mercoledì 15 giugno 2016

I gay non sono tutti uguali!

Il mondo degli omosessuali è pieno di Ipocrisia. Molti possono esserlo apertamente, alcuni fanno parte di un ambiente equivoco in cui tutto è permesso e se ne vantano. Altri sono dei giovano sbandati e se ne fregano di essere chiamati “froci”. Ma quando l’omosessuale appartiene alla borghesia o vive in uno di quegli ambienti protetti (preti, magistrati, … ) allora devono farlo con “discrezione”. Possono, purché nessuno sappia apertamente.  

Il brano che segue è tratto da:  “Odore di sujo” il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida. Chi racconta è un giudice, già destinato a diventarlo quando era ancora ragazzo, per il semplice motivo che suo padre era un giudice ed anche suo nonno. Ma lui era omosessuale e voleva vivere la sua vita senza restrizioni.

Il romanzo è ancora allo stato di bozza. Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente sul mio sito http://www.alfiogiuffrida.com/ , dove già sono attive molte discussioni. Come va, secondo voi, un brano così? I suggerimenti possono essere inviati, in tutta riservatezza su:  alfio@alfiogiuffrida.com   

 
….  Omissis ..

Ma tutte le storie, anche le più belle, hanno le proprie spine. E le pugnalate a noi le hanno date i nostri genitori.

Quando si resero conto che la nostra amicizia era “particolare”, subito ci redarguirono, ci misero in guardia del peccato che stavamo commettendo, della figuraccia che avremmo fatto con la società, con i nostri amici, che ci avrebbero sbeffeggiato e calunniato.

Ci dissero della considerazione che le donne avrebbero tratto dal nostro comportamento, che ci avrebbero schivato come appestati, insultato come esseri diversi.

Mentre noi volevamo proprio essere diversi, lo facevamo di proposito. Dissi, a mia difesa, che «il mondo era cambiato, che molti erano come noi e lo facevano senza vergognarsene, in nome della libertà di amare.»

Mio padre mi rispose, alzando la voce e pronunciando la sua sentenza in modo solenne, sicuro della sua verità, come Mosè, quando dettò i Dieci Comandamenti : «Tu non puoi permetterti di essere un omosessuale! Non puoi mischiarti col popolino che fa quel che vuole! Tu hai dei doveri da rispettare! …

Non che ce l’abbia con loro,» aggiunse poi convinto, come per dare una spiegazione che desse forza alle sue affermazioni, «ma quando si parla di un frocio, ci si riferisce sempre ad un ambiente equivoco, a ragazzi perversi.

Tu non puoi prenderti la responsabilità di denigrare la categoria della gente per bene, dei magistrati, per il solo gusto di essere gay. Il tuo ceto sociale non te lo permette!

Sei nato in una famiglia agiata e ne hai sfruttato i benefici, hai avuto giocattoli belli e costosi, buoni amici, vacanze lussuose, hai sempre indossato vestiti firmati e scarpe comode. Ma tutto questo ha un risvolto che non puoi sottovalutare, hai degli obblighi da eseguire.

Hai già una strada fatta, capisci? Una vita programmata, con i suoi usi e le sue apparenze, a cui non puoi sottrarti!»

E dalle parole passarono ai fatti, ci cancellarono dalla scuola pubblica. Dovemmo abbandonare il nostro ambiente, o nostri amici. Ci trasferirono in due istituti diversi, internati come detenuti, lontani, in due distinte città.

Entrambi abbiamo sofferto come condannati per crimini che non capivamo, reclusi come ladri per un delitto che non sentivamo di aver commesso.»

Guardò il cappellano, rimasto estasiato ad ascoltarlo.

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«Ero solo, disperato della mia nuova situazione. Mi commiseravo da solo per la cattiva sorte che mi era stata imposta. Ma non ero pentito dei miei sentimenti. Non avevo più amici, né avevo intenzione di trovarne.

L’unica cosa che chiedevo ai miei nuovi compagni di classe era di darmi qualche notizia di Attilio. Quella era la Speranza, la sola ragione che mi teneva in vita. Quella vita, che mi fu imposta, aggiunse una frustrazione a quella che già avevo. Pensai anche al suicidio, ma non fui capace di metterlo in atto.

Passò molto tempo finché venni a sapere dove si trovava Attilio e mi consolò molto il fatto che, mi dissero, lui faceva lo stesso nei miei confronti. La nostra, dunque, era storia d’amore vera? Destinata a durare?

Oppure era solo il risvolto di una contestazione generalizzata, nata da un senso di disagio globale e alimentata da una noia senza pari che, nei giovani, aveva preso il posto della alacre voglia di fare, propria del secondo dopoguerra?

Mi accorgevo che i miei ragionamenti mi portavano lontano dai discorsi dei miei coetanei, ma la mia solitudine mi induceva a riflettere sulla vera essenza delle nostre azioni, sulle reali necessità della nostra vita quotidiana.

Mi veniva il dubbio che la crisi di questi ultimi venti anni non fosse economica come abbiamo sempre pensato. In fondo abbiamo sempre avuto cibo a volontà e vestiti eleganti da indossare, un benessere generalizzato da godere ed anche un superfluo di cui non abbiamo più saputo fare a meno.

Probabilmente la vera crisi era nella mancanza di affetti, di ideali da raggiungere, di figure simboliche da rispettare! 

Forse era il crollo della famiglia, come istituzione, che stava dando alla nostra società il contraccolpo della tanto sospirata emancipazione che avevamo raggiunto? Dunque c’erano ancora dei doveri da rispettare e non solo dei diritti da far valere ad ogni costo.

E di certo c’era anche un risvolto negativo nella iperbolica avanzata della tecnologia, che ci aveva liberato dal lavoro manuale, da prendere in considerazione. Non avevamo tenuto conto che la noia poteva essere peggio della fame? Lo scotto che il benessere richiedeva per aver messo fine ai sacrifici?

 

Era l’ultimo anno del liceo, quando cominciammo a risentirci. Dapprima con dei furtivi messaggi affidati a pezzetti di carta fatti passare di mano in mano, tra compagni di classe ed amici compiacenti, né più né meno dei pizzini con cui la mafia si scambiava ordini ed  intimidazioni.

Poi, a poco a poco, qualche appuntamento furtivo, ritagliato con cura alla nostra vita, fatta di studio e di meditazione.

Ci vedevamo in una grotta, lurida e squallida per tutti gli esponenti della nostra società, ma accogliente e romantica per noi due. Un angolo di paradiso dove poter di nuovo assaporare i baci e le carezze, l’uno dell’altro. Per qualche mese ero ritornato a vivere.

Ma un giorno, mentre eravamo in estasi a guardarci negli occhi, sull’uscio apparve mio padre, furioso come un toro, con gli occhi di fuoco come il diavolo.

Ci alzammo di scatto e ci stringemmo l’uno all’altro, in un turbine di adrenalina, che mi fece elaborare in un attimo dei discorsi, che non furono mai fatti, a difesa di quei diritti che nessuno aveva intenzione di rispettare.

“Infame”, fu l’unica parola che pronunziò mio padre, deciso a farmi una di quelle ramanzine che non te le scordi. E in quel momento nelle sue mani si materializzò una pistola che non avevo mai visto prima, con cui, forse, voleva solo dare forza ed autorità ad un discorso che io non ebbi assolutamente voglia di ascoltare.

Ma io fui più veloce e mi lanciai su quell’arma, per togliere a lui quell’autorità che lui voleva impormi. O forse, per farla finita! Vista la situazione, ne avevo proprio voglia!

 

Ma quella colluttazione non avvenne, perché Attilio, con la generosità di un compagno, scattò in mezzo a noi due, pronto ad impedire un gesto che non doveva neanche essere pensato. In quel momento, maledetto istante, da quell’arma partì uno sparo.

Un solo colpo che andò dritto al cuore del più generoso. Lo udii solo pronunciare il mio nome. Chissà cosa voleva dire, forse addio, è stato bello, non ti scordar di me, o forse chissà, magari implorarmi a perdonare, un giorno, quel bieco che aveva sepolto i nostri sentimenti, senza neanche far loro un funerale.

Io rimasi muto a quella scena, in verità non parlai più per una settimana. Vidi una macchia di sangue allargarsi sul suo petto, un rivolo rosso uscire dalle labbra, due occhi spalancati che mi fissavano e mi dicevano mille cose.

Poi anche il volto del bieco cambiò espressione. Da adirato diventò atterrito. Farfugliò qualche cosa, ma io non capii nulla. Provò a toccarlo, a mettere due dita sulla sua carotide. Poi si girò verso di me con uno sguardo pieno di disprezzo.     

Io mi sentii colpevole, non so se lui si sentì mai tale, forse era solo indispettito per il gesto che io avevo compiuto, costringendo lui, giusto Giudice, a ristabilire la legge con la forza. Quando lui decideva cosa voleva fare, tutto era prestabilito come da copione.

Nessuno poteva pensare che io mi potessi ribellare, e Attilio era stato solo un intruso, che si era posto in mezzo, per impedire a un padre di riportare il figlio sulla retta via, disposto a sacrificarsi pur di far valere l’ingiustizia!

Ipocrisia! È solo l’Ipocrisia che governa il mondo!

… omissis ..

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