domenica 19 giugno 2016

I climi dell’antichità

È un brano del libro:  “Il Clima e l’Ambiente” di Alfio Giuffrida
Si trova on line: http://t.co/L1oZOWLK  costo = 2,99 euro
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del saggio commentando le discussioni aperte nel FORUM di questo  sito, sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.
 
Ma la descrizione del clima non si limitava alla temperatura, i greci davano molta importanza anche alla quantità di precipitazioni ed alla loro distribuzione nei vari mesi dell’anno. Anche il vento era ritenuto importante, non solo per la navigazione che, a quel tempo, era alla base dei commerci, ma anche come caratteristica climatica di un luogo.
Partendo da questi principii, era stata fatta una primordiale classificazione climatica delle regioni allora conosciute. Procedendo da sud verso nord, erano state individuate sette regioni climatiche: 1.           Clima di Meroè (Zona del Sudan)
2.           Clima di Syène (Zona di Assuan)
3.           Clima di Alessandria (Zona del delta del Nilo)
4.           Clima di Rodi (Mediterraneo meridionale)
5.           Clima di Roma (Mediterraneo settentrionale)
6.           Clima del Ponto Eusino ( Zona del Mar Nero)
7.           Clima di Boristene (Zona del Dnieper)
 
 
Notiamo tuttavia che nonostante l’ingenuità con cui è stata fatta, questa classificazione è perfettamente valida anche adesso. Al giorno d’oggi, infatti, gli elementi essenziali della climatologia sono rimasti gli stessi: la temperatura, le precipitazioni e il grado di ventosità. Tuttavia i parametri che caratterizzano ciascuna località, sono stati fissati in modo più scientifico.

sabato 18 giugno 2016

Padre padrone


È un brano tratto dal libro (ebook lo trovate, in formato Kindle a soli 3,56 euro su   http://t.co/L1oZOWLK  ) CHICCO E IL CANE, di Alfio Giuffrida

 Immobile nel suo letto, il giudice sentì che il suo cuore riprendeva a battere regolarmente, ma aveva un ritmo diverso, non era più quello di prima. A un tratto rimase come folgorato da un’evidente realtà alla quale finora non aveva mai pensato. Forse era stato proprio il Signore a illuminarlo, così bisbigliò fra se e se:

«Chi sono io, che da sempre ho voluto decidere il destino di mia figlia? Tutti i genitori, quando mettono al mondo i loro figli, fanno solo da tramite al volere di chi può e sa come formarli. A noi genitori spetta effettivamente il gravoso compito di educarli a un corretto comportamento, secondo la nostra ragione ed esperienza, ma di più non possiamo fare.

Nei grandi eventi della vita, noi uomini siamo solo degli spettatori. Possiamo illuderci di essere stati noi ad aver fatto le scelte più importanti della vita nostra e dei nostri figli, ma se ragionassimo con vera umiltà, ci accorgeremmo di essere riusciti a decidere solo delle piccole varianti, sicuramente importanti non tanto a realizzare il nostro e il loro destino, ma piuttosto utili a chi dovrà giudicarci alla fine di questa nostra esperienza terrena. Gli eventi più importanti li decide solo chi sa e può».

In quel momento capì che lui si era attribuito compiti e poteri che non gli competevano e questo aveva costituito sicuramente un danno e non un bene per la persona che lui voleva proteggere e formare.

Il giudice restò a letto un’ora o poco più, immerso in questi profondi pensieri, poi si alzò in silenzio, facendo attenzione a non svegliare la moglie. Andò nel suo studio e si chiuse a chiave perché non voleva essere disturbato, aveva dei pensieri molto profondi che giravano nella sua mente stanca.

Accese la lampada sulla scrivania, che schiariva appena le tenebre della grande stanza pulita e ordinata. Alle pareti c’erano librerie di mogano, contenenti antichi codici romani e raccolte di leggi più moderne. Al centro, poltrone di pelle lavorata, poggiate sopra tappeti persiani di grande valore che ricoprivano i pavimenti di marmo.

Nell’angolo maestro della stanza, la grande scrivania di legno pregiato, elegante e intarsiata, dove un calamaio di argento e una vecchia penna a inchiostro aspettavano da anni di poter scrivere qualcosa di diverso dalle solite sentenze ed articoli di legge. Loro avevano il desiderio di scrivere dei sentimenti profondi, di quelli che il loro padrone, quando ci si metteva d’impegno, sapeva esprimere con fermezza.

Lui aprì il cassetto con delicatezza, prese un album fotografico con i ricordi più cari della sua vita, lo sfogliò lentamente soffermandosi sulle foto del giorno della sua laurea, della figlia ancora bambina seduta sulle sue gambe e di quella del suo nipotino appena nato.

Poi ripose l’album e dal cassetto prese una busta da cui estrasse un foglio di carta da lettera, di quelle antiche, un po’ pergamenate, lo sistemò sul piano dello scrittoio con calma, con attenzione, facendo in modo che la fioca luce della lampada illuminasse completamente quel foglio e null’altro. Per qualche minuto stette a pensare, poi prese la penna, la intinse nel calamaio e cominciò a scrivere in bella calligrafia.

mercoledì 15 giugno 2016

Carta, penna e calamaio


È un brano tratto dal libro (ebook lo trovate, in formato Kindle a soli 3,56 euro su   http://t.co/L1oZOWLK  ) CHICCO E IL CANE, di Alfio Giuffrida
 

“Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare.

Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto, potrebbe lacerarsi e andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io” mi sono impegnata a scriverla!».

«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».

A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto.

La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante».

Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro e a schierarsi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.

A un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse. Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.

Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese.

«Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre e una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?

Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità e intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi.

Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui. Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?».

Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace e il silenzio regnò di nuovo su quella scena.”

I gay non sono tutti uguali!

Il mondo degli omosessuali è pieno di Ipocrisia. Molti possono esserlo apertamente, alcuni fanno parte di un ambiente equivoco in cui tutto è permesso e se ne vantano. Altri sono dei giovano sbandati e se ne fregano di essere chiamati “froci”. Ma quando l’omosessuale appartiene alla borghesia o vive in uno di quegli ambienti protetti (preti, magistrati, … ) allora devono farlo con “discrezione”. Possono, purché nessuno sappia apertamente.  

Il brano che segue è tratto da:  “Odore di sujo” il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida. Chi racconta è un giudice, già destinato a diventarlo quando era ancora ragazzo, per il semplice motivo che suo padre era un giudice ed anche suo nonno. Ma lui era omosessuale e voleva vivere la sua vita senza restrizioni.

Il romanzo è ancora allo stato di bozza. Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente sul mio sito http://www.alfiogiuffrida.com/ , dove già sono attive molte discussioni. Come va, secondo voi, un brano così? I suggerimenti possono essere inviati, in tutta riservatezza su:  alfio@alfiogiuffrida.com   

 
….  Omissis ..

Ma tutte le storie, anche le più belle, hanno le proprie spine. E le pugnalate a noi le hanno date i nostri genitori.

Quando si resero conto che la nostra amicizia era “particolare”, subito ci redarguirono, ci misero in guardia del peccato che stavamo commettendo, della figuraccia che avremmo fatto con la società, con i nostri amici, che ci avrebbero sbeffeggiato e calunniato.

Ci dissero della considerazione che le donne avrebbero tratto dal nostro comportamento, che ci avrebbero schivato come appestati, insultato come esseri diversi.

Mentre noi volevamo proprio essere diversi, lo facevamo di proposito. Dissi, a mia difesa, che «il mondo era cambiato, che molti erano come noi e lo facevano senza vergognarsene, in nome della libertà di amare.»

Mio padre mi rispose, alzando la voce e pronunciando la sua sentenza in modo solenne, sicuro della sua verità, come Mosè, quando dettò i Dieci Comandamenti : «Tu non puoi permetterti di essere un omosessuale! Non puoi mischiarti col popolino che fa quel che vuole! Tu hai dei doveri da rispettare! …

Non che ce l’abbia con loro,» aggiunse poi convinto, come per dare una spiegazione che desse forza alle sue affermazioni, «ma quando si parla di un frocio, ci si riferisce sempre ad un ambiente equivoco, a ragazzi perversi.

Tu non puoi prenderti la responsabilità di denigrare la categoria della gente per bene, dei magistrati, per il solo gusto di essere gay. Il tuo ceto sociale non te lo permette!

Sei nato in una famiglia agiata e ne hai sfruttato i benefici, hai avuto giocattoli belli e costosi, buoni amici, vacanze lussuose, hai sempre indossato vestiti firmati e scarpe comode. Ma tutto questo ha un risvolto che non puoi sottovalutare, hai degli obblighi da eseguire.

Hai già una strada fatta, capisci? Una vita programmata, con i suoi usi e le sue apparenze, a cui non puoi sottrarti!»

E dalle parole passarono ai fatti, ci cancellarono dalla scuola pubblica. Dovemmo abbandonare il nostro ambiente, o nostri amici. Ci trasferirono in due istituti diversi, internati come detenuti, lontani, in due distinte città.

Entrambi abbiamo sofferto come condannati per crimini che non capivamo, reclusi come ladri per un delitto che non sentivamo di aver commesso.»

Guardò il cappellano, rimasto estasiato ad ascoltarlo.

 ---ooo---

 

«Ero solo, disperato della mia nuova situazione. Mi commiseravo da solo per la cattiva sorte che mi era stata imposta. Ma non ero pentito dei miei sentimenti. Non avevo più amici, né avevo intenzione di trovarne.

L’unica cosa che chiedevo ai miei nuovi compagni di classe era di darmi qualche notizia di Attilio. Quella era la Speranza, la sola ragione che mi teneva in vita. Quella vita, che mi fu imposta, aggiunse una frustrazione a quella che già avevo. Pensai anche al suicidio, ma non fui capace di metterlo in atto.

Passò molto tempo finché venni a sapere dove si trovava Attilio e mi consolò molto il fatto che, mi dissero, lui faceva lo stesso nei miei confronti. La nostra, dunque, era storia d’amore vera? Destinata a durare?

Oppure era solo il risvolto di una contestazione generalizzata, nata da un senso di disagio globale e alimentata da una noia senza pari che, nei giovani, aveva preso il posto della alacre voglia di fare, propria del secondo dopoguerra?

Mi accorgevo che i miei ragionamenti mi portavano lontano dai discorsi dei miei coetanei, ma la mia solitudine mi induceva a riflettere sulla vera essenza delle nostre azioni, sulle reali necessità della nostra vita quotidiana.

Mi veniva il dubbio che la crisi di questi ultimi venti anni non fosse economica come abbiamo sempre pensato. In fondo abbiamo sempre avuto cibo a volontà e vestiti eleganti da indossare, un benessere generalizzato da godere ed anche un superfluo di cui non abbiamo più saputo fare a meno.

Probabilmente la vera crisi era nella mancanza di affetti, di ideali da raggiungere, di figure simboliche da rispettare! 

Forse era il crollo della famiglia, come istituzione, che stava dando alla nostra società il contraccolpo della tanto sospirata emancipazione che avevamo raggiunto? Dunque c’erano ancora dei doveri da rispettare e non solo dei diritti da far valere ad ogni costo.

E di certo c’era anche un risvolto negativo nella iperbolica avanzata della tecnologia, che ci aveva liberato dal lavoro manuale, da prendere in considerazione. Non avevamo tenuto conto che la noia poteva essere peggio della fame? Lo scotto che il benessere richiedeva per aver messo fine ai sacrifici?

 

Era l’ultimo anno del liceo, quando cominciammo a risentirci. Dapprima con dei furtivi messaggi affidati a pezzetti di carta fatti passare di mano in mano, tra compagni di classe ed amici compiacenti, né più né meno dei pizzini con cui la mafia si scambiava ordini ed  intimidazioni.

Poi, a poco a poco, qualche appuntamento furtivo, ritagliato con cura alla nostra vita, fatta di studio e di meditazione.

Ci vedevamo in una grotta, lurida e squallida per tutti gli esponenti della nostra società, ma accogliente e romantica per noi due. Un angolo di paradiso dove poter di nuovo assaporare i baci e le carezze, l’uno dell’altro. Per qualche mese ero ritornato a vivere.

Ma un giorno, mentre eravamo in estasi a guardarci negli occhi, sull’uscio apparve mio padre, furioso come un toro, con gli occhi di fuoco come il diavolo.

Ci alzammo di scatto e ci stringemmo l’uno all’altro, in un turbine di adrenalina, che mi fece elaborare in un attimo dei discorsi, che non furono mai fatti, a difesa di quei diritti che nessuno aveva intenzione di rispettare.

“Infame”, fu l’unica parola che pronunziò mio padre, deciso a farmi una di quelle ramanzine che non te le scordi. E in quel momento nelle sue mani si materializzò una pistola che non avevo mai visto prima, con cui, forse, voleva solo dare forza ed autorità ad un discorso che io non ebbi assolutamente voglia di ascoltare.

Ma io fui più veloce e mi lanciai su quell’arma, per togliere a lui quell’autorità che lui voleva impormi. O forse, per farla finita! Vista la situazione, ne avevo proprio voglia!

 

Ma quella colluttazione non avvenne, perché Attilio, con la generosità di un compagno, scattò in mezzo a noi due, pronto ad impedire un gesto che non doveva neanche essere pensato. In quel momento, maledetto istante, da quell’arma partì uno sparo.

Un solo colpo che andò dritto al cuore del più generoso. Lo udii solo pronunciare il mio nome. Chissà cosa voleva dire, forse addio, è stato bello, non ti scordar di me, o forse chissà, magari implorarmi a perdonare, un giorno, quel bieco che aveva sepolto i nostri sentimenti, senza neanche far loro un funerale.

Io rimasi muto a quella scena, in verità non parlai più per una settimana. Vidi una macchia di sangue allargarsi sul suo petto, un rivolo rosso uscire dalle labbra, due occhi spalancati che mi fissavano e mi dicevano mille cose.

Poi anche il volto del bieco cambiò espressione. Da adirato diventò atterrito. Farfugliò qualche cosa, ma io non capii nulla. Provò a toccarlo, a mettere due dita sulla sua carotide. Poi si girò verso di me con uno sguardo pieno di disprezzo.     

Io mi sentii colpevole, non so se lui si sentì mai tale, forse era solo indispettito per il gesto che io avevo compiuto, costringendo lui, giusto Giudice, a ristabilire la legge con la forza. Quando lui decideva cosa voleva fare, tutto era prestabilito come da copione.

Nessuno poteva pensare che io mi potessi ribellare, e Attilio era stato solo un intruso, che si era posto in mezzo, per impedire a un padre di riportare il figlio sulla retta via, disposto a sacrificarsi pur di far valere l’ingiustizia!

Ipocrisia! È solo l’Ipocrisia che governa il mondo!

… omissis ..

sabato 11 giugno 2016

Un cane può essere di aiuto ad un bambino autistico?

È un brano tratto dal libro (ebook lo trovate, in formato Kindle a soli 3,56 euro su   http://t.co/L1oZOWLK  ) CHICCO E IL CANE, di Alfio Giuffrida

«Ero preoccupata per le crisi asmatiche di Cristiano e sapevo che il cane con il suo pelo poteva accentuare la sua malattia, ma pensavo anche a un’altra situazione che ci affliggeva ormai da tempo: Chicco stava abbastanza bene in salute, non piangeva molto, tutte le manifestazioni fisiche del suo corpo erano regolari, ma non parlava e non dava segno di interessarsi a nulla.

Aveva quasi quattro anni, ma non aveva ancora detto la sua prima parola, neanche mamma o papà, non cercava di giocare con gli altri bambini, il suo unico svago erano i trillini che gli davamo, li teneva in mano con interesse, li faceva suonare per ore ed ore, poi li posava e non chiedeva altro.». Susanna fece una piccola pausa, pensando a quell’episodio che lei considerava ormai lontano nella propria mente, poi riprese, pensando al presente. 

«Questo suo modo di stare in silenzio e di non mostrare segni d’interesse verso le altre persone o cose che gli stanno intorno, hanno fatto supporre a mio marito che potesse essere affetto da qualche grave malattia. Ma su questo argomento mio padre, parlando per esperienza, ci aveva sempre rassicurato che non era nulla di grave, che dovevamo aspettare ancora un po’ di tempo e avrebbe iniziato a parlare e ad essere normale.

Ma noi, in effetti, non credevamo a ciò, eravamo seriamente preoccupati per quel suo ritardo e quel gesto che il bambino aveva fatto nel volere accarezzare il cane era stata una sorpresa gradita ed inaspettata, era la sua prima manifestazione spontanea di interesse verso un essere vivente.  Ciò mi riempì di gioia, ero felice ma allo stesso tempo spaventata e presa di paura. Non aveva mai accennato alcuna carezza né verso di me né verso il padre.

Quella mano tesa verso il cane aveva acceso in me una Speranza, ma ero impreparata a giudicare il significato di quel gesto insperato da parte del mio bambino. Sapevo di essere troppo sconvolta per dare il contributo che spettava a me, per affrontare il grave problema che affliggeva la mia famiglia. Approfittavo della cultura di mio marito e della forte personalità di mio padre per chiudermi in me stessa, evitando di pensare e lasciando a mio marito ogni responsabilità e decisione.

Vincenzo invece prese in mano la situazione e, benché anche lui fosse sorpreso e titubante, fece cenno al cane di mettersi sul fianco destro della macchina, accompagnando il movimento con una carezza sul collo e il cane ubbidì. Poi prese il bambino dalle mie braccia e lo sistemò sul seggiolino fissato al sedile posteriore, quindi fece cenno alla cagnetta di salire in macchina e sistemarsi in basso, vicino alle mie gambe. Lei non ce la fece a salire da sola, forse era troppo stanca oppure solo spaventata.

Vincenzo dovette prenderla in braccio, le fece due coccole che la rassicurarono molto e lei smise di tremare. La depose a fianco alle mie gambe e lei si accovacciò nel minor spazio possibile. Se non avessimo saputo che era lì, non ci saremmo nemmeno accorti della sua presenza.»

Nel frattempo che Susanna parlava in modo così accorato, i due bambini cercavano di scrutarsi e di vincere a vicenda le loro paure. Milly vedeva che Chicco aveva una gran voglia di accarezzare il cane ed era disposta ad accontentarlo, ma aveva paura ad avvicinarsi a lui a causa dello scatto di terrore che il bimbo aveva fatto poco prima.

Si era messa un po’ distante da lui tenendo stretta la sua cagnetta per il collo, in modo che l’altro non potesse più slacciare il guinzaglio dal collare. Tuttavia il resto del corpo del cane era libero di muoversi e il bambino, pur essendo tenuto saldamente dalla mamma, si allungava un po’ per arrivare al dorso del cane e fargli una piccola carezza.

Sentendosi toccata la cagnetta cercò lo sguardo di Milly, come per rassicurarsi che lei fosse d’accordo a quel gesto di affetto. La bambina interpretò quello sguardo come una manifestazione di paura, per cui accarezzò il suo cane nel volto e le sorrise, «Vedi che il bimbo non ti fa nulla di male», le disse con tono affettuoso, non avendo capito che la cagnetta conosceva già quel bambino e non aveva paura di essere toccata da lui, sapeva che molte volte, in passato, l’aveva accarezzata con affetto e altre volte, non si sa perché, ma le aveva fatto del male tirandole fortemente qualche ciuffo di peli.

Con quello sguardo Molly voleva solo il consenso della sua nuova padroncina per farsi toccare da quel bimbo un po’ strano. Ma la bambina era molto socievole e si rivolse a Chicco con un cenno si sorriso per fargli capire che lo aveva già perdonato di quel suo gesto iniziale, che aveva destato tanta rabbia sia a lei sia alla sua mamma.

Susanna era afflitta quando parlava della malattia del suo bambino, ma in quel momento lo guardava con la coda dell’occhio ed era felice, perché egli aveva nuovamente accarezzato il cane con interesse, sotto gli occhi attenti di Milly che era ormai serena e sembrava voler giocare con lui, invitandolo più volte a chiamare in cane per nome. Anche Chicco era sereno, passava dolcemente la sua manina sul dorso della cagnetta guardando fissa la sua nuova amichetta, come per chiedere il permesso di poter continuare il suo gioco.

Sembravano sereni entrambi e questo aveva permesso a Susanna di parlare a lungo e raccontare la storia che aveva portato quella cagnetta nella loro famiglia, esprimendo anche le sensazioni che avevano avuto e le loro preoccupazioni per la salute del bambino. Cosa che sicuramente non avrebbe fatto se la sua mente non fosse stata addolcita nel vedere la mano del suo bimbo impegnata in una forma di gioco, qualunque esso fosse.

Tiziana invece osservava il comportamento di Chicco con timore. Era evidente che quel cane rappresentasse un aiuto per inserirlo a socializzare con gli altri bambini. Cosa avrebbe dovuto rispondere se le avessero chiesto di restituirglielo?

martedì 7 giugno 2016

Pomodori Verdi Fritti


«Penso vada bene proprio stasera». Rispose Alex, contento di risentire l’amico, «Comunque voglio prima assicurami che non ci siano altri impegni in famiglia. Contatto mia moglie e ti richiamo tra cinque minuti».

Fissarono l’appuntamento per quella stessa sera, da “Pomodori Verdi Fritti”, nome curioso, tratto da un film del 1991, in cui quattro donne raccontano le loro storie, affrontando i temi dell’amicizia e dell’amore, ma che ad Ostia è semplicemente una pizzeria situata sulla via dei Pescatori, all’altezza di Casal Palocco, dove fanno una famosa pizza ai sei formaggi veramente fantastica.

Alex arrivò per primo all’appuntamento ed entrò nel locale, che conosceva bene  per esserne un assiduo frequentatore. Chiese alla proprietaria il suo solito tavolo in veranda, un po’ appartato, perché avevano il cane e non volevano che disturbasse le altre persone. La signora sapeva che Molly era buonissima, stava tutto il tempo nella sua cuccetta portatile poggiata su una sedia accanto a quella di Milly e mangiava le briciole che le dava la bambina, sempre pronta ad accarezzarla un po’ quando qualcuno, vedendola, la stuzzicava e lei usciva la testolina fuori dalla cuccetta. Si accomodarono tutti e tre ed il cane, Tiziana fece mettere due cuscini sulla sedia di Milly, che ormai si sentiva grande e voleva una sedia per adulti e non più il solito seggiolone che si trovava nei locali e che lei aveva usato fino a pochi mesi prima.

Subito dopo arrivò Vincenzo con la moglie e il bimbo. I due uomini, appena si videro, si salutarono come vecchi amici, entrambi entusiasti della nuova amicizia che stavano instaurando. Ma quando anche le due donne si guardarono in faccia, l’allegria si spense immediatamente. «Ma lei è la donna di cui ti ho tanto parlato, quella che è fuggita con il nostro cane, lasciando me e Chicco nella più assoluta disperazione.» Disse Susanna al marito, mentre diventava rossa di rabbia e lui sbiancava in volto.

Anche Tiziana si irrigidì, come se si fosse accorta, in un istante, di trovarsi al centro di un covo di serpenti velenosi, che le strisciavano addosso, pronti a morderla e a soffocarla. Stese un braccio sulla bambina e il cane come per proteggerli, mentre con l’altra mano afferrò il polso di Alex, stringendolo forte tanto da fargli male: «Ma sai chi sono loro? Sono i vecchi padroni di Molly! Coloro che l’hanno abbandonata quando ha partorito i suoi cuccioli. Lei è la donna che un paio di mesi fa ho incontrato per caso, quando tu eri a quel convegno. Dopo tutto il male che hanno fatto al nostro cane, quella schifosa ha detto pure che avrebbe voluto riprenderselo!» disse al marito strattonandolo con forza.

È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
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domenica 5 giugno 2016

La fiducia degli animali


È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida

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Si avvicinò a Tiziana e le disse di togliersi gli occhiali da sole: «Per capire se hai intenzioni buone o cattive il cane ti deve guardare negli occhi, solo così può capire il tuo stato d’animo». Lui per primo si tolse i Ray Ban che indossava, il cane lo fissò e capì dal suo sguardo che non aveva intenzioni ostili, così si calmò un po’ ed abbassò la testa, dando segno di non aver paura. Anche Tiziana si tolse gli occhiali e vide che il cane concesse anche a lei la possibilità di avvicinarsi. La ragazza accostò pian piano una mano al dorso del cane, che si fece accarezzare dolcemente. Aveva proprio bisogno di quel gesto di conforto dopo tanto dolore!

La donna si accovacciò sulle ginocchia per portare i suoi occhi all’altezza di quelli del cane e continuò ad accarezzarla sulla testa, guardandola fissa negli occhi, che erano umidi e tristi, finchè una grossa lacrima si formò nella parte inferiore degli occhi del cane e cadde giù. Alex non sapeva cosa dire, ciò che stava osservando lo stupiva e allo stesso tempo lo commuoveva profondamente: lui sapeva che i cani non piangevano, eppure in quel momento avrebbe potuto proprio giurare che quella cagnetta stesse piangendo. Certo il suo volto faceva trasparire una tristezza infinita. Anche Tiziana si commosse, alzò le sue braccia e le strinse attorno al collo della cagnetta in un abbraccio affettuoso. E la cagnetta fece altrettanto, posando con grande affetto le sue zampette sulle spalle della ragazza.