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sabato 24 novembre 2012

L’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966


In tutta Italia, gli ultimi giorni di ottobre ed i primi del novembre 1966, erano stati caratterizzati da violente ed intense precipitazioni, interrotte solo da brevi schiarite nel giorno di Ognissanti.

Le piogge erano aumentate di intensità nella giornata del 3 novembre, ma a Firenze e dintorni nessuno si dava eccessive preoccupazioni. In mattinata, a causa dell'ingrossamento del fiume, si cominciava a monitorare con sempre maggiore attenzione il bacino dell'Arno. Iniziò a nevicare sul Casentino e sul Mugello, che sono da sempre le due porzioni di bacino maggiormente responsabili delle piene dell'Arno e dei suoi affluenti.

Nel pomeriggio forti perturbazioni colpivano tutto il bacino dell'Arno e le stazioni pluviometriche registrarono valori elevatissimi; in alcune zone della Toscana, durante quella notte, caddero tra i 180 e i 200 millimetri di pioggia, vale a dire circa 200 litri su ogni metro quadrato (vedi, per confronto, la quantità di acqua che cade mediamente durante un temporale sul sito http://alfiogiuffrida.blogspot.it/2012/06/lenergia-di-un-temporale.html  ). Il livello dell'Arno iniziò a crescere con sempre maggiore rapidità. Tuttavia la gente non aveva paura, a Firenze e nei dintorni ci si preparava a trascorrere il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Prima guerra mondiale, allora festa nazionale.

A tarda sera il livello dell'Arno continuava crescere fino a farsi inquietante. I vigili del fuoco avevano già ricevuto oltre 100 chiamate di piccoli allagamenti di scantinati ed autorimesse. Le campagne erano allagate e le famiglie che vi abitavano erano salite sui tetti.

Nella notte tra il 3 ed il 4 novembre in mezza Toscana si erano già verificati smottamenti e frane a causa dell'acqua e alcuni fiumi erano già straripati. Verso le 2 di notte del giorno 4, a Firenze, il torrente Mugnone, affluente dell'Arno in piena città, aveva rotto gli argini ed era straripato presso il Parco delle Cascine. L'ippodromo venne allagato, i 260 cavalli presenti erano terrorizzati, la maggior parte furono portati in salvo su dei camion, ma circa settanta cavalli di razza morirono annegati. Verso le 3 la nuova sede del giornale “La Nazione” era allagata. Il Capo Redattore chiamò per telefono l’addetto alla sorveglianza degli impianti idrici per avere qualche informazione, ma quando l’uomo rispose la situazione era già tragica; l'acqua lo travolse durante la telefonata.

Tra le ore 4 e le 7 le acque dell'Arno invasero completamente la città. Il primo a cedere fu  il Lungarno Benvenuto Cellini, sommergendo i quartieri di San Niccolò, Santo Spirito e San Frediano. Poco dopo l'Arno straripò anche nella zona del Lungarno Acciaioli e l'acqua iniziò ad affluire nel quartiere di Santa Croce. Verso le 7 cedette la spalletta di Piazza Cavalleggeri: la furia dell'Arno si abbattè sulla Biblioteca Nazionale Centrale e sul quartiere di Santa Croce.

Verso le ore 9 le acque limacciose dell'Arno raggiunsero Piazza del Duomo, mentre da tutte le fognature l'acqua defluiva con forza verso via Pisana, trasformandola in un vero e proprio fiume di acqua fangosa e piena di chiazze di nafta. A mezzogiorno le acque raggiunsero il massimo della loro altezza e già si aveva notizia delle prime vittime (due anziani rimasti intrappolati).

Finalmente, verso le ore 20, mentre era già sera, a Firenze, dove le acque avevano raggiunto anche i sei metri di altezza, l'Arno iniziò lentamente a lasciare il centro storico e rientrare nel suo corso. Fù l'inizio della fine dell'incubo per la città ma la furia del fiume in queste stesse ore arrivò ed Empoli, dove l'Elsa ruppe gli argini.

Della alluvione di Firenze si è parlato tanto, riportando foto che suscitano sempre la nostra commozione. In questo articolo vogliamo mostrare un documento inedito: il “brogliaccio di stazione” in cui l’operatore meteo della stazione di Firenze Peretola scriveva i suoi appunti, che poi venivano sintetizzati nei messaggi meteorologici SYNOP, emessi regolarmente tutti i giorni, ogni tre ore, in tutte le parti del mondo.  

“Subito dopo la compilazione del bollettino synop delle ore 12.00/z del 4/XI/66, l’acqua straripata dal fiume Arno invadeva l’aeroporto ed in brevissimo tempo raggiungeva, nei locali della stazione meteorologica l’altezza di metri 1,45. L’operatore di servizio ”Maresciallo 2° classe marconista Betti Costantino” a stento raggiungeva (a nuoto, ha poi detto) la vicina palazzina comando aeroporto, ponendosi in salvo al primo piano di questa, dopo aver lasciato il “modello met S201” sopra l’armadio.”

Tre giorni dopo, quando finalmente si è potuto rientrare nei locali della stazione meteorologica, qualcuno ha scritto sullo stesso modello: “Ritrovato il giorno 7/XI/66, intatto. Il giorno 8/XI/66 col bollettino delle ore 15.00/z veniva ripristinato il servizio accentramento bollettini e la compilazione da parte di questa stazione del bollettino “aero” senza gruppo zero, con orario 03.00/18.00. Per svolgere i predetti servizi la stazione è provvisoriamente ubicata in una stanzetta al secondo piano della palazzina comando aeroporto.”

Forse, per chi non è del mestiere, queste parole dicono poco. Invece per coloro che hanno vissuto il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica, mostra l’attaccamento al dovere di un sottufficiale che ha messo a rischio la propria vita per portare a termine il suo compito finchè le forze della natura non lo hanno strappato, a forza, dal suo posto di lavoro. Ed anche in quelle tragiche circostanze, non sapendo se fosse stato in grado di “raccontare” la sua avventura, si era preoccupato di lasciare traccia scritta delle ultime ore del suo lavoro. Viva il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare!




lunedì 25 giugno 2012

I Tupamaros

Ennesima domenica di sangue in Nigeria. Attentati contro tre Chiese Cristiane hanno causato oltre venti morti, tra cui quattro bambini. Nessuna rivendicazione, ma la modalità è la stessa usata dal gruppo islamico dei Boko Haram. Secondo alcuni testimoni oculari, gli autori dell'attacco sono stati circondati dalla folla dei fedeli e sono stati linciati.

Ci chiediamo che cosa sia, effettivamente, il terrorismo e se le sue azioni siano, in qualche caso, giustificabili.  

Un profondo conoscitore della sua realtà, come Gianni Minà, (vedi il sito  http://www.misteriditalia.it/terrorismo-internazionale/america-latina/)  ha definito l’America latina il "continente desaparecido".

A fronte delle sue potenzialità, delle sue ricchezze naturali, della sua grande cultura popolare, della vitalità dei suoi popoli il Sud America oggi non è altro che questo: un pezzo di mondo che sta lentamente scomparendo e annegando nella miseria, nella violenza, nel caos.

Altri hanno definito il terrorismo “un’arma feroce quanto efficace, violenta quanto spettacolare, criminale e al tempo stesso politica. Ma soprattutto il terrorismo è un’arma.”.

Personalmente penso che qualsiasi problema esiste all’interno di una nazione, di una comunità o di un gruppo ristretto di persone, debba essere innanzi tutto “discusso”. È solo la discussione che può risolvere i contrasti, in modo completo e duraturo. Ma per discutere dobbiamo essere propensi a rinunciare a qualcosa!

Per questo, quando ho scritto il mio primo romanzo, ho pensato ad accendere i riflettori su questa necessità. Ho preso un episodio a caso, per il solo fatto che era avvenuto in coincidenza di un forte episodio del fenomeno del Niño in quella stessa parte del mondo. L’attacco avvenuto  in Perù, ad opera dei guerriglieri “Tupamaros”  a dicembre del 1996, quando un gruppo di circa 500 personalità diplomatiche che si trovavano all’interno dell’ambasciata del Giappone, per un ricevimento ufficiale, sono state sequestrate con una azione terroristica. Eccone qualche brano:   

“L’assalto all’Ambasciata del Giappone a Lima, non era stato un scherzo da poco, di quelli che si risolvono in tre ore. Ad effettuarlo era stato un gruppo di 14 terroristi del gruppo dei Tupac Amaru, guidati da Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che si erano introdotti in Ambasciata durante la festa per il compleanno dell' imperatore giapponese. Ad un tratto, durante il banchetto, un boato squarciò il salone del ricevimento, poi l’inferno. Vennero prese in ostaggio circa 500 persone tra gli oltre 600 invitati e il personale di servizio. «Trattiamo solo con il presidente Fujimori», scandivano i terroristi, che in cambio del rilascio degli ostaggi chiedevano la liberazione di un grande numero di loro compagni allora in carcere, tra cui il leader Victor Polay, detenuto da quattro anni.

E i guerriglieri Tupamaros non erano gente che scherzava. Essi si ispiravano a Túpac Amaru, l’ultimo sovrano Inca, nato a Vilcabamba nel 1530 e morto a Cuzco, il 24 settembre 1572, nel tentativo di restaurare l’Impero Inca dopo la conquista spagnola.”

Certo, in quel momento, quel gruppo di uomini disperati erano esaltati dalle proteste della gente, sicuramente vessata da delle ingiustizie. Ma era quello il modo di risolverle? Così nel romanzo viene messa in luce un’altra verità, sicuramente scomoda ai terroristi, che si rifiutano di accettarla.

“La gente a volte parlava dei Tupamaros come dei liberatori, paragonandoli a Che Guevara. Ma era proprio così? Alcuni criticavano la politica di Fujimori ma pochi credevano che quella dei terroristi potesse essere una soluzione valida per il governo del Perù.”

E poi, i terroristi sono effettivamente convinti di ciò che fanno, o la maggior parte di loro è interessata solamente alla ricompensa ottenuta per l’azione di sommossa che hanno realizzato? Certo che, dai resoconti di quell’azione a Lima si è venuto a sapere che:  

“Le notizie che arrivavano all’esterno non erano per nulla rassicuranti, si parlava di spari all’interno dell’ambasciata, ma erano solo delle voci, forse niente o forse decine di morti e feriti. L’unica cosa che si sapeva per certo, era il fatto che era stato organizzato un torneo di calcetto tra i terroristi e gli ostaggi, la qual cosa era vista come un esempio di grande socializzazione tra i più stretti seguaci dei Tupamaros, mentre la gente comune si convinceva ancora di più che ai terroristi interessava poco la sorte del popolo, ma solo quella dei loro compagni in carcere che vo-levano liberare. Per il resto, fuori non si sapeva nulla, ed era proprio quella la paura. Manuela era disperata, se era vero che in Perù c’era povertà e fame, era pure vero che lì si combatteva con la morte.”

E alla morte per fame loro avevano aggiunto quella del terrore, o della bestialità umana. Si perché le mamme dei civili uccisi dai terroristi, non piangono i loro figli in modo diverso. Il fatto che essi siano morti per una azione di terrorismo, pur se ne condividevano i fini, certo non le consola più di tanto.

E allora? Come ho sempre detto ….. discutiamone!

Altre notizie di carattere scientifico o sociale. si possono trovare sul sito : http://www.meteoweb.eu/, nella rubrica “La meteo pillola”.


mercoledì 13 giugno 2012

Padre padrone

Il problema del “padre padrone” esiste ancora??? Era molto in voga un secolo fa, al tempo della emancipazione della donna, ma poi sembrava del tutto scomparso. Adesso invece sono i giovani a non saper decidere sui fatti più essenziali della loro vita. Il crollo della famiglia ha fatto mancare loro quella “educazione” che era ed è essenziale per affrontare i sacrifici che la vita impone e quando c’è da prendere una decisione i giovani non sanno prenderla. Ecco che allora interviene il padre, che prende una decisione! Ma è quella giusta? Oppure è quella che è convenuta a lui? Oppure è il padrigno a prenderla? E, in questo caso, è ciò che serve al giovane o il padre se ne è solamente “lavato le mani”??

Nel libro “L’Anno del Niño” si affronta tale argomento, per discuterne.

Ecco il brano in cui Manuela ha bisogno del consiglio del padre, mentre lui, con tanta ignoranza e senza neanche un po’ di diplomazia,  “se ne lava le mani”, gettando la figlia nello sconforto.



<< Ad un tratto vide sulla riva sinistra un gruppo di capanne fatte un po’ meglio delle altre, si avvicinò e in lontananza scorse la figura di Manuela. Era seduta su una panca e guardava verso il mare, ma il suo sguardo era assente, la sua mente era altrove.

Si diresse verso riva e cominciò a chiamare l’amica e fare gesti con le braccia, ma lei non si mosse, ad un tratto dalla capanna uscì il nonno, che riconobbe Isabella e le fece cenno di avvicinarsi.

Quando Beppino abbracciò Isabella, fra di loro ci fu grande commozione, piansero assieme di gioia e di dolore, affranti entrambi nel vedere lo sguardo di Manuela, che da quando si era allontanata dal padre era rimasto sempre perso nel nulla e la sua bocca non aveva più proferito alcuna parola.

In quel momento avvenne un piccolo miracolo che il nonno notò subito e lo fece gioire: sulle guance di Manuela era apparsa una lacrima. Fu quello il primo segno di esternazione di un dolore profondo, troppo a lungo cementato nel suo cuore. Questo riaccese nel nonno la speranza di una prossima guarigione di Manuela e la gioia lo fece ridere e saltare come un ragazzino, vide le due donne avvicinarsi e stringersi in un caloroso abbraccio e questo fu per lui la grazia più grande che il Signore gli avesse potuto concedere.

«Sei tornata da me,» disse Manuela alla sua amica ritrovata, «c’è ancora qualcuno con cui mi posso confidare, a parte il nonno. Aiutami Isabella, ti voglio bene, solo tu puoi aiutarmi».

Erano due mesi che Manuela non parlava, non rideva e non piangeva, mangiava solo qualcosa perché imboccata dal nonno, il suo sguardo era rimasto vuoto da quando, tornata a casa dal suo viaggio a Parigi, con lo sguardo assente e la mente vuota, con un filo di voce aveva detto alla madre quello che era successo. Avrebbe voluto una reazione dalla madre, che potesse scuoterla dallo stato di torpore in cui era caduta, avere un bambino da far nascere, da una persona che non si ama, non è cosa da poco, aveva un’amica, ma in quella stessa occasione l’aveva persa. Purtroppo la madre non aveva saputo darle una parola di conforto, la sua educazione familiare era di quelle in cui era sempre l’uomo a decidere tutto. «Vai da tuo padre,» le aveva detto, «vedi cosa ti dice lui». Ma con il padre era andata peggio, forse non aveva capito la gravità della depressione in cui era caduta la figlia, alla quale dette solo l’impressione di averlo disturbato cercando di coinvolgerlo nel dovere affrontare un problema, nel quale non voleva assolutamente essere coinvolto.

Manuela aveva assolutamente bisogno di una parola di conforto, ma in mancanza avrebbe sicuramente preferito una reazione anche violenta, uno sfogo brutale da “padre padrone”, ma l’indifferenza no! Si sentiva rifiutata come figlia, abbandonata con il suo carico di responsabilità e dolore e sola, completamente sola ad affrontare la vita e i suoi problemi.

Da allora Manuela non aveva più parlato, neanche con Antoine, l’unico che era venuto a trovarli, poichè il nonno aveva telefonato a quel numero che la nipote custodiva gelosamente nell’agenda. Anche lui aveva affrontato un viaggio avventuroso per trovarli, oltre il volo da Parigi a Quito, seguendo le istruzioni che gli aveva fornito il nonno, era arrivato in macchina fino ad Esmeraldas e da li, non riuscendo a trovare altro modo per raggiungere la costa, aveva noleggiato un elicottero e si era fatto portare nella zona delle “capanne degli indigeni”, fino a trovare il vecchio bianco che parlava spagnolo.

Era sceso dall’elicottero con una scaletta a corda, così i due vecchi avevano parlato un po’ ed assieme erano andati da Manuela, lei lo riconobbe e pianse molto, ma non riuscì a dire una parola a quel brav’uomo che pure cercava di consolarla. Così Antoine dovette andar via, l’elicotterista che era rimasto in volo sopra l’isola fece cenno che non poteva aspettare più a lungo. Dette al nonno un bel po’ di soldi, che da allora lui tenne ben nascosti nella capanna, forse un giorno, tra la gente che ne conosce il valore, sarebbero potuti ritornare utili, ma in quella capanna non servivano a nulla, loro vivevano del pesce che pescava il nonno con la sua barca e non avevano bisogno d’altro.

>> 

Questi fatti accadono solo dove la popolazione è più arretrata o accadono anche in Italia. Esprimete il vostro parete tramite un commento.

Se invece volete leggere il libro, vi fornisco i link dove acquistarlo on line, a prezzi scontati:



Altre notizie di carattere scientifico si possono trovare sul sito : http://www.meteoweb.eu/ 


sabato 19 maggio 2012

Le scie chimiche


Sul sito  http://www.meteoweb.eu  da quando è apparso l’articolo di Alfio Giuffrida sulle scie chimiche, si è scatenato un accanito dibattito tra sostenitori e demolitori della “teoria del complotto”.

In effetti, da qualche mese l’attenzione dei mass media si sta concentrando su un argomento che, periodicamente, viene posto all’attenzione dei lettori sui quali, ovviamente, determina un grande impatto emotivo: le scie chimiche.

Con questo termine ci si riferisce ad una presunta variante delle ben note “scie di condensazione”, che gli aerei rilasciano nella libera atmosfera, in determinate condizioni fisiche, a causa del loro passaggio.

Una scia di condensazione, o scia di vapore, consiste fondamentalmente in una nube, che si forma nell’aria soprassatura a causa, principalmente, di due motivi:

1. L’immissione dei gas di scarico dell’aereo, che aumentano la percentuale di umidità dell'aria, in genere già soprassatura, porta alla condensazione del vapore acqueo in cristalli di ghiaccio.

 2. La diminuzione della pressione dell'aria, causata dalle ali dell'aereo, che provoca una repentina diminuzione di temperatura e quindi la condensazione del vapore acqueo.

Di norma le scie di condensazione si formano soltanto dagli 8.000 metri in su, con temperature inferiori ai -40 °C ed umidità relative vicine al 100%. Le scie di condensazione si dissipano in breve tempo a causa del rimescolamento con l’aria secca circostante. Oltre al vapore acqueo le emissioni provocate dagli aerei contengono biossido di carbonio, ossidi di azoto, monossido di carbonio, idrocarburi come il metano, solfati e tracce di particolato solido. Ciò, in effetti, costituisce una forma di inquinamento, che è del tutto simile a quella causata dai motori delle auto che usiamo quotidianamente.

Nei primi anni ’70, tuttavia, si sono diffuse in tutto il mondo alcune teorie, formulate da un gruppo di giornalisti completamente privi di nozioni fisiche di base, alle quali venne dato il nome generico di “teoria del complotto”.

Pur non avendo alcun fondamento scientifico, tale teoria ebbe molti seguaci tra i giovani, diventando l’argomento di carattere sociale più discusso tra coloro che si ritenevano (in genere a torto), degli “intellettuali”.

In base a tale teoria, molti dei più importanti fenomeni fisici, che normalmente accadono sulla Terra, erano ritenuti essere provocati appositamente dalle principali potenze mondiali allo scopo di distruggere la popolazione.

Per fare un esempio, il “fenomeno del Niño”, che interessa periodicamente la fascia centrale dell’Oceano Pacifico, secondo le fantasiose affermazioni di tali giornalisti, sarebbe il risultato di un flusso di “onde a bassissima frequenza”, inviate dagli americani, che “a volte” entrano in contatto con “onde stazionarie” emesse dai sovietici. Al riguardo si legga il libro di Alfio Giuffrida: “L’anno del Niño”, edizione Aracne, in cui si discute un po’ più ampiamente questo fenomeno. Oggi, sul sito Wikipedia da cui era stata tratta l’informazione, il brano in cui si afferma che la causa del fenomeno del Niño può essere attribuita ad un complotto è scomparsa. Il sottoscritto conserva tuttavia lo stesso articolo, come era nel 2010, anno in cui è stato scritto il romanzo “L’anno del Niño”.

Negli anni ‘90, i seguaci della teoria del complotto si sono interessati ad alcune scie di condensazione che, secondo loro, potevano essere provocate ad hoc dalle potenze mondiali, mediante presunti rilasci di ipotetiche sostanze chimiche, o biologiche, su aree popolate. Nell'ambito di tale teoria, tali scie vennero definite “scie chimiche” e sono state formulate numerose ipotesi sui "fini" di queste presunte operazioni, assolutamente prive di riscontri fisici, spesso molto fantasiose e generalmente in contraddizione tra loro.

La teoria del complotto non ha mai trovato alcun credito nell'ambito della comunità scientifica, in quanto è totalmente priva di riscontri teorici o di prove scientifiche. Le scie che i sostenitori della teoria identificano come chimiche non hanno nessuna caratteristica che le renda incompatibili con le normali scie di condensazione le quali, in base alle condizioni atmosferiche ed alle direzioni seguite dagli aerei che le hanno provocate, possono assumere forme particolari o inconsuete. Qualche giornalista, informato più degli altri sulle ricerche condotte in ambito meteorologico, ha supposto che le scie chimiche fossero il risultato delle tecniche di “inseminazione delle nubi”, condotte in alcune regioni aride della terra. Tuttavia anche questo accostamento è assolutamente privo di fondamento, in quanto i due fenomeni sono del tutto diversi tra loro.

Naturalmente, il diffondersi di questa teoria, soprattutto tra i giovani, attraverso i mass media e, in particolare, su Internet, ha fatto sì che diversi Enti governativi abbiano ricevuto richieste di spiegazioni da parte di molte persone in merito a questo presunto fenomeno. Gli stessi Enti governativi e la comunità scientifica hanno ripetutamente dimostrato l'assoluta inconsistenza e incoerenza scientifica di tali asserzioni. Anche riviste e programmi di divulgazione scientifica hanno definito tale teoria "una bufala".

Qualche anno fa, l’argomento era diventato di grande attualità poichè alcuni giovani, avendo osservato alcune scie di condensazione a forma di “X”, avevano temuto che potessero nascondere chissà quali pericoli. In tale occasione, il Generale Costante De Simone, allora Direttore del Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia Aeronautica, interpellato dalla rubrica televisiva “Voyager” e dal settimanale “Panorama”, nella sua veste di “scienziato” sull’argomento, al fine dare qualche delucidazione sulla fondatezza delle paure che avevano creato tali scie, ha risposto: “Scie chimiche? No, comiche!”. Ha poi spiegato in modo scientifico che la maggior persistenza è dovuta al fatto che il livello a cui volano i moderni aerei è più alto di quello degli aerei di qualche decennio fa, si avvicina alla “stratosfera”, che è quello strato di atmosfera dove i movimenti dell’aria sono molto più lenti e quindi anche la dispersione delle scie richiede un tempo più lungo. Ma il linguaggio scientifico è difficile da capire ed inoltre … non fa gossip! La gente voleva solo un parere, si o no, se quei giornalisti che avevano lanciato un allarme così grave erano da tenere in considerazione o potevamo dormire sonni tranquilli! E l’esperto ha rincarato la dose nei confronti dei giornalisti che sostengono tale teoria definendoli “mentecatti”.

A parte le parole colorite che l’illustre scienziato ha usato per chiarire, senza ombra di dubbio, il suo parere sull’origine delle scie chimiche, spiegazione del resto condivisa dalla maggior parte delle persone di scienza, qualche giorno dopo era già accaduto qualche altro fatto di cronaca che aveva distolto l’attenzione dalle scie chimiche e di esse non si era più preoccupato nessuno.
In questi giorni, forse per mancanza di argomenti su cui fare gossip, le scie chimiche sono tornate di moda. I giornali ne parlano diffusamente, in quanto l’argomento, come si suol dire “fa cassetta” e fanno bene approfittarne subito, in quanto, come ha simpaticamente raccontato il regista Woody Allen nel suo ultimo film dedicato a Roma: la notorietà arriva in un giorno e in un giorno se ne va.