agenda. Anche lui aveva affrontato un viaggio avventuroso per trovarli, oltre il volo da Parigi a Quito, seguendo le istruzioni che gli aveva fornito il nonno, era arrivato in macchina fino ad Esmeraldas e da li, non riuscendo a trovare altro modo per raggiungere la costa, aveva noleggiato un elicottero e si era fatto portare nella zona delle “capanne degli indigeni”, fino a trovare il vecchio bianco che parlava spagnolo.

Era sceso dall’elicottero con una scaletta a corda, così i due vecchi avevano parlato un po’ ed assieme erano andati da Manuela, lei lo riconobbe e pianse molto, ma non riuscì a dire una parola a quel brav’uomo che pure cercava di consolarla. Così Antoine dovette andar via, l’elicotterista che era rimasto in volo sopra l’isola fece cenno che non poteva aspettare più a lungo. Dette al nonno un bel po’ di soldi, che da allora lui tenne ben nascosti nella capanna, forse un giorno, tra la gente che ne conosce il valore, sarebbero potuti ritornare utili, ma in quella capanna non servivano a nulla, loro vivevano del pesce che pescava il nonno con la sua barca e non avevano bisogno d’altro.

>> 

Questi fatti accadono solo dove la popolazione è più arretrata o accadono anche in Italia. Esprimete il vostro parete tramite un commento.

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mercoledì 6 giugno 2012

Le medicine alternative

Al giorno d’oggi molte persone, soprattutto tra i giovani, hanno poca fiducia nella medicina tradizionale. Quando ci sentiamo male ecco allora che molti si rivolgono alle “medicine alternative”. Ma cosa sono? Possiamo fidarci di esse? E vero che: “se non curano la malattia, almeno non fanno male, come i medicinali tradizionali”?



Il sito wikipedia le boccia in toto: “Con il termine medicina alternativa si fa riferimento a un variegato e non omogeneo sistema di pratiche[1] per le quali non esiste prova dell'efficacia[2] o che se sono state sottoposte a verifica sperimentale ne è stata ravvisata la inefficacia (o, per talune di esse, anche la pericolosità)[2]. Per tali motivi non vengono ricomprese nell'alveo della medicina scientifica.” ( Da <http://it.wikipedia.org/wiki/Medicina_alternativa>  del 6/6/2012).

Il discorso quindi è interessante, soprattutto perché tocca la nostra salute.

Nel romanzo “Deserto Verde”, di Alfio Giuffrida, ad un certo punto compare la figura di uno sciamano!  È uno dei personaggi principali del libro. Buin, questo il nome del veggente, è nato” in Siberia, a Ulan Ude, nei pressi del lago Baikal, da una nobile famiglia di Buriati. Da bambino venivo condotto dai parenti della mia etnia alle sedute sciamaniche che si svolgevano in molti villaggi della Buriazia. Fin da giovane cominciai a dare dimostrazione dei miei poteri sul rito sciamanico, chiamando e accogliendo in me gli spiriti degli antenati. Affinai anche l’uso delle armi, con il fucile riuscivo a colpire il centro del bersaglio cento volte su cento.” (è un brano tratto dal libro).  

Secondo lo sciamanesimo esistono quindi delle persone dotate di poteri soprannaturali che gli permettono di curare le persone affette da alcuni mali che, per la medicina moderna ed ufficiale, sono incurabili.

Nel romanzo egli si trova costretto a curare una ragazza ormai spacciata perché è stata morsa da un ragno velenoso. Lui ha l’antitodo adatto a quel veleno, lo spalma sulla pelle dove la ragazza è stata morsa e inizia la sua danza rituale, quella che estrarrà il morbo attraverso la pelle. Ma non accade nulla. Buin aumenta la dose del suo unguento e riprende con più forza la sua danza liberatoria, ha usato  una quantità tale che sarebbe in grado di scacciare il male da qualsiasi persona, ma vede che ancora non è sufficiente, su quella donna il suo rito  non ha effetto. Alla fine una luce lo illumina, quella ragazza non reagisce al rito satanico classico perché …. è anche lei una sciamana!  È sua figlia, che lui non sapeva di avere avuto, perché concepita in una notte in cui una donna straniera che stava fuggendo, si era rifugiata da lui.

Ma al di là del racconto, gli sciamani esistono davvero oppure è solo una leggenda?

In effetti, uno dei motivi per cui ho inserito quel brano nel libro “Deserto Verde”, è perché volevo accendere una discussione sulle medicine alternative: dalla omeopatia all’agopuntura, dalla chiropratica all’ipnosi. Poi i miei sforzi si concentrarono sul sufismo (anche questa pratica è un campo nuovo, tutto da scoprire) e lo sciamanesimo. Lo scopo che ho voluto dare ai miei libri è quello di destare la curiosità, mia e dei miei lettori, sulle cose di cui abbiamo poca conoscenza o, addirittura , non sappiamo nulla. Eppure esistono e, adesso che tramite internet possiamo conoscere ciò accade, o è accaduto,  in tutte le parti del mondo, è interessante parlarne, per saperne almeno qualcosa! Invito quindi i lettori che ne sanno più di me (medici o praticanti delle medicine alternative, o chiunque altro è in grado di dare notizie documentate) di fare i propri commenti su questo blog.

Quando ho scritto il libro, io ho consultato il sito: <  http://www.mednat.org/sciamani.htm > , dove  ho letto che lo sciamano è: “Uomo di medicina e di religione, figura rinvenibile originariamente presso le culture dei cacciatori-raccoglitori scarsamente strutturate, tecnologicamente poco evolute e omogenee.”.  E inoltre: “Lo sciamano, generalmente di sesso maschile, è essenzialmente un medium, ..”.

Sul sito: < http://it.wikipedia.org/wiki/Leggende_sugli_sciamani_siberiani >  ho trovato una leggenda attorno a questi personaggi, quella dello “Sciamano Syngaaga-Suoch “:  La leggenda narra che venne chiamato in questo modo, ossia "lo sciamano senza mascelle" perché venne catturato per ben tre volte e fatto a pezzetti da un malintenzionato e miracolosamente lo sciamano risuscitò ma al posto delle sue mascelle bruciate gli furono inserite quelle di un vitello. Questo sciamano visse a lungo ed in punto di morte chiese di essere portato alle foci del fiume Botoma (affluente del Lena) dove morì. Ancora oggi, secondo la leggenda, gli abitanti di Botoma cercano di non incitare le mucche a muggire per timore che lo spirito dello sciamano risponda. Secondo la bibliografia data da Wikipedia, questa leggenda si trova su: "Leggende sugli sciamani siberiani", di Luciana Vagge Saccorotti, Fabbri Editori Rcs, Milano, 2001, pag.129-134.

Un’altra storia interessante, raccontata sullo stesso libro della Saccorotti, è quella dello sciamano “Bjukes-Jullejeen”: La leggenda narra che durante un terribile temporale il protagonista, che fino ad allora aveva avuto una vita normale, venne colpito da un fulmine e ridotto in briciole. Sembrava morto, ma invece dopo poco tempo si mostrò a suo dire risorto ed in bella forma grazie al dio del tuono e del fulmine Sjujule-Chaan che ha dissezionato il suo corpo e lo ha fatto rinascere sciamano. Bjukes-Jullejeen aveva un fratello anche lui sciamano ed era figlio di un altro leggendario sciamano.

Nel frattempo che la composizione del mio libro andava avanti, trovavo entusiasmo a leggere storie tanto strane, per cui avevo voglia di farne partecipi i miei lettori ma, al tempo stesso, mi rendevo conto che quella in cui mi stavo inoltrando non era la mia materia, per cui cercavo notizie certe, rivolgendomi a persone che avessero compiuto degli studi su questa materia. Navigando in rete ho trovato il seguente sito: < http://www.sciamanesimo.com/homepage.html >, cui corrisponde l’indirizzo e-mail: < info@sciamanesimo.com >, al quale ho scritto per saperne di più, ma dal quale non ho avuto risposta. E allora ??? Ho completato il libro con le informazioni che avevo e quel po’ di bibliografia che ho riportato. Ne è venuta fuori una storia interessante. Il libro “Deserto Verde” edizioni Aracne è in libreria, anche se si trova più facilmente in rete. Vi fornisco due link dove si trova a prezzi scontati:



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lunedì 4 giugno 2012

L’energia di un temporale

Per dare un esempio della quantità di energia che genera un fenomeno meteorologico,  Francesco prese in considerazione un fenomeno ricorrente che si verifica molto spesso alle nostre latitudini temperate: un temporale sulla Pianura Padana, di quelli che nel mese di agosto avvengono quasi quotidianamente.

«La pioggia cade da un’altezza media di almeno 4.000 metri», continuò Francesco, «ed è facile capire che portare una tonnellata di acqua dal livello del mare a tale altezza richiede una notevole quantità di energia. Se calcoliamo la quantità di acqua che cade al suolo durante un temporale di media intensità, possiamo renderci conto dell’energia che entra in gioco in un evento che accade molto frequentemente».  Anche lui aveva preparato un file in “power point”, in esso aveva scritto alcuni dati climatici, contornati da alcune foto del Centro Meteorologico di Pratica di Mare.
«Dai dati meteorologici d’archivio, che si possono consultare accedendo al sito del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, vediamo che durante un temporale, neanche molto intenso, della durata di circa un’ora, possono cadere tranquillamente 20 millimetri di pioggia. Consideriamo che un temporale sulla Pianura Padana può interessare con molta facilità un’area grande quanto la città di Milano, diciamo almeno otto chilometri di raggio.


Con un semplice calcolo matematico, possiamo vedere che un millimetro di pioggia distribuito su una superficie di un metro quadrato, corrisponde ad un litro di acqua, su un chilometro quadrato corrisponde a un milione di litri d’acqua, ovvero 1.000 metri cubi.

Una superficie circolare di 8 km di raggio corrisponde ad un’area di 200,960 chilometri quadrati. Moltiplicando questo valore (200,960 kmq) per 1.000 (metri cubi), per 20 (20 millimetri di pioggia anzicchè 1 mm), otteniamo la cifra di 4.019.200 metri cubi di acqua, caduta nell’area di Milano, nel corso di un temporale, che dura circa un’ora.

Per dare un’idea di questa quantità, considerando che un’autocisterna può pesare al massimo 45 tonnellate e quindi trasportare circa 30 metri cubi di acqua, occorrono ben 133.973 autocisterne per trasportarle. Considerando infine che un’autocisterna è lunga circa 12 metri, se esse venissero messe in fila in un’autostrada, una dietro l’altra, formerebbero una coda lunga 1.608 chilometri, oltre la distanza tra Milano e Reggio Calabria.

Possiamo renderci conto dell’energia di un temporale, considerando questa enorme quantità di acqua e supponendo che l’energia sia stata impiegata solamente a trasportare l’acqua dal suolo fino ad una quota media di 4.000 metri».



È un brano del libro di Alfio GIUFFRIDA, "L'anno del Niño ", Editore: Aracne. Si può acquistare in libreria, oppure on line, sul sito della casa editrice: http://www.aracneeditrice.com.