venerdì 14 marzo 2014

“La danza dello sciamano” – I divorziati e il matrimonio

sito web web È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com / ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo. “I divorziati e il matrimonio”.

 «Infine, visto che Sua Eminenza me lo ha chiesto, devo confessare che ci sono alcune regole, dettate dal Clero e non da Cristo, che non capisco e non condivido!

 
Ad esempio una cosa che non mi và giù sono le regole del perdono, così come sono state formulate, almeno per quanto ne abbia capito io.  
Voi dite che un delinquente, uno che ha ammazzato la moglie o qualcun altro, se si pente, può ottenere il perdono in confessione e tornare ad entrare in chiesa e ricevere la comunione senza alcun problema.
Ma come fate voi a sapere se quel pentimento è stato sincero oppure no? Se al processo è stato assolto solo perché ha saputo trovarsi dei buoni avvocati o peggio, perché ha corrotto i giudici? Se quel tizio ha mentito anche al confessore?

Al contrario io che sono separato, ufficialmente non potrei neanche entrare in chiesa e ricevere i sacramenti. Ma allora, secondo voi, che cosa avrei dovuto fare io con mia moglie, visto che non riuscivo più ad andare d’accordo con lei? Forse se l’avessi ammazzata e poi mi fossi pentito in confessione, adesso potrei di nuovo sposarmi in chiesa con tutti i sacramenti?».

La voce di Luca si era fatta forte ed agitata. Parlava, o straparlava, in modo alterato. Era evidente che quel problema gli stava molto a cuore, che gli avrebbe fatto piacere regolarizzare la sua posizione con Lucia e che avrebbe voluto farlo in modo solenne, in chiesa con tutti i sacramenti.
        Adelmo capiva la rabbia di Luca. Lui lo conosceva da quando era giovane ed era stato al suo fianco anche nel periodo buio in cui si era separato dalla moglie. Sapeva bene a cosa alludeva il siciliano pronunciando quelle parole con rabbia e con risentimento.

Allora scosse la testa, prese una mano di Luca, la strinse tra le sue e stava per iniziare il suo lungo discorso, quando ……. 

lunedì 10 marzo 2014

Terremoti: E se fosse il Big One?

web Nove marzo 2014: terremoto di magnitudo 6.9, localizzato al largo delle coste californiane. La notizia è di quelle che fanno drizzare subito le orecchie, non tanto per la potenza dell’evento: 6.9 della scala Richter, che già è un valore molto elevato, quanto per il luogo in cui è avvenuto: in California! Sulla costa occidentale degli Stati Uniti corre la infatti la famosa: “faglia di Sant’Andrea”, per cui, quando accade un terremoto in quella zona, tutti pensiamo subito al “Big One” ed abbiamo paura.

 
Al giorno d’oggi molti film sono focalizzati su degli eventi catastrofici, naturali o causati da qualche ipotetica popolazione aliena, che potrebbero avvenire in un futuro abbastanza prossimo  e distruggere il nostra bella Terra. Ma finchè si parla di fantascienza, alla fine del film possiamo tirare un grosso sospiro di sollievo e dire tra noi: “ma perché ce la stiamo a tirare?”.

Mentre il  “Big One” è tutta un’altra cosa! Questo è un evento scientificamente previsto da parecchio tempo! Per cui è normale che ci faccia tanta paura.
La crosta terrestre, pur se costituita da rocce molto dure, è formata dall’unione di numerose “zolle”, ognuna vasta quanto un continente, separate tra loro e con la possibilità di scorrere lentamente le une verso le altre. Ciò a causa delle enormi quantità di energia generate dalla forza centrifuga, dovuta al movimento di rotazione della Terra stessa. Entrano anche in gioco le reazioni chimiche che avvengono nel nucleo terrestre, che si trova in uno stato fluido a causa della sua altissima temperature, dell’ordine di qualche migliaio di gradi, per cui le forze in gioco sono enormi ed è assolutamente impossibile prevedere il giorno e il luogo esatto dove esse scateneranno i loro effetti.

Le zone che separano una zolla dall’altra, sono soggette a delle “faglie”, ossia delle linee di frattura in cui le due zolle adiacenti scorrono orizzontalmente o tendono a sovrapporsi una sull’altra.
La più nota tra queste faglie è quella detta di “Sant'Andrea”, che si estende per oltre 1300 km attraverso la California, tra la placca nordamericana e la placca pacifica. Essa è famosa per i devastanti terremoti che si sono verificati nelle sue immediate vicinanze. Ne sono esempi recenti il terremoto di Fort Tejon (poco a nord di Los Angeles) nel 1857, di magnitudo 8, e il terremoto di San Francisco, nel 1906, di magnitudo 8,3.

La faglia fu individuata per la prima volta nel 1895 da Andrew Lawson, professore di Geologia dell'Università di Berkeley, che la chiamò così perché partiva da un piccolo lago, la Laguna de San Andreas, situato su una valle formata proprio dalla faglia a sud di San Francisco. Dopo il terremoto di San Francisco, Lawson scoprì anche che la faglia di Sant'Andrea è estesa in particolare nella California meridionale.

The Big One ("quello grosso", come viene chiamato negli Usa) è il nome dato ad un possibile futuro terremoto che potrebbe essere uno dei più potenti mai verificatisi negli Stati Uniti, sicuramente superiore al settimo grado della Scala Richter, ma probabilmente di potenza ben più elevata.

Questo terremoto potrebbe scatenarsi come conseguenza dell'elevato accumulo di energia nella faglia e determinerebbe il distacco dalla terraferma di una enorme striscia di territorio che inizia con la penisola di California, continua sul “Salton Sea”, passa a ridosso della vasta area metropolitana di Los Angeles, attraversa la cittadina di Parkfield, che è uno dei luoghi più monitorati per lo studio dei terremoti e si conclude nella baia di San Francisco. Nella evenienza in cui si verificasse questo terremoto, entrambi queste due metropoli sarebbero messe in forte pericolo dal Big One.
Alcuni studi realizzati nel 2005 affermano che le probabilità che il Big One colpisca la California entro 30 anni a partire dalla data dello studio sono molto alte.

Altre notizie di interesse scientifico si possono trovare sul sito http://www.alfiogiuffrida.com/

 

domenica 9 marzo 2014

Quando cade un aereo

sito web web Ogni volta che cade un aereo, subito si pensa ad uno di questi due fattori: la meteorologia, che nonostante la tecnologia avanzata dei moderni aerei è sempre in grado di mettere in difficoltà qualsiasi tipo di velivolo; e il terrorismo, la nuova arma, più pericolosa e temuta della bomba atomica. Quanto al problema scientifico, si è parlato più volte, in questo stesso blog o, più in generale, su sito http://www.alfiogiuffrida.com/ , della esperienza di una riattaccata. Ma al sottoscritto una volta, è capitato un evento ben più grave: entrare con l’aereo in un cumulonembo. Vi assicuro che l’esperienza è una di quelle che lasciano il segno.

 
Quanto al terrorismo, appena se ne parla pensiamo subito all’undici settembre 2001 e ciò che è accaduto a New York. Quella è stata una giornata che ha segnato una svolta nella storia dell’umanità! A New York il cielo era sereno, un azzurro che invitava tutti a stare tranquilli, a sentirsi sereni. Nulla avrebbe fatto presagire la catastrofe che si sarebbe scatenata alle ore 8.46 locali. Ma forse questo cielo sereno era uno degli elementi necessari a realizzare quello che è stato senz’altro il più grave attentato di tutti i tempi.

Sicuramente ai piloti attentatori, visto che non erano dei professionisti e quindi, almeno in parte, dovevano “volare a vista”, serviva che la visibilità fosse ottima.

Ma forse quella giornata di cielo sereno era stata scelta anche per un altro motivo. Nella mente malata dell’ideatore era già presente quell’immagine della Statua della Libertà, simbolo degli Stati Uniti d’America come difensori della libertà nel mondo, offuscata dal fumo nero delle Twin Towers, simbolo della potenza economica dello Stato più industrializzato del mondo. Cosa sarebbe accaduto se quel giorno fosse stato molto nuvoloso o New York fosse stata sotto l’azione di un violento temporale? Sicuramente i morti ci sarebbero stati lo stesso, ma lo spettacolo che Bin Laden voleva dare al mondo, dell’America in fiamme, sarebbe stata poco visibile.

Se l’attentato fosse avvenuto al centro di un banco di nebbia, nessuno avrebbe visto con chiarezza il secondo aereo che penetrava nella Torre Sud come se fosse un coltello che affonda nel burro.

Il giorno 10 e il 14 a New York, nella stazione posta sulla 5° Avenue, pioveva, come si può vedere dal bollettino meteorologico del mese di settembre 2001 (tratto dal sito:  http://www.noaa.gov/) , ma il giorno 11 era sereno.

Chissà se lo “sceicco della morte” abbia tenuto conto di questo fattore e il giorno 11, se fosse stato piovoso, avrebbe addirittura rimandato l’attentato ad un altro giorno? Forse tanti eventi non si sarebbero verificati, se in quella data il cielo fosse stato coperto e le torri poco visibili? Questo di certo non lo sapremo mai! Possiamo solamente farci un’idea, ma sarebbe solo la nostra, chiunque potrebbe dire che abbiamo ragione oppure torto. Nessuno potrebbe legare con certezza gli eventi meteorologici con i fatti di guerra o gli attentati.

Eppure, la meteorologia è nata proprio per un fatto di guerra.

Nel 1854, già molti scienziati avevano proposto dei metodi per fare delle previsioni meteorologiche, anche solo di uno o due giorni. Alcuni governi dei maggiori Stati avevano anche individuato delle iniziative di cooperazione internazionale per soddisfare la principale esigenza, prospettata dagli scienziati, per poter fare delle “previsioni del tempo”: quella di raccogliere in un solo ufficio, in tempi brevissimi, i dati di osservazione su una superficie vasta quanto l’intera Europa. I mezzi tecnici erano già resi possibili dall’invenzione del telegrafo, mancava solo la volontà politica.

A quel tempo era in corso la Guerra di Crimea tra l'Impero Russo da un lato e l'Impero Ottomano con i suoi alleati (Regno Unito, Francia e Regno di Sardegna) dall’altra.

Il 14 novembre 1854, una violenta tempesta nel Mar Nero causò danni ingentissimi alla flotta anglo-francese intervenuta a fianco dei Turchi. Quel giorno andarono perdute trentotto navi e tre vascelli per cause meteorologiche, mentre i morti furono circa 400. La flotta russa non aveva mai inflitto agli alleati una disfatta così dura, come invece aveva fatto una “semplice” tempesta. In quella occasione l’astronomo francese Jean Joseph Le Verrier  dimostrò al suo governo che quell’evento sarebbe stato prevedibile.

Meno di un anno dopo, il 16 febbraio del 1855, nacque il Servizio Meteorologico Francese, seguito, in brevissimo tempo, dalla nascita dei vari “Servizi” in  tutti gli altri Stati.

Quella, tuttavia, non fu la sola occasione in cui si dovette tener conto della meteorologia nella preparazione di particolari eventi bellici. I giapponesi ne tennero conto quando dovettero radunare una immensa flotta per l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Come punto di raccolta essi scelsero una zona di mare, davanti alle Isole Curili, dove le condizioni atmosferiche erano tali da celare alla vista da terra anche un raggruppamento di navi così imponente come la flotta d’attacco.

Parimenti per lo sbarco in Normandia, appena concluse le operazioni preliminari il 31 maggio, si era scelta la data del 4 giugno 1941. Tuttavia si dovette rimandare al 6 in base alle previsioni meteorologiche, che davano condizioni di mare molto mosso (vedi foto). Purtroppo non si potette aspettare oltre in quanto, a partire dal giorno 7, l’alta marea avrebbe nascosto gli ordigni, posti dai tedeschi sulla riva, per fare esplodere i mezzi di sbarco. In quella occasione sembra tuttavia che non si aspettò abbastanza, il grandissimo numero di vittime che si ebbero sulla spiaggia denominata  Omaha, fu dovuto al fatto che i carri armati Sherman anfibi non riuscirono ad arrivare a riva, a causa degli urti delle onde del mare ancora troppo mosso.

martedì 4 marzo 2014

“Chicco e il Cane” – Amore o convivenza?

sito web web È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
 Qualche minuto dopo la madre di Susanna fu svegliata di soprassalto dal suo sonno agitato. Aveva sentito qualcosa come uno sparo, ma non era riuscita a capire se ciò era avvenuto in un sogno o nella realtà. Si girò nel letto e con la mano cercò il marito, vide che non c’era per cui si alzò e andò a cercarlo in cucina, poi nel bagno. Un brivido di freddo attraversò il suo corpo, paralizzandole la schiena e le gambe.
Nella casa il silenzio era profondo, chiamò più volte il marito ma non ottenne nessuna risposta, il suo cuore cominciò a battere più forte e lei cominciò ad essere pervasa dalla paura e da uno strano presentimento. I suoi passi divennero lenti e pesanti,  riuscì a muoversi solo con grande sforzo. Continuava a chiamare il marito balbettando, le gambe le tremavano e camminava appoggiandosi con le mani alle pareti, tremando come una foglia.
Andò anzitutto nella stanza che era stata di Susanna prima che si sposasse, pensava che il marito fosse andato lì per ragionare in pace sulle parole che aveva detto la figlia. Aprì la porta e lo chiamò per nome, accese la luce e vide che la stanza era in ordine, ma non c’era nessuno. Una folata di vento entrata dalla finestra socchiusa fece muovere la tenda e lei gridò il nome della figlia, ma nessuno rispose. La vecchia si guardò intorno come intontita, non sapeva che cosa fare o a chi rivolgersi.
Camminando lentamente si diresse verso lo studio, lo trovò chiuso e cercò più volte, inutilmente, di girare la maniglia della grande porta a vetri. Vide che dentro c’era una luce accesa, chiamò il marito ma, come le altre volte, non rispose nessuno. Pensò al brusco rumore che aveva udito e cercò di convincersi che non poteva essere quello di uno sparo, forse era stata una bottiglia che era caduta e si era rotta oppure lo scoppio di un petardo avvenuto per strada.
Aveva una grande paura ad aprire quella porta, ma non c’erano dubbi che suo marito fosse lì dentro. Cercò di illudersi che fosse andato in studio per qualche ragione e poi si fosse addormentato. Lo chiamò con voce dolce e spaventata, come per svegliarlo dolcemente da un sonno irreale: «Luca? Sei in studio? … Che fai, stai bene?». Ma il suo richiamo non ottenne alcuna risposta e lei cominciò a preoccuparsi ancora di più.
Era atterrita che potesse essergli accaduto qualcosa di grave, ma si rifiutava di credere a ciò che poteva essere la cosa più evidente. Del resto lei sapeva bene che il marito aveva una pistola nel suo studio, più un cimelio storico che un’arma di difesa, della quale andava fiero quando ne parlava con gli amici. Ma era pur sempre un’arma, che poteva sparare ed uccidere qualcuno, producendo un rumore del tutto simile a quello che lei aveva udito nel suo letto freddo.
Ma lei si rifiutava di accettare quel pensiero, era assurdo che fosse accaduto qualcosa del genere. Suo marito era perfetto, non aveva potuto commettere una azione del genere.

Cercò di capire quale poteva essere stata la ragione per cui lui si fosse chiuso a chiave, immaginò che aveva fatto quel gesto perché voleva restare solo e non essere disturbato mentre telefonava alla figlia, per discutere con lei, in piena notte, di quelle atroci parole che lei gli aveva riversato addosso la sera prima.
Pensò tuttavia che, probabilmente, era accaduto qualcosa di imprevisto  e questo aggravò la sua ansia, che a poco a poco si trasformò in terrore. Con le mani tremanti si appoggiò di nuovo alle pareti e si diresse in camera da letto dove c’era la chiave di riserva della porta dello studio, nel cassetto del grande comò.
Aprì il primo cassetto, quello dove c’erano le camice del marito. Le guardò con affetto, o forse con amore, non era sicura di ciò, lei non si era mai chiesta che differenza ci fosse fra i due sentimenti. Erano più di trent’anni che viveva assieme a quell’uomo che aveva sempre rispettato e venerato, con il quale aveva condiviso i momenti più belli del fidanzamento, poi quelli maturi dei primi successi nel suo lavoro e i primi screzi nella sua carriera, a causa delle sue prese di posizione verso i colleghi.

Rivisse il suo matrimonio e la nascita della figlia, momenti belli ed indimenticabili, anche se non vi era mai stata una occasione che lei aveva vissuto da protagonista, era sempre stata l’ombra del suo uomo. Anche quando erano arrivati gli anni tristi, in cui lui aveva perso gli amici ed era diventato burbero ed autoritario, lei era rimasta fedele al suo fianco, dandogli sempre ragione su tutto ciò che lui diceva.
Ma non si era mai posta la domanda se questo fosse amore o solo affetto. Non aveva mai indagato se il suo fosse un istinto profondo di coinvolgimento e dedizione che l’avesse legata a lui come la vera ed insostituibile compagna della sua vita, oppure fosse solo un umile stato di servilismo verso un uomo e una mente che le avevano assicurato una vita agiata e aveva colmato ogni suo bisogno con fatti e consigli, anche quelli che lei non aveva richiesto.

Eppure quella sua famiglia, che sembrava tanto unita, lei l’aveva vissuto solo dall’esterno, senza mai parteciparvi appieno. Ma lei non si era mai chiesta se ciò fosse giusto o no, anche perché si accorgeva che quella situazione non era solo lei a viverla, la maggior parte delle sue amiche vivevano una vita simile alla sua: ricca di esteriorità e povera di sentimenti.
Ma questa riflessione balenò solo un attimo nella sua mente, in quel momento, effettivamente, aveva ben altro a cui pensare. Prese la chiave e tornò allo studio, lasciando le luci accese in ogni stanza che aveva percorso. Le mani le tremavano forte e ci volle un po’ di tempo prima che riuscisse a far entrare la chiave nella toppa e girarla, ma alla fine ci riuscì. La scena che si presentò ai suoi occhi fu agghiacciante.

La poca luce illuminava il corpo del marito, riverso sulla scrivania, come se stesse dormendo, tuttavia non c’era alcun disordine nel resto della stanza semibuia. Si avvicinò in silenzio e lo scosse dalle spalle, ma lui non si mosse. La donna si rese subito conto che era accaduto qualcosa di molto grave, ma non aveva ancora capito cosa, il suo cervello non riusciva più a connettere e ragionare. Senza che lei se ne accorgesse, dalla sua bocca uscì un urlo di disperazione: «Luca? Che hai fatto? …  Rispondimi per carità, non abbandonarmi proprio adesso!»
Quella fu la prima volta in vita sua che vide il marito non più come un essere superiore, quasi divino, da venerare ed ossequiare, verso il quale il sentimento più profondo che lei sentiva era il rispetto. In quel momento, per la prima volta in vita sua, lo vide come una persona qualsiasi, verso il quale poté finalmente nutrire una strana sensazione di tenerezza e di affetto. Finalmente sentì verso di lui quel sentimento di amore che non aveva mai provato fino ad allora. In quel momento capì che anche lui, in fondo, era un comune essere mortale.

Il suo corpo si irrigidì, spalancò gli occhi, le vene del suo collo si ingrossarono a dismisura e lei gridò di nuovo con tutta la forza che aveva in gola: «Luca, che hai fatto? … Perché ti ho parlato in quel modo? Perché ho approfittato tanto della tua forza e della tua saggezza? E adesso cosa faccio? Cosa faranno Susanna ed il bambino senza di te? … Rispondimi per carità, non te ne andare!»
Era disperata, affranta, terrorizzata da quella nuova e grave situazione che si era verificata all’improvviso e che lei non aveva previsto. Come avrebbe fatto ad affrontare, da sola, il resto della sua vita? Come avrebbe dovuto risolvere i problemi della sua famiglia, lei che non si era mai preoccupata neanche di analizzarli un po’? Lo abbracciò con forza e lo baciò sulla testa, dove il sangue scorreva più copioso. Ma lei non vide nient’altro che il marito accasciato sulla scrivania, non badò se fosse morto oppure vivo.


 
Poi si scostò e lo scosse dalle spalle. Lo guardò con attenzione e vide che la sua mano destra stringeva ancora la pistola fumante. Era quella che lui teneva sempre nel cassetto della scrivania, della quale parlava raramente, ma quando qualcuno apriva il discorso sull’opportunità di tenere una pistola in casa, lui nominava con orgoglio quell’oggetto che lui custodiva come un feticcio.
«Quella non è una pistola qualsiasi», diceva con voce solenne, mentre i suoi occhi brillavano di una stana luce,  «quella è proprio un gioiello della tecnica! È una “Smith & Wesson” con il manico intarsiato, di grande pregio e costruita con materiali di assoluta purezza, che ho comprato a New York, una volta che andai in quella città per un convegno di lavoro. Era in una armeria piccola ma specializzata in pistole di precisione,  il proprietario era un generale a riposo dell’esercito federale statunitense, che me la consigliò spiegandomi i suoi innumerevoli pregi. In effetti notai anch’io l’enorme differenza tra la pistola d’ordinanza che avevo imparato ad usare durante il servizio militare e quel gioiello, che oltre ad essere un’arma può sicuramente essere considerata un oggetto di culto e di vanto. Io la tengo custodita sempre sotto chiave, in un cassetto dove posso accedere solo io, ma se qualche ladro riuscisse ad entrare in casa mia, dovrà fare i conti con quella. E poi vedremo se qualcuno riuscirà a mettermi in galera».
La moglie ricordava l’orgoglio con cui il marito diceva quelle parole e, pur non capendo nulla di armi, guardava quell’oggetto come una fonte di sicurezza in casa, in rispetto alle lodi che le faceva il marito. E invece quell’arma così enfatizzata l’aveva usata proprio contro se stesso.
Vide che la tempia era squarciata da un foro largo più di un dito da cui il sangue usciva a flutti. Pezzi di cervello erano usciti dall’altro foro, nella parte opposta della testa ed erano sparsi sul piano della scrivania. Piccoli brandelli di materia grigia erano state scagliate anche sulle belle pareti della stanza e sulla libreria. La sua testa, ormai immobile, era poggiata sul foglio che aveva scritto per ultimo e in parte lo copriva. La moglie lo notò e subito cercò di leggerlo nella speranza di trovare una risposta alle sue assillanti domande.

Si riusciva a decifrare con chiarezza solo l’ultima parola: “Perdonatemi”. La donna cercò di leggere anche il resto della frase, ma non era facile, il foglio era macchiato di sangue. Tuttavia quella parola la lasciò allibita, non l’aveva mai sentita pronunciare da suo marito. Pensava che lui, per il suo carattere, non avesse mai neanche immaginato di chiedere perdono a qualcuno. Cosa era cambiato in lui quella notte? Perché quella frase di umiltà l’aveva proprio scritta?
Si sforzò di capire cosa fosse realmente accaduto, se suo marito fosse realmente morto o solo ferito, se quella che aveva davanti ai suoi occhi dovesse essere la situazione definitiva o solo una passeggera, poi tutto sarebbe ritornato come prima. Cercò di intuire che cosa avesse potuto spingere il marito a compiere quel gesto. Sapeva che la sera prima lei stessa gli aveva dato un grande dolore, ma pensava che lui fosse troppo razionale per compiere quel gesto. Non le sembrava un motivo valido per spingerlo a quella azione folle. E inoltre cosa poteva significare quella parola, scritta da lui, con cui chiedeva perdono? Una frase così non se la sarebbe mai aspettata, la rilesse più volte e non credeva ai suoi occhi, cosa era cambiato in lui in quella dannata notte?  

Scoppiò in lacrime, e quel gesto la fece tornare, in un attimo, alla dura realtà. Prese in mano il telefono che era sulla scrivania e da quello stesso chiamò la figlia. Susanna le rispose intontita per la notte insonne che aveva appena trascorsa. La madre le gridò con voce agitata e piena di ansia: «Vieni subito, tuo padre …». Poi emise un urlo di terrore e lasciò cadere la cornetta per terra. Si era guardata addosso e aveva visto che anche lei era macchiata di sangue nelle mani e nel vestito. Sentì il suo volto unto di un liquido appiccicoso, si portò le mani sulle guance e poi le guardò, sentì un vuoto alla testa, sbarrò gli occhi ma non vide più nulla!
Era svenuta ed era caduta esamine strisciando sulla scrivania e finendo a terra, nel posto dove il rivolo di sangue che usciva dalla testa del marito formava una larga pozza. ….

domenica 2 marzo 2014

Il Diluvio Universale

La domanda è una di quelle che hanno sempre suscitato grande interesse: il Diluvio Universale è un evento che si è effettivamente verificato o è solo una leggenda?
Tra gli eventi meteorologici di rilievo che si sono verificati nel passato, è senz’altro quello che merita il maggiore interesse storico, sia per le ripercussioni che esso ha avuto, sia perché è stato narrato, da persone diverse ma con le stesse caratteristiche, nel più importante dei libri: la Bibbia.

 
Nel primo libro della Bibbia, la Genesi, il diluvio viene descritto nei minimi particolari e viene data la spiegazione di come esso si sia verificato per volontà del Signore, che in questo modo ha voluto punire la “corruzione umana”.
Il versetto 6.13 dice: “Allora Dio disse a Noè: Mi son deciso, la fine di tutti i mortali è arrivata …” e continua (versetto 7.11): “nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, nel diciassettesimo giorno … le cataratte del cielo si aprirono”.
Già, proprio il giorno diciassette segna l’inizio del Diluvio Universale, questo, secondo l’opinione più accreditata, è il motivo per cui, nella cultura mediterranea, il numero 17 porta sfortuna.
Continuando a leggere la Bibbia, al versetto 7.17 troviamo scritto che “Il diluvio venne sopra la Terra per quaranta giorni …. Così fu sterminata ogni creatura esistente sulla faccia del suolo”.
Ma se le piogge durarono incessantemente per quaranta giorni, le acque coprirono completamente la Terra per ben cinque mesi, come è scritto in un altro versetto della Bibbia e fu solo alla fine del settimo mese di alluvione che “apparirono le vette dei monti” e Noè (versetto 8.10) “ rilasciò la colomba fuori dall’arca e …. tornò con una foglia di ulivo …”.

Da altre fonti storiche sappiamo che nel 2350 a.C. in Mesopotamia, Re Sargon nel suo immenso palazzo reale a Ninive realizzò una enorme biblioteca di tavolette di argilla. Essa tuttavia andò quasi tutta distrutta e quel poco che rimase fu sepolta dalla sabbia.
Grazie agli scavi effettuati in tempi recenti, tra le 10.000 tavolette (oggi tutte visibili al Louvre di Parigi e in altri musei) gli archeologi hanno recuperato il “Poema di Gilgamesh”, un racconto simile alla nostra “Odissea”, ma più ricco di notizie storiche, tanto da poter essere paragonato alla Bibbia. In esso si narra di un eroe, simile ad Ulisse, anch’egli celebre per i suoi viaggi nelle terre allora conosciute. Il poema quindi, scritto secondo i ricordi sumerici, costituisce la controparte del racconto biblico del Diluvio, in lingua babilonese e assira.
Durante uno di questi lunghi viaggi Gilgamesh incontra un vecchio scampato ad un terrificante diluvio perché, allo stesso modo di Noè, si era costruito un’arca. I due racconti coincidono in molti particolari, per cui possiamo dedurre che, essendo stati scritti da autori diversi, che sicuramente con si conoscevano tra di loro, costituiscono la traccia storica di un evento realmente accaduto.

 
Ma se la Mesopotamia è geograficamente vicina a Israele, ci sono altre leggende, provenienti da civiltà lontane, che raccontano una storia collegata al Diluvio. Noè, secondo la Genesi biblica, era uno dei patriarchi: personaggi che hanno raggiunto un'età straordinaria, famosi per essere i discendenti di una misteriosa razza di Giganti. Secondo il calendario Maya noi viviamo un "giorno galattico", suddiviso in cinque Ere. La terza di queste, detta Era del Fuoco, è finita nell'anno 8238 avanti Cristo a causa di un "Grande Diluvio", in cui un uomo (guarda caso un gigante) riesce a salvare l’umanità rinchiudendo gli animali in una Arca per farli sopravvivere all'ira degli Dèi

Al di la della narrazione Biblica, la pianura della Mesopotamia da sempre è effettivamente soggetta a grandi alluvioni, che possono essere causate sia da piogge torrenziali, sia dall’improvviso scioglimento, in primavera, delle nevi che si formano abbondanti sui rilievi del Caucaso.
I geologi hanno individuato alcuni anomali strati di terreno sedimentario, che potrebbero essere stati causati da altrettanti “diluvi”, centrati intorno al 12400, 9600 6000 e 5500 a.C.. In base alle ricerche dell’archeologo Sir Leonard Woolley, [http://cronologia.leonardo.it/mondo05a.htm ], sembra che il cataclisma più intenso sia stato quello che si è verificato attorno al 10.000 a.C.. Tuttavia, secondo l’egittologo Antonio Crasto, che ha dedicato ampio spazio alle catastrofi che hanno colpito l’antico Egitto e il mondo intero (vedi  http://www.ugiat-antoniocrasto.it/ ), il periodo più probabile per l’evento citato dalla Bibbia, dovrebbe essere quello del 5.500 a.C., epoca in cui esisteva già una civiltà abbastanza numerosa da avere danni molto gravi e in grado di tramandare i fatti storici avvenuti (Gilgamesh e Osiride), anche sotto forma di leggende.

Invece, secondo due geofisici americani, William Ryan e Walter Pitman l’evento potrebbe essersi verificato nel Mar Nero, sempre attorno al 5.550 a.C., come conseguenza dell’innalzamento del livello del Mar Mediterraneo. Nel 5.600 avanti Cristo il mare aveva raggiunto il colmo della barriera di terra nella valle del Bosforo, pronto a riversarsi nel lago del Mar Nero. Ad un tratto “I detriti che fino ad allora avevano sbarrato la valle vennero rapidamente spazzati via e l’acqua, ormai alta alcuni metri, divenne una fiumana: tuonava, turbinava, ribolliva di pietrame e artigliava le pareti di roccia molle che qua e là cadevano. L’acqua, spessa di detriti, si abbatté sul fondo, graffiò e incise lo stesso letto roccioso. Quanto più scavava, tanto più aumentava la sua velocità, e quanto più questa aumentava, tanto più rapidamente l’acqua scavava, finché aprì una fiumana larga un’ottantina di metri ed alta centocinquanta che mugghiava a velocità superiori a settantacinque chilometri all’ora, con un frastuono che scuoteva la terra e probabilmente si faceva udire e percepire sensibilmente lungo l’intero perimetro del Mar Nero. Ogni giorno si abbattevano chilometri cubi di acqua, duecento volte la portata delle odierne cascate del Niagara.” ( da: http://www.storico.org/In%20principio/diluvio_universale.htm ).
Inizialmente i ricercatori hanno ipotizzato che l'invasione marina sia stata rapida e che abbia provocato un'onda talmente alta da sollevare le barche e le navi dei siti della costa orientale fino a portarle in cima alle montagne (mito dell'arca sull'Ararat). In realtà sembra che la frattura della diga sia stata graduale e che il lago si sia riempito lentamente, dando così tempo per una fuga delle popolazioni che abitavano le vecchie coste.

Vista l’entità veramente universale del fenomeno, è possibile tuttavia formulare una ipotesi del tutto diversa; forse si é trattato di un cataclisma di proporzioni ancora più ampie che, oltre a forti piogge, ha compreso altri eventi naturali come terremoti, maremoti, sollevamenti e abbassamenti della crosta terrestre che, tutti insieme, hanno provocato enormi inondazioni sul nostro pianeta.
Sappiamo che in età preistorica, quello che ora si chiama Mar Nero, era un grande lago di acqua dolce. La trasformazione di questo bacino in un vero e proprio mare sembra sia avvenuta tra  dodicimila e ottomila anni fa.

 
Secondo alcuni scienziati (http://cronologia.leonardo.it/mondo05a.htm ),  l'ultimo spostamento accertato dell'asse terrestre, che sarebbe la conseguenza della caduta di un enorme asteroide proprio in quel lago, si è verificato tra 10.000 e 13.000 anni fa, provocando una tracimazione dell’acqua contenuta in esso, in modo simile a quanto avvenne il 9 Ottobre 1963 a Longarone, ai piedi della diga del Vajont. Facendo un rapido confronto, le due date sono compatibili e, pur restando nel campo delle ipotesi, è possibile supporre che si sia trattato dello stesso evento. In questo modo la data del Diluvio Universale verrebbe spostata indietro di alcuni millenni, andando a coincidere con lo strato più spesso di argilla scoperto da Wolley.
Altre notizie sul Diluvio Universale si trovano su “Manuale di Meteorlogia”, di Alfio Giuffrida e Girolamo Sansosti.