sabato 18 giugno 2016

Padre padrone


È un brano tratto dal libro (ebook lo trovate, in formato Kindle a soli 3,56 euro su   http://t.co/L1oZOWLK  ) CHICCO E IL CANE, di Alfio Giuffrida

 Immobile nel suo letto, il giudice sentì che il suo cuore riprendeva a battere regolarmente, ma aveva un ritmo diverso, non era più quello di prima. A un tratto rimase come folgorato da un’evidente realtà alla quale finora non aveva mai pensato. Forse era stato proprio il Signore a illuminarlo, così bisbigliò fra se e se:

«Chi sono io, che da sempre ho voluto decidere il destino di mia figlia? Tutti i genitori, quando mettono al mondo i loro figli, fanno solo da tramite al volere di chi può e sa come formarli. A noi genitori spetta effettivamente il gravoso compito di educarli a un corretto comportamento, secondo la nostra ragione ed esperienza, ma di più non possiamo fare.

Nei grandi eventi della vita, noi uomini siamo solo degli spettatori. Possiamo illuderci di essere stati noi ad aver fatto le scelte più importanti della vita nostra e dei nostri figli, ma se ragionassimo con vera umiltà, ci accorgeremmo di essere riusciti a decidere solo delle piccole varianti, sicuramente importanti non tanto a realizzare il nostro e il loro destino, ma piuttosto utili a chi dovrà giudicarci alla fine di questa nostra esperienza terrena. Gli eventi più importanti li decide solo chi sa e può».

In quel momento capì che lui si era attribuito compiti e poteri che non gli competevano e questo aveva costituito sicuramente un danno e non un bene per la persona che lui voleva proteggere e formare.

Il giudice restò a letto un’ora o poco più, immerso in questi profondi pensieri, poi si alzò in silenzio, facendo attenzione a non svegliare la moglie. Andò nel suo studio e si chiuse a chiave perché non voleva essere disturbato, aveva dei pensieri molto profondi che giravano nella sua mente stanca.

Accese la lampada sulla scrivania, che schiariva appena le tenebre della grande stanza pulita e ordinata. Alle pareti c’erano librerie di mogano, contenenti antichi codici romani e raccolte di leggi più moderne. Al centro, poltrone di pelle lavorata, poggiate sopra tappeti persiani di grande valore che ricoprivano i pavimenti di marmo.

Nell’angolo maestro della stanza, la grande scrivania di legno pregiato, elegante e intarsiata, dove un calamaio di argento e una vecchia penna a inchiostro aspettavano da anni di poter scrivere qualcosa di diverso dalle solite sentenze ed articoli di legge. Loro avevano il desiderio di scrivere dei sentimenti profondi, di quelli che il loro padrone, quando ci si metteva d’impegno, sapeva esprimere con fermezza.

Lui aprì il cassetto con delicatezza, prese un album fotografico con i ricordi più cari della sua vita, lo sfogliò lentamente soffermandosi sulle foto del giorno della sua laurea, della figlia ancora bambina seduta sulle sue gambe e di quella del suo nipotino appena nato.

Poi ripose l’album e dal cassetto prese una busta da cui estrasse un foglio di carta da lettera, di quelle antiche, un po’ pergamenate, lo sistemò sul piano dello scrittoio con calma, con attenzione, facendo in modo che la fioca luce della lampada illuminasse completamente quel foglio e null’altro. Per qualche minuto stette a pensare, poi prese la penna, la intinse nel calamaio e cominciò a scrivere in bella calligrafia.

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