martedì 4 settembre 2012

Manao Tupapau


Un giorno, in un’area completamente isolata del campo base situato nel deserto, due tecnici italiani stavano istruendo altrettanti operai tunisini sull’uso di un bulldozer.

I tunisini erano molto impacciati e all’improvviso, una manovra sbagliata da parte di uno di loro, si trasformò in una tragedia. Il mezzo infatti si ribaltò, schiacciando con il suo peso i due tecnici italiani.

Gli operai tunisini furono sbalzati fuori e ciò, unitamente al fatto che i due italiani avevano altruisticamente fatto indossare a loro i due caschi di protezione che erano a disposizione sul veicolo, salvò loro la vita.

Provarono a vedere come stavano i loro istruttori, li chiamarono ma non risposero. Ad una prima ispezione sembrava che fossero morti entrambi. Nessuno aveva assistito all’incidente.

I due operai, appena si resero conto di ciò che era accaduto, si tolsero i caschi di protezione e li  gettarono a terra, quindi raggiunsero subito a piedi lo studio di Tarek, situato in un container al centro del campo base. Gli raccontarono come si era svolto  l’incidente, terrorizzati per le conseguenze che ciò avrebbe causato nei loro confronti.

 

Tarek, sapendo che quei due operai non erano stati assunti in modo regolare, capì subito che quell’incidente avrebbe fatto passare seri guai non solo ai due operai, ma anche a lui, per cui si premurò ad inventare una storia nella quale loro due non ci fossero affatto.



Stette solo pochi minuti a riflettere, alla fine mise a punto una versione che poteva essere convincente. Agli occhi degli inquirenti doveva risultare che l’incidente fosse avvenuto quando i due tecnici italiani erano da soli. «Del resto loro erano morti e sicuramente non avrebbero avuto modo di controbattere questa versione dei fatti.», pensò cinicamente Tarek.

Subito dopo chiamò Samir, gli raccontò come era avvenuto effettivamente l’incidente e come invece doveva essere raccontato. Gli disse che doveva risultare che i due operai tunisini quel giorno si trovavano a Gabes e non si erano mossi da quel posto, dove c’era un altro cantiere.

Inoltre Samir avrebbe detto che lui, da lontano, aveva assistito all’incidente e, dopo essersi avvicinato ai due italiani e constatato che per loro non c’era più nulla da fare, avrebbe avvertito lui stesso la polizia e avrebbe testimoniato che i due tecnici italiani erano soli.

 

Così Samir andò subito sul luogo dell’incidente e fece sparire i caschi di protezione che erano rimasti accanto al bulldozer, in modo da dare la colpa alla ditta e non direttamente ai due tecnici.

Nel frattempo Tarek chiamò i due operai nel suo container, dove aveva un quadro, una riproduzione del famoso “Manao Tupapau” di Paul Gauguin, nel quale era raffigurata una donna terrorizzata distesa su un letto ed una figura in piedi che rappresentava lo spirito dei morti, al quale tutta la comunità dei dipendenti di Tarek dava un grande potere scaramantico, per cui lui sapeva che tutti gli operai ne avevano una grande soggezione.

Sotto quel quadro, fece giurare solennemente ai due operai che avrebbero riferito sempre agli inquirenti solamente la versione dei fatti che lui gli spiegò dettagliatamente e gli impose. Da questa risultava che loro, quel giorno, erano rimasti a Gabes per vari motivi e se un giorno qualche giudice li avesse chiamati e posto loro delle domande, avrebbero sempre dovuto confermare quella versione dei fatti.

Subito dopo Samir li accompagnò in città con la sua auto e poi andò in polizia per denunciare l’accaduto.

 

L’inchiesta fu breve e constatò che i due tecnici italiani erano sprovvisti di casco di protezione, per cui la morte era avvenuta per la mancanza dei mezzi di sicurezza individuali. La colpa fu data quindi a Vito, responsabile della Ditta per la quale loro lavoravano.

La notizia della incriminazione di Vito, destò un grande rammarico tra tutti i suoi tecnici che lo stimavano molto.

 

È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line. Ecco i link:

http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=alfio+giuffrida

http://www.webster.it/c_power_search.php?shelf=BIT&q=alfio+giuffrida&submit_search_top=

 

mercoledì 22 agosto 2012

Carta. penna e calamaio


È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida

Si trova on line  http://t.co/L1oZOWLK




“Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare. Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto potrebbe lacerarsi ed andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io”mi sono impegnata a scriverla!».

«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».

A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto. La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante».

Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro ed a schierasi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.

Ad un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse. Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.

Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese. «Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre ed una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?

Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità ed intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi. Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui. Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?». Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace ed il silenzio regnò di nuovo su quella scena.”


domenica 19 agosto 2012

Spesso i nostri figli soffrono di asma




Finalmente l’altra donna parlò: «Si allontani! Non vede che il suo cane da fastidio al mio bambino e gli provoca un attacco di asma?», disse prendendo il figlio in braccio, mentre il bimbo si contorceva cercando di afferrare il cane. «Anche la mia soffre di asma,» ribatté Tiziana, «ma il cane non c’entra, la mancanza di respiro di solito è provocata dai pollini, mentre in questo momento la loro tosse è sicuramente dovuta alla situazione stressante in cui si trovano. E non mi venga a dire che non è stata lei che ha abbandonato il cane, si vede proprio che la conosce!»,  continuò Tiziana con tono ancora più risentito.

«Noi non l’abbiamo abbandonata, è stata lei a scappare di casa, un giorno che avevamo distrattamente lasciato la porta aperta.» Balbettò Susanna, cercando di discolparsi ed inventando una storia che non stava né in cielo né in terra.

«Vuol farmi credere che il cane è uscito da casa da solo?» continuò Tiziana strabiliata, «e forse pretenderebbe che io le creda? Allora o è stupida oppure non conosce per nulla l’affetto e l’attaccamento che queste bestie hanno per la famiglia: un cane non uscirebbe mai da casa senza il permesso dei padroni, soprattutto se hanno un bimbo con qualche problema caratteriale come il suo, verso il quale l’animale sviluppa  un elevato senso di protezione e se ne considera quasi responsabile. Vi dico pure che voi l’avrete portata piuttosto lontano, perché noi l’abbiamo trovata sulla “Via Del Mare”, mentre tornava verso Ostia provenendo chissà da dove.».

Quella frase di Tiziana non fu certo gentile nei confronti della donna e del suo bambino, anzi era proprio una maleducazione, ma lei l’aveva detta di getto, non era intenzionata ad offenderli, ma piuttosto voleva far capire alla donna quanto era stata crudele ad aver abbandonato il cane, soprattutto nel momento in cui aveva più bisogno di cure e di affetto.