martedì 30 novembre 2021

Julienne in testa alla classifica Amazon

Carissimi amici, grazie per aver aderito in massa all'offerta gratuita di Julienne in formato Kindle. Domenica era al primo posto nella classifica Amazon

giovedì 25 novembre 2021

Alfio Giuffrida Juilenne

 Il libro

Il romanzo ‘Julienne’ fa parte del movimento ‘Verismo Interattivo’, ideato nel 2011 da Alfio Giuffrida, che consiste nell’inserire nel testo dei romanzi degli argomenti culturali e di attualità che possono poi essere discussi nei social e nei forum.

L’argomento principale di questo romanzo è: ‘Florinne è figlia di Julienne, ma è stata adottata da Lara. Qual è per lei la vera madre?

Alex e Julienne rievocano la loro giovinezza vissuta insieme, ma ognuno la ricorda dal proprio punto di vista, vedendo due storie totalmente diverse. Il romanzo è lo spunto per analizzare cosa accade nella psiche di una persona quando da donna si trasforma in madre.

Per descrivere l’entità del conflitto interno cui sarebbe soggetta una ragazza che si trovasse in questa condizione, sono state esaminate molte situazioni riportate sul WEB, in cui le dirette interessate hanno descritto le loro sensazioni.

Naturalmente, la storia descritta è inventata, così come lo sono i protagonisti, tuttavia, per alcuni argomenti, si è preso spunto da eventi e persone realmente esistiti.

Ad esempio il personaggio di Alain l’autore ha preferito ispirarsi a un personaggio emblematico realmente esistito, il diplomatico Porfirio Rubirosa, che negli anni cinquanta ha avuto una grande fama di playboy e di perfetto amante; tuttavia non ha avuto figli. Se li avesse avuti, come si sarebbe comportato?

Un altro soggetto cui ci si è ispirati è il maresciallo Vincenzo Di Gennaro, morto per la sua fedeltà al servizio.

Basandosi sui princìpi del Verismo Interattivo, gli argomenti da approfondire sono molti, come quello sui ‘nuovi schiavi’ attratti dagli agi e dall’ipocrisia dei ricchi che fanno presa sulla disperazione degli oppressi. Chi vincerà?

Un viaggio nell’Europa dei potenti e nell’Africa dei migranti, con una ipotesi inquietante sulla morte di un dimostrante. Un thriller che non smetterà di sorprendervi fino all’ultima pagina.

Il libro si avvale della prefazione del noto giornalista RAI: Gianni Maritati.

Julienne è in vendita sul sito Amazon, in formato ebook e cartaceo, lo trovate su: http://t.co/L1oZOWLK  


Prefazione. FRA DOMANDE E RIVELAZIONI

Il mistero della maternità, intrecciato a quello dell’adozione, è al centro di questo nuovo romanzo di Alfio Giuffrida, “Julienne”. Una trama sospesa fra scandaglio psicologico, sguardo sociale e thriller giudiziario, ambientata fra Roma e l’Africa.

Florinne è figlia di Julienne, ma è stata adottata da Lara. Qual è la vera madre di Florinne? Chi l’ha partorita o chi l’ha cresciuta? Chi l’ha messa al mondo ma poi l’ha lasciata sola o chi l’ha circondata con il suo amore? Non sono domande facili e la risposta non è scontata. È un bivio doloroso, paralizzante, oscuro. Una situazione complessa e contraddittoria che l’autore affronta secondo i canoni di quello che lui stesso chiama “Verismo Interattivo”: farsi interrogare dai fatti, aprire un dibattito critico, affondare l’analisi fra le pieghe e le piaghe della società e della psiche individuale.

In questa prospettiva, il romanzo ci fa ragionare sui conflitti psicologici e sulle ansie di una donna che diventa madre, ci aiuta a illuminare il difficile percorso interiore di una ragazza che si sente figlia di due madri e di nessuna al tempo stesso. La sua crescita è compromessa. Ma anche il ruolo del padre è decisivo per la formazione di un figlio: molti padri (e molte coppie) lo vedono purtroppo come un frutto poco o per nulla desiderato, come un ostacolo e un problema. Questi tristi presupposti si traducono in traumi e difficoltà di ogni genere.

È proprio qui che interviene la letteratura, che ha fra i suoi compiti quello di sollevare dubbi e domande, di obbligare il lettore a percorrere un cammino di maturazione, forse anche di liberazione. A questo tema dominante, se ne intrecciano tanti altri: gli sconvolgimenti dell’amore, il riscatto dei neri privati dei loro diritti, la nostalgia dell’infanzia, l’influenza dell’ambiente sociale sull’educazione dei figli. Un romanzo ricco di vibrazioni e di suggestioni, sorprendente, che innalza su un piano superiore l’intera opera narrativa di Alfio Giuffrida.

 Gianni Maritati

Capitolo 1. L’alba di una nuova vita.

 

Era bella Julienne, bella e selvaggia. Stava dritta sulla sponda della motovedetta, isolata dal gruppo dei migranti, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte, dove alcune pennellate di rosso segnavano la fine del buio della notte e l’inizio di un nuovo giorno. Eppure il suo cuore batteva forte, scosso da mille rimorsi sugli errori del passato, forse quella che stava per affrontare era proprio l’alba di una nuova vita, questa era la sua speranza.

Solo una luce brillava nei suoi occhi, un’immagine di tanti anni fa, di una bambina in lacrime lasciata in braccio a un’estranea. Per molto tempo quel viso infantile era caduto in oblio, scomparso dai propri sentimenti, mentre adesso le ritornava impetuoso.

Le venne in mente il ritratto di sua madre, della quale le era rimasto solo un inappagato desiderio di amore e abbassò lo sguardo, pensò alla propria figlia. Dov’era adesso? Era viva e sana, oppure il destino l’aveva inghiottita in qualche strana piega dei suoi meandri? Era stata adottata con affetto? Era serena, appagata della vita? Se la vedesse, la riconoscerebbe subito o avrebbe delle esitazioni? E la bimba, ormai quasi adulta, sarebbe felice di vederla o no? Quel dubbio si insinuò nei suoi pensieri e la fece tremare.

Il mare e il cielo adesso si erano entrambi colorati di rosso e dal punto più luminoso iniziava a sgorgare una palla di fuoco, che sembrava rotolare sulle onde. Come per incanto, tutti si girarono a est, sbalorditi nell’ammirare quel fenomeno naturale che molti di loro non avevano mai visto prima. Erano persone semplici, alcuni lo interpretarono come un segno divino e si inginocchiarono in senso di rispetto. L’incanto durò solo pochi minuti, poi il sole uscì dal mare e abbagliò tutti. Poco dopo la nave toccò il molo.

Scesero uno per volta, ordinatamente ma in fretta, ansiosi di poggiare i propri piedi su qualcosa che desse loro la solidità della terraferma, ormai erano proprio stanchi dopo tante ore di beccheggio in mare. Erano tutti neri, molti uomini e pochissime donne, ciascuna con un bambino al collo, eccetto lei, dai bellissimi lineamenti, bronzati dai troppi anni trascorsi al sole.

L’appuntato Vincenzo aveva il compito di contarli, pensava di aver finito e stava per ordinare di allontanare la scaletta dall’imbarcazione, quando vide una figura femminile che si attardava a bordo. Le fece cenno di sbrigarsi, mentre la donna lo scrutava in volto e copriva il suo, non tanto per motivi religiosi, ma forse perché era incerta se esporsi o cercare di restare il più possibile nell’anonimato.

Lui si avvicinò quasi a sbarrarle il passo, osservò i suoi occhi, l’unica parte visibile della giovane ed ebbe un sussulto: quello sguardo lo aveva già visto molti anni fa. La sua mente indagava nei ricordi, cercava un nome che non ricordava, ma che era sicuro di conoscere.

La donna abbassò un po’ il velo fino a scoprire la bocca e lo chiamò per nome: “Vincenzo.”

Lui riconobbe la voce e un brivido freddo attraversò veloce tutto il suo corpo.

“Signorina, è lei? Come sta?”

Lei lo guardò incredula, non si sarebbe mai aspettata di incontrare al suo sbarco una persona che già conosceva.

“Bene.” Rispose con un filo di voce, rispolverando una lingua che non parlava da anni.

“Sua eccellenza sa che lei è qui?” Riprese il militare, impacciato ed emozionato nel rivedere qualcuno in un posto che non si sarebbe mai immaginato.

“No!” Si affrettò a dire lei, decisa e impaurita allo stesso tempo.

“Non lo sa e non lo deve sapere!” Aggiunse con voce concitata.

Il carabiniere rimase impietrito da quella risposta, il suo sguardo si fece preoccupato, temendo chissà quale terribile storia fosse accaduta dopo che lui li aveva persi di vista.

Lei abbassò gli occhi, sapeva che la sua era una fuga i cui particolari non potevano essere raccontati, ma capiva che in quel momento aveva bisogno di aiuto, la sua posizione non era certo quella di una turista in visita di piacere.

Si avvicinò all’orecchio e aggiunse sottovoce, come a proporgli qualcosa di illecito:

“Forse lei potrebbe aiutarmi a fuggire, come se non mi avesse vista. Poi saprei io come raggiungerlo sul suo telefono riservato, per me sarebbe un grande aiuto e mio padre la ricompenserebbe lautamente.”

Lui rimase un attimo pensieroso, sapeva bene che il papà della ‘signorina’ era un uomo di legge, ma che conosceva bene anche i modi per aggirarla. Era uno di quei potenti per i quali accettare dei compromessi, al fine di ottenere qualcosa con qualche sotterfugio, era normale. Inoltre sapeva quanto fosse ricco e magnanimo. Se l’avesse assecondata, per lui sarebbe stata un’occasione che poteva valere una vera fortuna.

La fissò negli occhi, incredulo di quella proposta in conflitto con la sua morale. Lei contrasse i muscoli del viso, come a invogliarlo a cedere alle lusinghe del denaro. Tuttavia, lui conosceva la dignità che la sua divisa imponeva a un vero servitore dello Stato, per cui fece finta di non aver capito bene e soggiunse:

“Lei adesso è entrata in Italia, per cui non si può fare a meno di registrare il suo ingresso, comunque posso testimoniare che lei non è una clandestina, faremo tutto il possibile per aiutarla, vedrà che risolverà presto e bene tutti i suoi problemi, pur agendo secondo le regole.”

Vide la donna imbronciarsi in volto per la delusione e cercò di fare subito qualcosa per dimostrarle che a lei sarebbe stato riservato un trattamento di favore.

Chiamò un suo collega, affinché lo sostituisse nelle ultime formalità dello sbarco: “Questa non è africana,” gli disse sottovoce, in tono confidenziale, “la porto in caserma, voglio parlare col comandante e vediamo cosa dice lui di fare.”

Le fece segno di seguirlo e, con un gesto della mano, la invitò a coprirsi un po’ di più col foulard che aveva al collo, giusto per non dare nell’occhio e non dover fornire troppe spiegazioni ai mille pettegolezzi che i vecchi del paese avrebbero messo in giro, il giorno dopo, sui vari particolari che avevano notato e, ancora di più, su quelli che avevano immaginato.

Il graduato, oltre che profondamente onesto, era anche diligente. Mentre camminava verso la caserma, sapeva che aiutare quella donna poteva procurargli seri problemi, ma quando si hanno le stellette al petto, quando hai seguito con attenzione quelle regole che ti inculcano il senso del dovere al di là delle tue esigenze personali, sai come agire, con professionalità e rispetto del prossimo, per fornire alla società il massimo aiuto possibile.

 

Ricordava un altro episodio, avvenuto alcuni anni prima, che lo aveva coinvolto personalmente e anche quella volta, agendo secondo le regole, si era trovato bene. Il suo pensiero andò a quei momenti: anche in quella occasione lui era sul molo, a contare i disperati che scendevano da un barcone che era riuscito a raggiungere autonomamente il porto di Lampedusa. Allora erano stati gli stessi migranti a fargli segno che, nella stiva, era rimasto qualcuno.

L’appuntato salì a bordo e sentì i singhiozzi di un bimbo di pochi mesi, stretto al petto della madre sdraiata sul pavimento. Lui disse alla donna di alzarsi, ma poi capì che la situazione era grave: provò a scuoterla, rendendosi conto che per lei non c’era più nulla da fare. Forse si era imbarcata già malata oppure era stata la durezza del viaggio a decretare la fine della sua speranza.

Il piccolo si profondeva in un pianto disperato, sicuramente aveva fame e anche bisogno delle attenzioni affettuose di una mamma che non poteva più dargliele. Disse all’interprete di chiedere agli altri del gruppo se fra loro ci fosse qualche parente o se almeno la conoscessero. Alla fine della sua breve ma alacre indagine, riuscì solo a sapere che quella donna proveniva dal Niger, che si era aggiunta al loro gruppo quando attraversavano il deserto e che il bambino si chiamava Abdul.

Vincenzo era uno di quelli che non amava porre costantemente l’argomento degli immigrati al centro di qualsiasi discussione, non si metteva a pontificare agli altri su chi fosse un uomo esemplare e chi immorale. Eppure su quella questione espresse il suo parere con i fatti e non a parole, con sincerità e non con l’ipocrisia che caratterizza i discorsi di molti. Evitò di chiedersi se quel gesto che stava per compiere fosse dettato dall’egoismo verso sé stesso o dalla carità verso un piccolo essere indifeso.

Non si pose neanche il problema se i migranti fossero martiri di guerre civili interne al loro paese, o vittime di mercanti senza scrupoli che si arricchiscono sulla pelle degli altri, approfittando della povertà e dell’ingenuità di poveri innocenti per invogliarli a emigrare. Non si mise a discutere con gli altri per mostrare a tutti l’atto di generosità che stava facendo, né cercò di vantarsi con qualcuno, nella società di egoisti in cui lui viveva. Questo era il suo modo di fare, un ambiente fatto di semplicità, di onestà e di generosità. Un mondo che scompare.

Nella sua mente si fece subito strada un desiderio. Prese il bimbo in braccio e lo coccolò un po’ per calmarlo, entrò in un bar dove c’era un telefono pubblico e contattò la moglie, che abitava nella loro casa in Sicilia, a Scicli di Ragusa, dove risiedevano quando lui era libero dai turni di servizio. Le raccontò con calma ciò che era accaduto, visto che erano sposati ormai da molti anni e, nonostante ci avessero provato in tutti i modi, non erano riusciti ad avere un figlio, pur desiderandolo tanto.

“Vuoi che provo a informarmi se possiamo adottarlo?” Le chiese con l’esitazione di chi sa che sta per compiere un passo molto importante nella propria vita.

“Sì!” Rispose lei tra i singhiozzi, che esprimevano un grande dolore per quel bimbo e una grande gioia per sé stessi.

“Il bambino è nero e si chiama Abdul. Se decidiamo di tenerlo, dovremo essere i suoi genitori per sempre.” Riprese lui quasi ad avere la conferma di aver capito bene che anche la moglie era d’accordo e che il fatto di essere di un altro colore non rappresentasse un problema in quel momento e in futuro.

“Lo so,” rispose lei decisa, “ho capito benissimo e io non ho alcun problema ad affrontare qualsiasi critica ci venga mossa da chiunque.”

… omissis …

 

 Recensioni e valutazioni.

Questo romanzo è stato pubblicato in esclusiva con Amazon, per cui la diffusione del libro non è soggetta ai possibili interessi imposti dalle Case Editrici, ma solo al giudizio dei lettori espresso tramite il passaparola.

In queste condizioni è gradita una recensione in cui evidenziare un brano che è sembrato interessante, oppure segnalare il vostro accordo o disaccordo sugli argomenti trattati. È possibile anche esprimere una semplice valutazione cliccando sul numero di stellette nella pagina Amazon del libro, senza scrivere nulla. In ogni caso vi ringrazio per avere scelto di leggere la mia opera.

 

Lo spirito del Verismo Interattivo è quello di aprire delle discussioni sui vari argomenti trattati nel libro. Ciò è possibile farlo in qualsiasi luogo, in particolare sono presente su:

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giovedì 1 luglio 2021

I POSTUMI DEL SESSANTOTTO

 


Leggiamo sull’enciclopedia online “Wikipedia”: “Il Sessantotto è stato un movimento sociale e politico che ha profondamente diviso l'opinione pubblica e i critici, tra chi sostiene sia stato uno straordinario momento di crescita civile (che ha portato ad un mondo «utopicamente» migliore) e chi sostiene invece sia stato il trionfo di una stupidità generalizzata, che rovinò la società italiana, e di un conformismo di massa in cui i figli stessi della borghesia avrebbero voluto abbattere il sistema borghese”.
“Odore di sujo” ne riprende i punti salienti: “La politica era la materia più controversa e discutibile nei fatidici anni del ’68, quelli della rivoluzione culturale, quando molti erano convinti di essere degli ‘intellettuali’.” Giorgio si riteneva un intellettuale e per quegli anni sicuramente lo era, tuttavia, in realtà, era solo uno sbandato.
“Il mestiere del politico, in quegli anni, ha subìto una trasformazione storica: non più programmi elettorali improntati al bene comune, presentati nelle varie, e noiose, trasmissioni, ma soldi e libertà divennero gli argomenti di tendenza, che coinvolsero da quel momento in poi il pubblico, che iniziò così a mostrare maggiore interesse.” Forse fu proprio questa esasperata esigenza di soldi, libertà e di diritti a decretare la decadenza dei costumi?

martedì 5 gennaio 2021

La stella-cometa

 

La stella-cometa, per chi si intende di astronomia, è qualcosa di assurdo. Già qualche migliaio di anni prima di Cristo gli scienziati di allora sapevano bene cosa fosse una stella e cosa una cometa. In effetti, come scrive Alfio Giuffrida ne suo romanzo (scientifico divulgativo) “Deserto verde” (ed anche nella edizione rivista “La danza dello sciamano”), “Quello fu il nome dato a quella strana figura, simile ad una stella allungata, che il pittore Giotto raffigurò per la prima volta nel 1303 in un complesso di affreschi dedicato alla “Adorazione dei Magi”, che si trova a Padova, nella Cappella degli Scrovegni.”  In effetti Giotto si riferiva al vero fenomeno che, secondo la scienza, ha annunciato la nascita di Gesù. Si tratta della congiunzione delle orbite di Giove e Saturno, viste dalla Terra, che i tre astronomi Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, detti Re Magi, avevano calcolato. “Quando si resero conto, secondo i loro calcoli, che la data della congiunzione delle orbite di Giove e Saturno era ormai vicina, furono inviati dal loro Re in Palestina per verificare se in quella regione si potesse effettivamente vedere quell’evento astronomico eccezionale e se, come era scritto nella profezia, fosse nato un bambino che avesse avuto le caratteristiche richieste per diventare il Re che loro aspettavano.”



Sappiamo che Giove e Saturno si avvicinano regolarmente nelle loro orbite ogni vent’anni circa, ma non tutte le congiunzioni producono effetti tanto spettacolari per noi che osserviamo dalla Terra. Infatti è solo quando si sovrappongono esattamente che il fenomeno assume un carattere eccezionale per la sua spettacolarità. Scrive ancora Giuffrida nel suo libro: “Tale fenomeno, che avviene mediamente ogni 854 anni, può essere “osservato”, tramite una simulazione effettuata con un computer, percorrendo a ritroso le orbite dei due pianeti e posizionando l’ipotetico osservatore nella città di Gerusalemme. Potremmo vedere in questo modo che le due orbite si sovrapposero nel 1702 d.C., nel 854 d.C. e il 13 novembre dell’anno 7 avanti Cristo. L’evento può essere osservato dalla Terra come l’unione dei due astri luminosi che si avvicinano fino a diventare un unico corpo luminoso molto intenso e di forma allungata, poi per un paio di giorni, si vedono come un unico pianeta molto grande e lucente, ed infine si allontanano e appaiono nuovamente di forma allungata finché non si separano completamente.

Durante questa congiunzione essi appaiono, per diffrazione della luce, molto più grandi della somma delle singole sorgenti luminose, per cui l’evento può essere osservato ad occhio nudo e desta notevole stupore.” Ieri, 21 dicembre 2020, le orbite dei due pianeti, viste dalla Terra, erano molto vicine e il fenomeno poteva essere osservato, individuando la loro traiettoria con l’aiuto di alcuni programmi di carattere astronomico che si scaricano sui cellulari. Per vedere il fenomeno nella sua pienezza, come quando è nato Gesù, occorre invece aspettare l’anno 2556 (1702 anno dell’ultimo congiungimento pieno più 854 anni). Noi sicuramente non ci saremo, ma i nostri libri forse ci saranno e qualcuno potrà verificare se avevamo previsto bene oppure no.

mercoledì 18 settembre 2019

CARI AMICI QUALCHE BRANO DAL MIO NUOVO LIBRO 

ODORE DI SUJO


Capitolo I

I ricordi del ’68

Erano le 2:00 di notte, e io mi trovavo ancora in ufficio impegnato nel mio turno di lavoro a studiare le carte isobariche in vista delle previsioni meteorologiche che avrei annunciato l’indomani. 
Il mio era un lavoro che non conosceva limiti di tempo, doveva essere attivo 24 ore su 24, per 365 giorni l’anno. “Il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica non dorme mai”, aveva detto qualcuno in vena di slogan. 
A un tratto il mio cellulare si mise a trillare.  Il display s’illuminò e apparve un nome che non vedevo da mesi, ma che conoscevo molto bene.  Una scarica di adrenalina percorse il mio corpo, il braccio, intorpidito dall’emozione, si mosse meccanicamente e la mano tremante afferrò l’apparecchio e lo portò all’orecchio.
Era ormai da molto tempo che pregavo per sentire quella voce, mentre una volta le sue telefonate erano continue, assillanti e quasi opprimenti.  Aspettavo con ansia un qualsiasi cenno da parte sua, uno squillo o una chiamata proveniente da quel numero e adesso, che il suo nome appariva di nuovo, nel momento più inaspettato, ero quasi in preda a un attacco di panico. Che cosa poteva essere successo? Perché mi chiamava a quell’ora?

«Pronto ,» balbettai con voce esitante, trepidante di sapere cosa ne fosse stato di lui. Ma il piccolo altoparlante rimase muto, come se fosse anch’esso rimasto privo di parole. 
«Pronto, Giorgio, sono Alex ,» ripetei con voce più forte, mentre i nervi del volto si contraevano in una smorfia di dolore.  «Sto sotto al pontile», disse una voce cavernosa e sofferente all’altro capo del telefono. E non aggiunse altro.
La comunicazione s’interruppe, nonostante mi ostinassi a ripetere «Pronto», a chiamarlo per nome, con maggiore veemenza, con affanno.    Provai più volte a richiamare quel numero, ma risultava irraggiungibile, come se il cellulare fosse stato spento. I miei colleghi, che quella notte mi affiancavano nel turno di lavoro, si erano riuniti tutti in semicerchio attorno a me e mi guardavano in silenzio. Le loro braccia, come tutto il mio corpo, si ricoprirono di un leggero strato di sudore freddo. 
Mi conoscevano bene, ero metodico, professionale, dedito al mio lavoro, corretto nei confronti della società. Eppure nella mia famiglia c’era una macchia nera, un qualcosa che evitavo di approfondire, perché era un argomento di cui non potevo essere orgoglioso.  Tutti sapevano di quel mio problema e si compenetravano nella mia preoccupazione. Non era solo curiosità, il loro affetto era sincero. Loro aspettavano da me una spiegazione, eppure io non riuscivo a dire nulla, in quel momento ero rimasto impietrito.  Il mio sguardo era assente, impegnato a scrutare momenti lontani, sempre vivi nel grande cassetto dei ricordi. 
Affioravano nella memoria quei volti tesi di noi giovani audaci, desiderosi di rinnovare una società che ormai puzzava di vecchio. Un mondo che fino a pochi anni prima era giudicato immobile, imperturbabile, adesso non era più così: si poteva cambiare. Allora tutti noi eravamo in preda a una frenesia senza pari, convinti che tutte le regole che a quel tempo limitavano le nostre azioni, come la morale o l’ordine pubblico, fossero solo dei vincoli inutili, da bruciare.
Credevamo che le norme fossero sbagliate e che occorresse cancellarle tutte per rifarle daccapo, basandoci su quelle che noi chiamavamo ‘idee di libertà’. Tutto era da ricostruire secondo nuove disposizioni e ciascuno improvvisava di essere un politico in grado di fare nuove leggi più eque e più moderne.
La politica era la materia più controversa e discutibile nei fatidici anni del ’68, quelli della rivoluzione culturale, quando molti erano convinti di essere degli ‘intellettuali’.  A quel tempo tutti dibattevano delle correnti filosofiche allora vigenti, di pace, delle guerre inutili che si combattevano in ogni parte del mondo, per il solo scopo di vendere armi. 
Per alcuni anni abbiamo sentito sulla pelle l’ansietà di vivere quel periodo storico di cui eravamo protagonisti, quando l’opinione pubblica era divisa tra chi sosteneva che si trattasse di uno straordinario momento di crescita civile e chi, invece, lo interpretava come il trionfo della stupidità generalizzata. I liceali erano entusiasti di avere conquistato il potere, di dare del ‘tu’ al professore.
Si sentivano già colti, in diritto di sostenere e diffondere le proprie idee, convinti di poter fermare la violenza con un dito, con la sola forza delle loro teorie. Poveri illusi. Ne parlavano con ingenuità o con convinzione? Alcuni, sicuramente, erano in buona fede, altri avevano già subìto, a opera di pochi fanatici, un processo di persuasione che li aveva indotti a pensare non con la propria testa, bensì con quella altrui. 
In ogni campo c’era un grande fermento: famiglia, istituzioni, società, politica; tutto veniva messo in discussione, picconato alla base per rifondarlo su nuovi principii. E adesso? Che cosa avevamo al loro posto? In molti casi qualcosa di diverso, forse di migliore, sicuramente di più tecnologico. In altri settori, come ad esempio la scuola, invece, non era ancora iniziato alcun processo di ricostruzione, era rimasto solo un grande catino pieno di carte stracce.
Eppure chi, come molti di noi, ha vissuto quel periodo, lo ricorda con nostalgia, chiude gli occhi e sente ancora l’ardore con cui ha combattuto quella guerra, il fuoco dei cannoni che divampava dentro i nostri cuori. Il mestiere del politico, in quegli anni, ha subìto una trasformazione storica: non più programmi elettorali improntati al bene comune, presentati nelle varie, e noiose, trasmissioni, ma soldi e libertà divennero gli argomenti di tendenza, che coinvolsero da quel momento in poi il pubblico, che iniziò così a mostrare maggiore interesse. 
Si assisteva sempre più frequentemente ai patti scellerati tra governanti e impresari, apparentemente finalizzati a realizzare strutture pubbliche che avrebbero dato lavoro a molti e benefici a tutti, quando in realtà avevano solo il recondito interesse a spartirsi fra loro la torta del denaro pubblico.  Intrighi malcelati fra amministratori di beni pubblici e individui di dubbia rettitudine, che tuttavia facevano presa su giovani e adulti.
Molti politici si erano messi a spulciare i vari contratti di lavoro e, in ogni comizio che tenevano, evidenziavano ai giovani quali erano i loro diritti. Costoro li hanno ascoltati fiduciosi, senza curarsi del fatto che a ogni beneficio si contrapponevano anche dei doveri che altre persone avrebbero dovuto assumersi. La parola ‘dovere’ era stata associata, in modo indissolubile, alla tirannide e cancellata dal loro vocabolario. Dovevi pretendere di poter fare ciò che volevi, in nome di una libertà senza vincoli né limiti. 
Era finito il tempo del burocrate severo di mentalità e d’aspetto, dominavano ora la scena dei giovani rampanti, dalle idee geniali, innovative e, a volte, anche spregiudicate. E la politica era diventata la meta più ambita dai lestofanti scatenati, da quella interminabile schiera di arrampicatori sociali che l’avevano stuprata, violentata, le avevano strappato i vestiti da regina e l’avevano ridotta a fare la sgualdrina. 
Eppure anche quel periodo è finito. I giovani d’oggi raramente, o mai, parlano del ’68. È un argomento sorpassato. La vita ci ha messo di fronte altre realtà e quelle ideologie, delle quali ci facevamo portavoce, sono rimaste sotterrate, chiuse nel cassetto dei ricordi. Ma non per tutti.    


martedì 3 settembre 2019

ODORE DI SUJO - Prefazione


Alfio Giuffrida
ODORE DI SUJO
Prefazione

“Un thriller d’azione e politico con intenti di denunzia sociale”, così è definito Odore di sujo dal suo autore.  Ora Alfio Giuffrida sembra aver molto riflettuto sulla natura e sulla struttura di ciò che stava scrivendo, inserendo l’opera in un vero e proprio progetto letterario all’ombra di quello che lui chiama “Verismo interattivo”, già individuato nei suoi precedenti romanzi.  


Che, di là dalle brusche semplificazioni che può comportare una simile definizione, nella sostanza significa fare i conti con la realtà bruta dell’attualità cercando nello stesso tempo quanti più agganci e condivisioni per far sì che ciò che si narra possa essere in sintonia con le attese del lettore e con il suo sistema valoriale rispetto al continuo assillo di problemi aperti, situazioni emergenti, conflitti che si trascinano negli anni. 

Ad esempio, proprio partendo dall’evento alla base dell’intero racconto (la scomparsa di Giorgio, extraparlamentare all’origine, cognato di chi riferisce la storia, che sarà poi ritrovato ferito in modo misterioso), scaturisce tutta la riflessione sul Sessantotto.

Con la sua sofferta eredità, le sue controversie denunziate fin dal primo capitolo e poi disseminate nel corso della narrazione: “Per alcuni anni abbiamo sentito sulla pelle l’ansietà di vivere quel periodo storico di cui eravamo protagonisti, quando l’opinione pubblica era divisa tra chi sosteneva che si trattasse di uno straordinario momento di crescita civile e chi, invece, lo interpretava come il trionfo della stupidità generalizzata”. 

Così il “thriller d’azione” di azione ne ha davvero tanta, e non fa davvero difetto di materia per una detection incalzante che cambia continuamente scenari e irrompe con effetti sempre inattesi e spiazzanti. Il lettore può davvero inseguire i suoi protagonisti e le comparse del gran gioco narrativo, con le sorprese, le agnizioni, i colpi di scena, i ribaltamenti di prospettiva, gli inserimenti più o meno allusivi di fatti clamorosi di cronaca politica e giudiziaria.

E in tutte le loro trasformazioni, anche di genere come si potrà a un certo punto costatare. E su una ribalta che continuamente muta, dalla Cuba controrivoluzionaria alla Roma dell’intrigo politico alla Valencia dello spaccio mondiale della droga e così via.

Come un caleidoscopio nell’occhio: tanto è forte la regola che dovrebbe regolare la struttura di ogni suo disegno, tanto variano le forme e i colori appena li agiti un po’. 

Ma una cosa caratterizza la storia così vertiginosa e così incalzante (con fughe su motoscafi notturni e voli disperati destinati a schiantarsi) che talora sembra avere il ritmo cinematografico di un racconto di Fleming, in una delle sue tante versioni che hanno vampirizzato lo scrittore inglese.

E che impegna tutti gli attori della vicenda in un incastro sempre più fitto di eventi in cui, al limite della verisimiglianza che accende il romanzesco con i suoi elementi più forti (come la ricerca di un figlio perduto), i destini sembrano alla fine a sorpresa soprapporsi l’uno all’altro, e l’uno rimandare all’altro grazie alle continue rivelazioni.

Il fatto è che l’azione in più occasioni è detta, narrata, attraverso il filtro dell’affabulazione spesso con più persone coinvolte. 

Racconta le sue rocambolesche avventure, le fughe, i pedinamenti, gli agguati da Cuba alla Giamaica, dal Brasile alla Spagna all’Olanda, Jennifer, intorno a cui come in un puzzle si compongono quasi tutte le altre esistenze.

Racconta il giudice che si è reso protagonista di una clamorosa effrazione, narrando il suo vissuto adolescenziale, il tormentato rapporto con il padre, il trauma, la sofferta scelta sessuale. 

E, allora, dove lo svolgimento è rapido, secco, davvero imprevedibile, e capita davvero di tutto e i destini si aggrovigliano e si sgrovigliano in sorprese continue (familiari, sociali, investigative), la narrazione che ne consegue per forza di cose rallenta, raffredda, commenta, indirizza, sottolinea, puntualizza. Il racconto dentro un altro racconto.  

Così il romanzo assume questa sua particolare forma che è anche la scommessa narrativa di Giuffrida: quella di scivolare dentro la rete labirintica di un thriller d’azione in cui possono accadere anche le situazioni più incredibili, come che un episodio madre di riconoscimento delle identità sia ambientato in una piazza San Marco deserta e sconvolta dal nubifragio. 

E che nello stesso tempo, come dinnanzi a un crocevia in cui miracolosamente si trova di volta in volta la strada giusta, affiora la tessitura per così dire di riflessione, l’intento che puntella, comprende, devia l’azione. 

Come nel penultimo capitolo, costruito come il piccolo teatro di una conversazione con sulla scena una collettiva discussione a più voci in cui ognuno esprime il proprio punto di vista sul decadimento dei costumi, il lascito degli ideali e il confronto/scontro con la rugosa realtà in cui ognuno porta il peso della propria esperienza: quell’esperienza conosciuta attraverso gli esempi vari incarnati nei personaggi, il giudice, l’ex sessantottino, l’avventuriero, la donna misteriosa dall’ambiguo passato politico e sessuale.

Così alla fine ecco che si delinea meglio la natura di questo giallo che racconta e insieme ragiona su ciò che va narrando. Ad esempio (ecco un altro tema forte che affiora) attraverso la corruzione della classe politica che ormai non si limita a piccoli compromessi con la malavita organizzata, ma ne prende parte attiva. 

“La politica era diventata la meta più ambita dai lestofanti scatenati, da quell’interminabile schiera di arrampicatori sociali che l’aveva stuprata, violentata, le avevano strappato i vestiti da regina e l’avevano ridotta a fare la sgualdrina”. 

Renato Minore 

sabato 10 dicembre 2016

Buon Natale 2016


L’albero di Natale è già presente in quasi tutte le nostre case!

Ho voluto fotografarlo in tre modi diversi, in ricordo di una vecchia passione per la fotografia.


La prima foto è in AUTO. La fotocamera (Nikon D40, su treppiedi non professionale) utilizza il flash. Si ottiene una foto nitida, con dovizia di particolari. Le ombre sono quasi assenti, ma l’immagine è un po’ “fredda”.


La seconda è in Auto senza flash. La foto ha i colori più naturali, l’albero è nitido, ma gli oggetti in secondo piano sono sfocati. Nel complesso l’immagine si presenta molto bene.
 


La terza foto è in Manuale (i professionisti mi scuseranno, il mio “manuale” è molto assistito diciamo che ho scelto una apertura F11 e la macchina ha impostato un tempo di 10 secondi). La foto ha i colori molto caldi ed è nitida sia nel primo piano che nel resto (ad esempio il quadro a destra, sulla parete di fondo).


Quale foto vi piace di più: “Auto”, “Auto no flash” o “Manuale”?