domenica 2 marzo 2014

Il Diluvio Universale

La domanda è una di quelle che hanno sempre suscitato grande interesse: il Diluvio Universale è un evento che si è effettivamente verificato o è solo una leggenda?
Tra gli eventi meteorologici di rilievo che si sono verificati nel passato, è senz’altro quello che merita il maggiore interesse storico, sia per le ripercussioni che esso ha avuto, sia perché è stato narrato, da persone diverse ma con le stesse caratteristiche, nel più importante dei libri: la Bibbia.

 
Nel primo libro della Bibbia, la Genesi, il diluvio viene descritto nei minimi particolari e viene data la spiegazione di come esso si sia verificato per volontà del Signore, che in questo modo ha voluto punire la “corruzione umana”.
Il versetto 6.13 dice: “Allora Dio disse a Noè: Mi son deciso, la fine di tutti i mortali è arrivata …” e continua (versetto 7.11): “nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, nel diciassettesimo giorno … le cataratte del cielo si aprirono”.
Già, proprio il giorno diciassette segna l’inizio del Diluvio Universale, questo, secondo l’opinione più accreditata, è il motivo per cui, nella cultura mediterranea, il numero 17 porta sfortuna.
Continuando a leggere la Bibbia, al versetto 7.17 troviamo scritto che “Il diluvio venne sopra la Terra per quaranta giorni …. Così fu sterminata ogni creatura esistente sulla faccia del suolo”.
Ma se le piogge durarono incessantemente per quaranta giorni, le acque coprirono completamente la Terra per ben cinque mesi, come è scritto in un altro versetto della Bibbia e fu solo alla fine del settimo mese di alluvione che “apparirono le vette dei monti” e Noè (versetto 8.10) “ rilasciò la colomba fuori dall’arca e …. tornò con una foglia di ulivo …”.

Da altre fonti storiche sappiamo che nel 2350 a.C. in Mesopotamia, Re Sargon nel suo immenso palazzo reale a Ninive realizzò una enorme biblioteca di tavolette di argilla. Essa tuttavia andò quasi tutta distrutta e quel poco che rimase fu sepolta dalla sabbia.
Grazie agli scavi effettuati in tempi recenti, tra le 10.000 tavolette (oggi tutte visibili al Louvre di Parigi e in altri musei) gli archeologi hanno recuperato il “Poema di Gilgamesh”, un racconto simile alla nostra “Odissea”, ma più ricco di notizie storiche, tanto da poter essere paragonato alla Bibbia. In esso si narra di un eroe, simile ad Ulisse, anch’egli celebre per i suoi viaggi nelle terre allora conosciute. Il poema quindi, scritto secondo i ricordi sumerici, costituisce la controparte del racconto biblico del Diluvio, in lingua babilonese e assira.
Durante uno di questi lunghi viaggi Gilgamesh incontra un vecchio scampato ad un terrificante diluvio perché, allo stesso modo di Noè, si era costruito un’arca. I due racconti coincidono in molti particolari, per cui possiamo dedurre che, essendo stati scritti da autori diversi, che sicuramente con si conoscevano tra di loro, costituiscono la traccia storica di un evento realmente accaduto.

 
Ma se la Mesopotamia è geograficamente vicina a Israele, ci sono altre leggende, provenienti da civiltà lontane, che raccontano una storia collegata al Diluvio. Noè, secondo la Genesi biblica, era uno dei patriarchi: personaggi che hanno raggiunto un'età straordinaria, famosi per essere i discendenti di una misteriosa razza di Giganti. Secondo il calendario Maya noi viviamo un "giorno galattico", suddiviso in cinque Ere. La terza di queste, detta Era del Fuoco, è finita nell'anno 8238 avanti Cristo a causa di un "Grande Diluvio", in cui un uomo (guarda caso un gigante) riesce a salvare l’umanità rinchiudendo gli animali in una Arca per farli sopravvivere all'ira degli Dèi

Al di la della narrazione Biblica, la pianura della Mesopotamia da sempre è effettivamente soggetta a grandi alluvioni, che possono essere causate sia da piogge torrenziali, sia dall’improvviso scioglimento, in primavera, delle nevi che si formano abbondanti sui rilievi del Caucaso.
I geologi hanno individuato alcuni anomali strati di terreno sedimentario, che potrebbero essere stati causati da altrettanti “diluvi”, centrati intorno al 12400, 9600 6000 e 5500 a.C.. In base alle ricerche dell’archeologo Sir Leonard Woolley, [http://cronologia.leonardo.it/mondo05a.htm ], sembra che il cataclisma più intenso sia stato quello che si è verificato attorno al 10.000 a.C.. Tuttavia, secondo l’egittologo Antonio Crasto, che ha dedicato ampio spazio alle catastrofi che hanno colpito l’antico Egitto e il mondo intero (vedi  http://www.ugiat-antoniocrasto.it/ ), il periodo più probabile per l’evento citato dalla Bibbia, dovrebbe essere quello del 5.500 a.C., epoca in cui esisteva già una civiltà abbastanza numerosa da avere danni molto gravi e in grado di tramandare i fatti storici avvenuti (Gilgamesh e Osiride), anche sotto forma di leggende.

Invece, secondo due geofisici americani, William Ryan e Walter Pitman l’evento potrebbe essersi verificato nel Mar Nero, sempre attorno al 5.550 a.C., come conseguenza dell’innalzamento del livello del Mar Mediterraneo. Nel 5.600 avanti Cristo il mare aveva raggiunto il colmo della barriera di terra nella valle del Bosforo, pronto a riversarsi nel lago del Mar Nero. Ad un tratto “I detriti che fino ad allora avevano sbarrato la valle vennero rapidamente spazzati via e l’acqua, ormai alta alcuni metri, divenne una fiumana: tuonava, turbinava, ribolliva di pietrame e artigliava le pareti di roccia molle che qua e là cadevano. L’acqua, spessa di detriti, si abbatté sul fondo, graffiò e incise lo stesso letto roccioso. Quanto più scavava, tanto più aumentava la sua velocità, e quanto più questa aumentava, tanto più rapidamente l’acqua scavava, finché aprì una fiumana larga un’ottantina di metri ed alta centocinquanta che mugghiava a velocità superiori a settantacinque chilometri all’ora, con un frastuono che scuoteva la terra e probabilmente si faceva udire e percepire sensibilmente lungo l’intero perimetro del Mar Nero. Ogni giorno si abbattevano chilometri cubi di acqua, duecento volte la portata delle odierne cascate del Niagara.” ( da: http://www.storico.org/In%20principio/diluvio_universale.htm ).
Inizialmente i ricercatori hanno ipotizzato che l'invasione marina sia stata rapida e che abbia provocato un'onda talmente alta da sollevare le barche e le navi dei siti della costa orientale fino a portarle in cima alle montagne (mito dell'arca sull'Ararat). In realtà sembra che la frattura della diga sia stata graduale e che il lago si sia riempito lentamente, dando così tempo per una fuga delle popolazioni che abitavano le vecchie coste.

Vista l’entità veramente universale del fenomeno, è possibile tuttavia formulare una ipotesi del tutto diversa; forse si é trattato di un cataclisma di proporzioni ancora più ampie che, oltre a forti piogge, ha compreso altri eventi naturali come terremoti, maremoti, sollevamenti e abbassamenti della crosta terrestre che, tutti insieme, hanno provocato enormi inondazioni sul nostro pianeta.
Sappiamo che in età preistorica, quello che ora si chiama Mar Nero, era un grande lago di acqua dolce. La trasformazione di questo bacino in un vero e proprio mare sembra sia avvenuta tra  dodicimila e ottomila anni fa.

 
Secondo alcuni scienziati (http://cronologia.leonardo.it/mondo05a.htm ),  l'ultimo spostamento accertato dell'asse terrestre, che sarebbe la conseguenza della caduta di un enorme asteroide proprio in quel lago, si è verificato tra 10.000 e 13.000 anni fa, provocando una tracimazione dell’acqua contenuta in esso, in modo simile a quanto avvenne il 9 Ottobre 1963 a Longarone, ai piedi della diga del Vajont. Facendo un rapido confronto, le due date sono compatibili e, pur restando nel campo delle ipotesi, è possibile supporre che si sia trattato dello stesso evento. In questo modo la data del Diluvio Universale verrebbe spostata indietro di alcuni millenni, andando a coincidere con lo strato più spesso di argilla scoperto da Wolley.
Altre notizie sul Diluvio Universale si trovano su “Manuale di Meteorlogia”, di Alfio Giuffrida e Girolamo Sansosti.

venerdì 28 febbraio 2014

Lo sciamanesimo

sito web Nel romanzo “La danza dello sciamano”, di Alfio Giuffrida, ad un certo punto compare, solenne, la figura di uno sciamano!  È uno dei personaggi principali del libro. Aldyr, questo il nome del veggente, è nato” in Siberia, a Ulan Ude, nei pressi del lago Baikal, da una nobile famiglia di Buriati. Da bambino veniva condotto dai parenti della mia etnia alle sedute sciamaniche che si svolgevano in molti villaggi della Buriazia.

E sono proprio questi poteri soprannaturali che gli permettono di curare le persone affette da alcuni mali che, per la medicina moderna ed ufficiale, sono incurabili. Così egli si trova costretto a curare Laura, una ragazza ormai spacciata perché è stata morsa da un ragno velenoso. Lui ha l’antidoto adatto a quel veleno, lo spalma sulla pelle dove la ragazza è stata morsa e inizia la sua danza rituale, quella che estrarrà il morbo attraverso la pelle. Ma non accade nulla. Buin aumenta la dose del suo unguento e riprende con più forza la sua danza liberatoria, ha usato  una quantità tale che sarebbe in grado di scacciare il male da qualsiasi persona, ma vede che ancora non è sufficiente, su quella donna il suo rito  non ha effetto. Alla fine una luce lo illumina, quella ragazza non reagisce al rito satanico classico perché ….  anche lei è una sciamana!  È sua figlia, che lui non sapeva di avere avuto, perché concepita in quell’unica notte in cui una donna straniera, che stava fuggendo da tutti per disperazione che aveva dentro se stessa, si era rifugiata da lui.

Ma al di là del racconto, gli sciamani esistono davvero oppure sono solo una leggenda?
Quando ho scritto “La danza dello sciamano”, volevo accendere una discussione sulle medicine alternative: dalla omeopatia all’agopuntura, dalla chiropratica all’ipnosi. Poi i miei sforzi si concentrarono sul sufismo (anche questa pratica è un campo nuovo, tutto da scoprire) e lo sciamanesimo. Lo scopo che ho voluto dare ai miei libri è quello di destare la curiosità, mia e dei miei lettori, sulle cose di cui abbiamo poca conoscenza o, addirittura , non sappiamo nulla.

Eppure esistono e, adesso, che tramite internet possiamo conoscere meglio ciò che accade, o è accaduto,  in tutte le parti del mondo, è interessante parlarne, per saperne almeno qualcosa!
Così sul sito: <  http://www.mednat.org/sciamani.htm >    si legge che lo sciamano è: “Uomo di medicina e di religione, figura rinvenibile originariamente presso le culture dei cacciatori-raccoglitori scarsamente strutturate, tecnologicamente poco evolute e omogenee.”.  E inoltre: “Lo sciamano, generalmente di sesso maschile, è essenzialmente un medium, ..”.

Ma sul sito: < http://it.wikipedia.org/wiki/Leggende_sugli_sciamani_siberiani >  ho trovato qualcosa di ancora più interessante: “Lo sciamanesimo siberiano è una tecnica dell'estasi durante la quale il protagonista è convinto che la sua anima si trasferisca altrove, agli inferi per imbattersi negli spiriti o in alto nelle sfere celesti. … Le leggende riguardano soprattutto popoli di lingua altaica, quali i buriati, gli iacuti, i tungusi e gli altaici stessi. Gli sciamani siberiani sono esseri in qualche modo prescelti, o per vocazione o per predisposizione ereditaria, che entrano nella sfera del sacro per compiere, quel che loro ritengono un viaggio extraterreno.”.

Ma ciò che più attrae sono le leggende che sono nate attorno a questi personaggi. Prima fra tutte quella dello “Sciamano Syngaaga-Suoch “:  La leggenda narra che venne chiamato in questo modo, ossia "lo sciamano senza mascelle" perché venne catturato per ben tre volte e fatto a pezzetti da un malintenzionato. Tuttavia lo sciamano risuscitò, ma al posto delle sue mascelle bruciate gli furono inserite quelle di un vitello. Questo sciamano visse a lungo ed in punto di morte chiese di essere portato alle foci del fiume Botoma (affluente del Lena) dove morì. Ancora oggi, secondo la leggenda, gli abitanti di Botoma cercano di non incitare le mucche a muggire per timore che lo spirito dello sciamano risponda. Secondo la bibliografia data da Wikipedia, questa leggenda si trova su: "Leggende sugli sciamani siberiani", di Luciana Vagge Saccorotti, Fabbri Editori Rcs, Milano, 2001, pag.129-134.

Un’altra storia interessante, raccontata sullo stesso libro della Saccorotti, è quella dello sciamano “Bjukes-Jullejeen”: La leggenda narra che durante un terribile temporale il protagonista, che fino ad allora aveva avuto una vita normale, venne colpito da un fulmine e ridotto in briciole. Sembrava morto, ma invece dopo poco tempo si mostrò a suo dire risorto ed in bella forma grazie al dio del tuono e del fulmine Sjujule-Chaan che ha dissezionato il suo corpo e lo ha fatto rinascere sciamano. Bjukes-Jullejeen aveva un fratello anche lui sciamano ed era figlio di un altro leggendario sciamano.

Nel frattempo che la composizione del mio libro andava avanti, trovavo entusiasmo a leggere storie tanto strane, per cui avevo voglia di farne partecipi i miei lettori ma, al tempo stesso, mi rendevo conto che quella in cui mi stavo inoltrando non era la mia materia, per cui cercavo notizie certe, rivolgendomi a persone che avessero compiuto degli studi su questa materia. Navigando in rete ho trovato il seguente sito: < http://www.sciamanesimo.com/homepage.html >, cui corrisponde l’indirizzo e-mail: < info@sciamanesimo.com >, al quale ho scritto per saperne di più, ma dal quale non ho avuto risposta. E allora ??? Ho completato il libro con le informazioni che avevo e quel po’ di bibliografia che ho riportato. Ne è venuta fuori una storia interessante. Il libro “La danza dello sciamano” edizioni Booksprint è in libreria, anche se si trova più facilmente in rete, sia in forma cartacea che come e-book.

Se sapete qualcosa di più sullo sciamanesimo vi prego di farmelo sapere tramite dei commenti su

venerdì 10 gennaio 2014

“La danza dello sciamano” – Il sacrificio di Halima

sito web È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

In quei giorni arrivò a Gabes una donna berbera che nessuno aveva mai visto prima. Era sola ed era andata a dormire in una baracca abbandonata ai margini della città.
Oltre a poche masserizie, aveva portato con sé un piccolo fornello simile ad un barbecue e si era messa in piazza a fare le “taguelle”, delle focacce di miglio che lei cucinava su una lamina di metallo, posta direttamente sui carboni accesi.

Appena cotte, lei le condiva con sugo di carne di pecora e alcune spezie, che preparava a parte.
Faceva inoltre un tè alla menta che solo lei riusciva a rendere così gradevole ed aromatico, era unico al mondo per quanto era buono. A chi le chiedeva, diceva di essere di etnia berbera, di chiamarsi Halima e di provenire da Gafsa. Era vedova e si guadagnava da vivere cucinando le taguelle e facendo il tè.
Era vestita di stracci, segno evidente di una profonda povertà economica, ma era ricca di ingegno, aveva delle raffinatezze di portamento che solo le donne di una certa classe potevano avere.
Il suo viso era dolce e delicato, ma allo stesso tempo serio ed altero, al solo guardarlo incuteva rispetto. Se fosse stato curato meglio sarebbe stato in grado di attrarre uomini ben più giovani dei quarant’anni che lei dimostrava.
Anche il suo corpo era ben fatto, armonioso e con giuste rotondità senza essere corpulento, le gambe erano dritte e sode mentre la sua pelle era liscia e morbida. A vederla era una donna attraente, solo le mani erano poco curate, solcate dai segni di un duro lavoro, con i polpastrelli callosi e bruciacchiati.
I ragazzi che la vedevano cuocere le taguelle si fermavano stupiti ad ammirare il coraggio con cui quella donna sopportava il dolore quando spostava i carboni accesi a mani nude. Li incastrava in modo che restasse solo un po’ di spazio per far circolare l’aria e non di più, poi li pressava, sempre a mani nude, in modo da formare una superficie perfettamente orizzontale su cui appoggiava la lamina di metallo.
Faceva tutto questo sempre senza usare delle pinze che erano costose e non poteva permettersi, inoltre lo faceva con calma, per farlo bene, altrimenti le taguelle non si sarebbero cucinate in modo perfettamente uniforme e le persone non si sarebbero fermate a comprarle. Ma le sue taguelle erano veramente speciali, era la perfetta cottura che le rendeva così buone, diverse da tutte le altre.
Un giorno Halima si presentò in carcere e chiese di parlare con Karim. …….

venerdì 3 gennaio 2014

“La danza dello sciamano” – Il Priorato di Sion


È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line:
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
In effetti, il periodo della predicazione di Gesù e quello immediatamente successivo alla sua crocifissione, furono caratterizzati da una sequenza di eventi storici pieni di misteri.

   Da sempre si favoleggia di misteriosi dossier segreti che il Vaticano custodirebbe nei propri archivi. Ma esistono veramente queste testimonianze antiche che, se divulgate, potrebbero cambiare la storia del mondo?
Sicuramente la possibilità di leggerli liberamente ed integralmente, potrebbe dare un enorme contributo alla conoscenza storica dei fatti mentre, se è vero quanto molti affermano, il loro contenuto è noto solo in piccola parte. Sembra infatti che l’accesso ad una parte di essi si verificò solo agli inizi del 1800, quando Napoleone Bonaparte impose al Papa anche la consegna delle chiavi di tutti gli archivi presenti in Vaticano.
Quella breve apertura svelò tuttavia alcuni eventi di cui non si aveva notizia o si era persa ogni traccia, come ad esempio l’esistenza del Priorato di Sion e dell’Ordine dei Templari oppure le carismatiche predicazioni di Pietro l’Eremita che portarono i potenti di tutta Europa ad indire la Prima Crociata.
Non pensa, Monsignore, che la chiesa dovrebbe chiarire, una volta per tutte, questo mistero?
Io credo che, se tali archivi segreti esistessero veramente, il poter accedere a queste notizie e poter discutere pubblicamente di questi argomenti, ingigantirebbe l’interesse sulla storia di Nostro Signore. Inoltre sono certo che rafforzando la conoscenza ne guadagnerebbe di sicuro anche la fede.  
Nonostante questi dubbi, la mia fede in Cristo non è stata mai scalfita da questi misteri. Vorrei solo che il Clero avesse la pazienza di rispondere ai dubi di ciascuno di noi con parole facili e con un linguaggio semplice. Non è questa una esigenza giusta e forse condivisa da molte altre persone?».
Nel frattempo che proferiva con forza queste frasi, ……

giovedì 26 dicembre 2013

“La danza dello sciamano” – La “riattaccata” con l’aereo


È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line: http://t.co/L1oZOWLK
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
I passeggeri erano tesi, ma in quel mentre si ebbe una violenta perdita di quota! Mentre tutti aspettavano di sentire che le ruote toccassero l’asfalto, improvvisamente i motori cominciarono a rombare a tutta forza, l’aereo prese nuovamente velocità scivolando sulla pista senza tuttavia toccarla, il numero dei giri del motore salì al massimo, facendo vibrare l’aereo come un frullatore nel quale erano stati messi a macinare dei chicchi di caffè.
 
L’aereo riprese l’assetto di salita; era come se stesse decollando di nuovo, ma in modo frenetico, il rumore dei motori era assordante, tutto sembrava roteare e sobbalzare. Le persone furono sballottate in tutte le direzioni e restarono incollate ai sedili solo perché erano legate con le cinture di sicurezza.
I flap si erano retratti improvvisamente e le estremità delle ali beccheggiavano violentemente, sembrava stessero per spezzarsi.
Nella parte bassa dell’aereo si sentì un rumore secco, come se fosse qualche oggetto che era sbattuto violentemente contro la carlinga del velivolo.
Un tonfo che gelò il sangue nelle vene dei passeggeri, forse si trattava solamente del carrello che era stato retratto, ma nessuno osò chiedere conferma.
Laura guardò Claudio con terrore,  una scarica di adrenalina aveva pervaso il suo corpo, aveva dei brividi come se le avessero rovesciato una secchiata di cubetti di ghiaccio tra la camicetta e la schiena ma, stranamente, avvertiva uno strano calore scorrerle dalla testa ai piedi ed un sudore freddo bagnarle la pelle.
Le veniva da urlare e vedeva che anche gli altri passeggeri si guardavano attorno, anche loro atterriti.  Claudio era immobile, con lo sguardo fisso di chi sente un grosso vuoto nello stomaco, ma sa che non è fame.

Alex, che essendo un Ufficiale dell’Aeronautica Militare aveva volato molte più volte di loro ed aveva già avuto l’occasione di trovarsi in una situazione simile, disse:  «Non preoccupatevi, è solo una “riattaccata”! Una manovra che viene eseguita quando la fase di atterraggio presenta qualche situazione per la quale è obbligatorio o consigliabile interrompere la discesa ed effettuare nuovamente un circuito in volo per poi ripresentarsi all’atterraggio».
A quelle parole inaspettate, tutti lo guardarono con interesse. Laura lasciò la mano di Claudio e prese quella di Alex, che era seduto nel sedile accanto al suo, dalla parte del finestrino, stringendola con entrambe le sue.
Lo guardava spaventata, con gli occhi fuori dalle orbite, balbettando qualcosa ma senza dire nulla. Mentre l’aereo riprendeva quota. Alex sfiorò appena quelle mani che lo stringevano forte e si sentì attratto da quella ragazza. Incrociò per un attimo anche lo sguardo di Claudio e notò un rancore represso nei suoi occhi.
Vide che gli occhi di tutti i passeggeri erano puntati su di lui e si sentì al centro dell’attenzione, come un missionario che deve spiegare ad un gruppo di indigeni, raggruppati attorno a lui, perché devono avere fede in Cristo, mentre un altro gruppo di ribelli sta già sparando delle raffiche di mitra su di loro.
Per un attimo pensò alla ragazza seduta a fianco a lui, che gli era stata presentata da Claudio semplicemente come una esperta di serre, che partecipava a quel viaggio per lavoro in qualità di rappresentante della sua ditta. Vide che lei adesso teneva gli  occhi chiusi, era pallida e tremava come una foglia.
Quel volto e quella espressione lo fecero sentire al centro di una grande responsabilità.
Doveva fare qualcosa per evitare che tutti i passeggeri fossero presi da una crisi di panico, ma gli argomenti validi non erano poi tanti, per cui si mise a spiegare a voce alta le fasi di una riattaccata, in modo da rassicurare quei corpi ormai quasi privi di anima.
Cominciò a parlare con calma, con il suo solito tono da professore: «Una riattaccata è un evento inusuale, ma è una manovra di sicurezza e non di emergenza.
Se il pilota ha preso la decisione di riattaccare, in genere è perché ha valutato di essere “arrivato lungo” sulla pista, oppure perché ha notato che l’assetto dell’aereo non è quello ottimale o perché la torre di controllo gli ha dato ordini precisi per evitare un possibile ostacolo in pista. 
In questo caso, forse, ci siamo semplicemente trovati in una situazione di “wind shear“ dovuto all’effetto di un temporale nelle vicinanze, che crea forti variazioni di intensità e direzione del vento e rende incontrollabile l’aeromobile. Bene ha fatto il comandante a riattaccare».
In effetti lui non aveva paura per se, si era trovato altre volte ad essere coinvolto in una simile manovra e ne era uscito sempre vivo. Ma adesso si sentiva responsabile dei sui compagni di viaggio, doveva prolungare quel discorso per tutta la durata della manovra, in modo da tenerli impegnati e non fare sentire loro la paura.  
Alex deglutì profondamente e continuò quel suo discorso che non aveva preparato.
«Una volta iniziata la manovra, deve quindi eseguire una serie di operazioni, la prima delle quali consiste nel dare “manetta” ai motori, in modo da avere la massima potenza, come nella fase di decollo. Contemporaneamente deve retrarre i flap ed il carrello, in modo da far prendere velocità e quota al velivolo.
Stando seduti avvertiamo una variazione di assetto dell’aereo, ci accorgiamo infatti che riprende a salire anziché continuare s scendere. Se guardiamo dal finestrino, vedremo i flap rientrare, spostandosi dalla posizione di atterraggio a quella di decollo.»
In quel mentre guardò dal finestrino ……..

martedì 3 dicembre 2013

“Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida – Quando una donna si innamora di un’altra donna.

sito web
È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
È in vendita nelle librerie oppure on line:  http://www.unilibro.it/find_buy/ffresult.asp 

Con quella frase Alex si fermò, a quel punto iniziava quella breve parentesi scabrosa, che tuttavia era stata la fase più oscura dell’intera vicenda. Guardò la moglie con un’aria di attesa, voleva sapere perché quel sabato mattina lui si era trovato coinvolto nel loro gioco d’amore! Che effetto aveva avuto la sua presenza nel far riconciliare i due fidanzati coreani?

Silvia lo guardò con l’aria impaurita: «Non ti ho mai chiesto cosa sia accaduto tra voi due, in quelle due ore che vi ho lasciato soli e come vedi non te lo chiedo neanche adesso. Sono stata io a volerlo, per cui qualunque cosa abbiate fatto, avete avuto la mia approvazione e benedizione!».

Alex la guardò stupito ed adirato, era lui che voleva sapere perché era stato chiamato a partecipare ad uno dei loro incontri amorosi. Non lo aveva chiesto lui di entrare a farne parte: «Tra me e Bae non è accaduto nulla! Io non ho proprio niente da nascondere. Sei tu che devi dirmi perché mi hai chiamato in mezzo a voi!».

Silvia arrossì ed abbassò gli occhi. Quella affermazione che tra loro due non era accaduto nulla le diede una grande gioia, anche perché, dal tono della voce del marito, capì che era assolutamente sincera.

Ma questo la fece vergognare ancora di più dell’intrigo che lei aveva organizzato e di come vi aveva tirato in mezzo il marito, trattandolo come un oggetto. «Da un paio di giorni mi ero accorta che quel che provavo per Bae era amore, mentre lei non si accontentava più delle mie carezze femminili! Lei aveva bisogno di un uomo, che la facesse sentire donna con la forza della sua natura ed anche con il vigore del suo …» alzò un attimo lo sguardo verso il marito, cercando di intuire se lui dava cenno di giustificare il suo gesto. Ma il volto di lui rimase inflessibile.

Tirò su un singhiozzo e, dopo una piccola pausa, continuò: «Mi capisci? Comprendi il dramma che avevo dentro di me? In quel momento per te sentivo solo amicizia e ti ho voluto mettere al mio posto per costringerla a scegliere tra me e un uomo. Così organizzai tutto la sera prima. Le dissi che le avrei fatto provare la differenza tra la mia soave dolcezza e l’ebbrezza virile di essere posseduta da un uomo.

Ti lodai nelle tue doti maschili e le dissi che di te non me ne importava più nulla. Le giurai che amavo solo lei e doveva essere proprio lei a scegliere: se avesse voluto te, vi avrei persi entrambi, altrimenti ti avrei lasciato un biglietto di addio e sarei andata a vivere con lei. Ma lei non scelse né me né te, scelse invece Park e per questo io ritornai ad immaginarmi come tua moglie e, gradualmente, cercai di ricucire il nostro rapporto che, in quell’oscuro periodo, era proprio finito.»

Alex ebbe di nuovo uno scatto di rabbia, agitò le mani come se volesse colpirla con uno schiaffo. Lei chiuse gli occhi e arricciò la fronte, per un attimo fu contenta di quel gesto dettato dall’ira. Avrebbe proprio voluto quello schiaffo, sapeva che se lo meritava proprio. Ma anche quella seconda volta, lo schiaffo non arrivò!

Alex era troppo signorile per colpire una donna ed in particolare sua moglie, alla quale voleva un bene infinito. «Dunque era così falso ed insignificante l’amore che ti legava a me? » Replicò con la voce strozzata dalla rabbia. Silvia gli gettò le braccia al collo e lo baciò. «Scusami …. Se puoi!» Gli disse scoppiando in un pianto dirotto! «In quei giorni avevo proprio perso la testa! Mi sentivo in colpa verso di lei e mi sono immersa completamente nel suo personaggio.

Volevo immedesimarmi nei suoi sentimenti, martoriati da quella profonda delusione amorosa, per impedire che vacillassero, facendola precipitare nella più profonda delle depressioni. Volevo proteggere il suo corpo da atti inconsulti, affinché non mettesse in atto qualche gesto irrimediabile. E invece di quel corpo me ne sono innamorata, pazzamente e totalmente. In quei giorni pensavo solo a quello, desideravo toccarlo, baciarlo, massaggiarlo, amarlo.
 
Era un sentimento morboso ...........

sabato 16 novembre 2013

Chicco e il Cane – Ricordi di infanzia a Mascalucia

È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
Si trova on line  http://t.co/L1oZOWLK

 


In un attimo perse tutta la sua prepotenza ed anche quel senso di sicurezza che aveva verso se stesso. Tutto quel mondo dorato che aveva costruito attorno alla sua figura, stava crollando miseramente ed implacabilmente. Pensò a se stesso non più come a un giudice, onesto, severo, giusto ed imparziale, delle cui azioni e decisioni andava fiero, che sapeva giudicare e consigliare il prossimo, dettando le sue giustissime sentenze anche in famiglia. Tutto ciò era ormai avvolto in una nebbia irreale, mentre una nuova luce si faceva spazio nel suo cervello stanco. In quel momento si vide di nuovo bambino.
Nella sua mente era tornato ad essere semplicemente Luca, quel ragazzino che giocava felice assieme a tanti altri, con le sue marachelle e la sua gioia di vivere, con i suoi piccoli problemi, i suoi grandi interessi e col suo sogno segreto: che un giorno sarebbe riuscito a diventare una persona importante.   
Nel silenzio della notte, egli cercava di capire cosa fosse accaduto alla sua mente. Valutare se il suo cervello era completamente spento o fosse ancora in grado di pensare. Poi, a poco a poco, le sue cellule celebrali ripresero a lavorare, cominciò a rivedere, come in un film, le immagini salienti della sua vita. Rievocò gli anni della sua fanciullezza, la spensieratezza delle sue azioni da bambino, gli episodi accaduti nel paesello dove era nato, laggiù in Sicilia a metà strada tra Catania e l’Etna.
Fu il ricordo di una vita semplice, le passeggiate scolastiche che nel periodo delle scuole elementari si facevano il giovedì, quando la maestra li portava fuori, formando una lunga fila di piccoli alunni che si tenevano tutti con la mano. Prima però controllava, con lo stesso amore che avrebbe avuto una mamma, che i “suoi” bambini avessero tutti la loro colazione a sacco, in genere due fette di pane con in mezzo un po’ di mortadella o di formaggio fatto con latte di pecora fresco, di quello comprato dal pecoraio del paese che lo faceva in casa e, quando lo si addentava, faceva uno strano stridio di fresco sotto i denti. Ma erano in pochi ad averlo, perché costava caro ed solo alcuni di loro potevano permetterselo.
La passeggiata in genere era breve, la maestra li portava sempre nel cortile di una vecchia chiesa sconsacrata che era poco distante dalla scuola, ma i bambini erano molto contenti di poter correre un po’ e giocare a nascondino tra quei pochi alberi di olivo e qualche manufatto abbandonato.

In terza elementare avevano avuto invece il “Maestro Tomaselli” che era anziano e della vecchia guardia, lui non aveva la pazienza di controllare le loro merende e portarli sull’erba. Lui era un gran brav’uomo, un padre di famiglia, ma era anche un nostalgico, non si era per nulla accorto che il mondo era cambiato.
Quei “suoi” bambini lui li considerava ancora dei piccoli “Balilla”, nonostante quel periodo fosse ormai del tutto passato. Il giovedì, nell’ora della passeggiata, li inquadrava nel cortile della scuola e li faceva marciare, dritti ed in riga come dei veri soldati. Aveva insegnato loro a prendere le distanze tra una fila e l’altra con il braccio destro alzato, poggiando la mano prima sulla spalla di chi stava loro davanti e poi di chi stava loro a fianco, in modo da non urtarsi quando marciavano a passo cadenzato, mentre lui scandiva forte “un, due, un, due, … passo!”.
Aveva insegnato loro a fare anche il “passo dell’oca” ed avrebbe voluto che i bambini facessero anche il saluto fascista, ma qualche genitore l’aveva saputo ed era andato a dirgli, a brutto muso, che non era il caso che rievocasse in modo così evidente un passato che tutti avevano voglia di dimenticare in fretta. E lui aveva obbedito, anche se nessuno seppe mai se ciò fu per paura, oppure per la consapevolezza di chi è convinto delle sue idee, ma rispetta anche quelle degli altri.
E poi ci fu la grande nevicata del ’56, quella che è stata rievocata anche in una canzone di Mia Martini che ha avuto molto successo. In quella occasione tutti i bambini di Mascalucia giocavano a fare pupazzi di neve oppure si rotolavano felici nella piccola discesa di Via Calvario dove, in alcuni giorni, la neve era abbastanza alta e le macchine non potevano circolare. In quell’ambiente, tanto strano in un paese del sud, che era diventato improvvisamente di aspetto polare, imbiancato di neve e bloccato nelle attività quotidiane, che faceva arrabbiare gli adulti, impacciati ed impossibilitati a recarsi al lavoro, i bambini facevano le loro nuove esperienze, adattandosi con gioia a quel paesaggio soffice ed impalpabile.
Il piccolo Luca giocava sereno e quando si ritirava a casa si prendeva i rimproveri di mamma perché si era inzuppato di neve e poteva raffreddarsi. Ma erano rimproveri benevoli, che finivano sempre con un bacio.
Quell’anno tutte le regioni d’Italia, fino a quelle più estreme del meridione, furono imbiancate da uno spesso strato di neve, che cadde anche in Africa, sulle dune del deserto del Sahara. Un evento veramente eccezionale che durò per tutto il mese di febbraio e, dopo una pausa di una quindicina di giorni, riprese a marzo, classificando quell’anno come il più freddo della storia recente, anche se i record di temperatura minima appartengono con maggior frequenza al gennaio 1985, quando una massa d’aria gelida, proveniente dai Balcani, invase la nostra penisola per un paio di giorni.
Nel suo letto, zuppo di sudore, il giudice pensò a quei pomeriggi in cui doveva sbrigarsi a fare i compiti che gli aveva assegnato la maestra, per poi correre fuori a giocare con gli altri bambini della sua età. Cercò di ricordare i nomi di alcuni di loro: c’era Turi, che da grande era diventato giornalista e scrittore, Nino che poi fece il pasticciere e Filippo già destinato a fare il farmacista, perché quello era il lavoro di suo padre; e tanti altri. Quanti ricordi, dolci e confusi, passarono per qualche istante nella sua mente stanca!
Nel paese si conoscevano tutti e i bambini andavano sempre a giocare nel piazzale davanti alla Chiesa Madre e poi, non appena cominciava a farsi tardi, si riunivano tutti nella sede della “Democrazia Cristiana”: un grande salone dove nei periodi subito antecedenti le elezioni, i politici locali tenevano dei comizi al chiuso, mentre nei rimanenti periodi dell’anno era gestito dai notabili di quel partito.

In pratica quella sala era sempre a disposizione di quegli anziani, ritenuti politicamente fedelissimi, che stavano lì a giocare a carte e guardare la televisione. C’era uno di quei primi televisori che si videro in Italia a metà degli anni ’50, acquistato presso l’unico rivenditore che nella vicina città era riuscito ad accaparrarseli, il quale diceva con grande orgoglio, che lui li importava direttamente dall’America.
Era uno di quegli apparecchi grandi, pesanti, profondi e con lo schermo piccolo, al quale, come era di abitudine a quel tempo, si usava far costruire dal falegname del paese un mobile ad hoc per contenerlo. Quello situato nella sede della Democrazia Cristiana era di legno scuro, con le ante, che la sera, quando finivano i programmi ed appariva una antenna televisiva che scendeva e scompariva nella parte bassa dello schermo, si potevano chiudere per proteggere quel prezioso strumento tecnologico e custodirlo, oltre che dalla polvere e dagli urti accidentali, anche dagli sguardi dei curiosi del partito opposto, che sicuramente lo desideravano ma non erano ancora riusciti a raggiungere l’accordo, o la somma, per poterlo acquistare e finalmente vedere anche loro le notizie, i film e gli spettacoli che diventavano sempre più interessanti.
A volte entrava in quella sala anche il vecchio Parroco del paese, soprattutto quando c’era qualche intruso dell’altro partito, che lui conosceva bene, con il quale si soffermava a far due chiacchiere per sapere se, effettivamente, si era politicamente convertito oppure era venuto solo per curiosare. Spesso veniva il maresciallo dei Carabinieri, sempre ossequiato e riverito dagli adulti e scrutato con attenzione dai bambini, le cui mamme lo indicavano sempre come simbolo dell’autorità dello Stato e della severità della Legge. A volte passava anche il farmacista, un’altra delle figure eminenti di quei piccoli paesetti di provincia, ma lui non entrava mai dentro, come invece facevano gli altri che in quel modo approfittavano per ammirare quel gioiello della tecnica, lui si fermava sempre davanti alla porta perché il televisore lo aveva già comprato e lo aveva a casa, anche se non lo aveva mai detto a nessuno per evitare di avere troppe visite indiscrete.
In quella grande sala, arredata solamente con sei o sette file di sedie disposte davanti al televisore, gli amici dei notabili venivano a vedere il telegiornale ed il sabato sera, a turno secondo la capienza della sala, potevano portare tutta la famiglia per assistere ai programmi di quell’unico canale televisivo di cui l’Italia di allora disponeva. Si potevano seguire i primi spettacoli di varietà di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello o il gioco a quiz: “Il musichiere” presentato dall’indimenticato Mario Riva. I bambini invece erano ammessi tutti i giorni, ma solo fino all’ora di “Carosello”, poi tutti a casa, a chiedere alla mamma il formaggino di cui avevano visto la pubblicità e sentirsi dire che non c’era, perché costava troppo ed in paese non si trovava, per comprarlo bisognava prendere la corriera ed andare in città.
Così una mezz’ora prima che iniziasse il famoso programma pubblicitario, tutti i ragazzini arrivavano in quella sala come attratti dal miele e chiamavano a gran voce quel loro amico, che un giorno sarebbe diventato  un giudice, per fare come ogni sera, il loro gioco preferito: “Se avessi una bacchetta magica”.
Quel gioco scaturiva dal fatto che lui aveva una discreta conoscenza di geografia, trasmessa dal suo vicino di casa, l’avvocato Condorelli che la geografia l’aveva nel sangue, come una passione. La studiava anche di notte perché doveva presentarsi, su quella materia, a “Lascia o raddoppia”, una delle prime trasmissioni di Mike Bongiorno e spesso chiamava quel ragazzino per ripassarla e ripeterla a qualcuno. E il piccolo Luca partecipava interessato, in quanto gli piacevano tutte quelle notizie geografiche, per cui si era fatta una cultura sulle capitali di tutte le nazioni o sui fiumi più lunghi della terra, ben più vasta di quella che avevano i ragazzini della sua età.
Ma il nostro piccolo giudice era dotato anche di una straordinaria fantasia, che gli permetteva di sfruttare quelle nozioni che aveva imparato ed inventare viaggi immaginari, emozioni fantastiche e divertenti che egli riusciva a trasmettere con facilità ai suoi amichetti, rendendoli impazienti di partecipare ogni giorno ad avventure immaginarie e fantastiche, sempre diverse tra loro.
In quel momento lui diventava il leader di quel gruppo di bambini che, appena entravano, andavano subito a prendere un paio di sedie, le giravano per terra con la spalliera disposta in alto, in modo che diventassero delle piattaforme un po’ allungate, dove loro si sedevano a cavalcioni ed erano pronti a partecipare ogni sera ad un nuovo, fantastico viaggio.
Luca arrivava orgoglioso e pieno di sé, sentendosi grande rispetto a quei suoi coetanei che lo acclamavano. Si appoggiava, facendo finta di sedersi, sulla spalliera della prima sedia, che rappresentava per qui bambini una lunga fila di tappeti volanti ed iniziava il solito gioco: «Se avessi una bacchetta magica, oggi vi porterei a … Parigi. Ecco stiamo sorvolando la Senna, è proprio sotto di noi, attenti alla Torre Eiffel, potremo sbatterci e farci male, se state tutti raccolti vi faccio passare sotto l’Arco di Trionfo e lì in fondo potete vedere l’orologio della stazione dei treni che vengono dall’Italia».
Era un gran vociare fra tutti quei bambini, che si zittivano a vicenda per ascoltare le fantasie che lui raccontava di getto, attirando sempre il loro interesse ed anche l’attenzione dei vecchi, che facevano solo finta di essere infastiditi dall’inevitabile baccano che ne scaturiva, ma in fondo ascoltavano anche loro, con interesse, quelle improvvisate fantasie di un bambino che, dicevano con un pizzico di ammirazione, diventerà sicuramente qualcuno.