martedì 4 marzo 2014

“Chicco e il Cane” – Amore o convivenza?

sito web web È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
 Qualche minuto dopo la madre di Susanna fu svegliata di soprassalto dal suo sonno agitato. Aveva sentito qualcosa come uno sparo, ma non era riuscita a capire se ciò era avvenuto in un sogno o nella realtà. Si girò nel letto e con la mano cercò il marito, vide che non c’era per cui si alzò e andò a cercarlo in cucina, poi nel bagno. Un brivido di freddo attraversò il suo corpo, paralizzandole la schiena e le gambe.
Nella casa il silenzio era profondo, chiamò più volte il marito ma non ottenne nessuna risposta, il suo cuore cominciò a battere più forte e lei cominciò ad essere pervasa dalla paura e da uno strano presentimento. I suoi passi divennero lenti e pesanti,  riuscì a muoversi solo con grande sforzo. Continuava a chiamare il marito balbettando, le gambe le tremavano e camminava appoggiandosi con le mani alle pareti, tremando come una foglia.
Andò anzitutto nella stanza che era stata di Susanna prima che si sposasse, pensava che il marito fosse andato lì per ragionare in pace sulle parole che aveva detto la figlia. Aprì la porta e lo chiamò per nome, accese la luce e vide che la stanza era in ordine, ma non c’era nessuno. Una folata di vento entrata dalla finestra socchiusa fece muovere la tenda e lei gridò il nome della figlia, ma nessuno rispose. La vecchia si guardò intorno come intontita, non sapeva che cosa fare o a chi rivolgersi.
Camminando lentamente si diresse verso lo studio, lo trovò chiuso e cercò più volte, inutilmente, di girare la maniglia della grande porta a vetri. Vide che dentro c’era una luce accesa, chiamò il marito ma, come le altre volte, non rispose nessuno. Pensò al brusco rumore che aveva udito e cercò di convincersi che non poteva essere quello di uno sparo, forse era stata una bottiglia che era caduta e si era rotta oppure lo scoppio di un petardo avvenuto per strada.
Aveva una grande paura ad aprire quella porta, ma non c’erano dubbi che suo marito fosse lì dentro. Cercò di illudersi che fosse andato in studio per qualche ragione e poi si fosse addormentato. Lo chiamò con voce dolce e spaventata, come per svegliarlo dolcemente da un sonno irreale: «Luca? Sei in studio? … Che fai, stai bene?». Ma il suo richiamo non ottenne alcuna risposta e lei cominciò a preoccuparsi ancora di più.
Era atterrita che potesse essergli accaduto qualcosa di grave, ma si rifiutava di credere a ciò che poteva essere la cosa più evidente. Del resto lei sapeva bene che il marito aveva una pistola nel suo studio, più un cimelio storico che un’arma di difesa, della quale andava fiero quando ne parlava con gli amici. Ma era pur sempre un’arma, che poteva sparare ed uccidere qualcuno, producendo un rumore del tutto simile a quello che lei aveva udito nel suo letto freddo.
Ma lei si rifiutava di accettare quel pensiero, era assurdo che fosse accaduto qualcosa del genere. Suo marito era perfetto, non aveva potuto commettere una azione del genere.

Cercò di capire quale poteva essere stata la ragione per cui lui si fosse chiuso a chiave, immaginò che aveva fatto quel gesto perché voleva restare solo e non essere disturbato mentre telefonava alla figlia, per discutere con lei, in piena notte, di quelle atroci parole che lei gli aveva riversato addosso la sera prima.
Pensò tuttavia che, probabilmente, era accaduto qualcosa di imprevisto  e questo aggravò la sua ansia, che a poco a poco si trasformò in terrore. Con le mani tremanti si appoggiò di nuovo alle pareti e si diresse in camera da letto dove c’era la chiave di riserva della porta dello studio, nel cassetto del grande comò.
Aprì il primo cassetto, quello dove c’erano le camice del marito. Le guardò con affetto, o forse con amore, non era sicura di ciò, lei non si era mai chiesta che differenza ci fosse fra i due sentimenti. Erano più di trent’anni che viveva assieme a quell’uomo che aveva sempre rispettato e venerato, con il quale aveva condiviso i momenti più belli del fidanzamento, poi quelli maturi dei primi successi nel suo lavoro e i primi screzi nella sua carriera, a causa delle sue prese di posizione verso i colleghi.

Rivisse il suo matrimonio e la nascita della figlia, momenti belli ed indimenticabili, anche se non vi era mai stata una occasione che lei aveva vissuto da protagonista, era sempre stata l’ombra del suo uomo. Anche quando erano arrivati gli anni tristi, in cui lui aveva perso gli amici ed era diventato burbero ed autoritario, lei era rimasta fedele al suo fianco, dandogli sempre ragione su tutto ciò che lui diceva.
Ma non si era mai posta la domanda se questo fosse amore o solo affetto. Non aveva mai indagato se il suo fosse un istinto profondo di coinvolgimento e dedizione che l’avesse legata a lui come la vera ed insostituibile compagna della sua vita, oppure fosse solo un umile stato di servilismo verso un uomo e una mente che le avevano assicurato una vita agiata e aveva colmato ogni suo bisogno con fatti e consigli, anche quelli che lei non aveva richiesto.

Eppure quella sua famiglia, che sembrava tanto unita, lei l’aveva vissuto solo dall’esterno, senza mai parteciparvi appieno. Ma lei non si era mai chiesta se ciò fosse giusto o no, anche perché si accorgeva che quella situazione non era solo lei a viverla, la maggior parte delle sue amiche vivevano una vita simile alla sua: ricca di esteriorità e povera di sentimenti.
Ma questa riflessione balenò solo un attimo nella sua mente, in quel momento, effettivamente, aveva ben altro a cui pensare. Prese la chiave e tornò allo studio, lasciando le luci accese in ogni stanza che aveva percorso. Le mani le tremavano forte e ci volle un po’ di tempo prima che riuscisse a far entrare la chiave nella toppa e girarla, ma alla fine ci riuscì. La scena che si presentò ai suoi occhi fu agghiacciante.

La poca luce illuminava il corpo del marito, riverso sulla scrivania, come se stesse dormendo, tuttavia non c’era alcun disordine nel resto della stanza semibuia. Si avvicinò in silenzio e lo scosse dalle spalle, ma lui non si mosse. La donna si rese subito conto che era accaduto qualcosa di molto grave, ma non aveva ancora capito cosa, il suo cervello non riusciva più a connettere e ragionare. Senza che lei se ne accorgesse, dalla sua bocca uscì un urlo di disperazione: «Luca? Che hai fatto? …  Rispondimi per carità, non abbandonarmi proprio adesso!»
Quella fu la prima volta in vita sua che vide il marito non più come un essere superiore, quasi divino, da venerare ed ossequiare, verso il quale il sentimento più profondo che lei sentiva era il rispetto. In quel momento, per la prima volta in vita sua, lo vide come una persona qualsiasi, verso il quale poté finalmente nutrire una strana sensazione di tenerezza e di affetto. Finalmente sentì verso di lui quel sentimento di amore che non aveva mai provato fino ad allora. In quel momento capì che anche lui, in fondo, era un comune essere mortale.

Il suo corpo si irrigidì, spalancò gli occhi, le vene del suo collo si ingrossarono a dismisura e lei gridò di nuovo con tutta la forza che aveva in gola: «Luca, che hai fatto? … Perché ti ho parlato in quel modo? Perché ho approfittato tanto della tua forza e della tua saggezza? E adesso cosa faccio? Cosa faranno Susanna ed il bambino senza di te? … Rispondimi per carità, non te ne andare!»
Era disperata, affranta, terrorizzata da quella nuova e grave situazione che si era verificata all’improvviso e che lei non aveva previsto. Come avrebbe fatto ad affrontare, da sola, il resto della sua vita? Come avrebbe dovuto risolvere i problemi della sua famiglia, lei che non si era mai preoccupata neanche di analizzarli un po’? Lo abbracciò con forza e lo baciò sulla testa, dove il sangue scorreva più copioso. Ma lei non vide nient’altro che il marito accasciato sulla scrivania, non badò se fosse morto oppure vivo.


 
Poi si scostò e lo scosse dalle spalle. Lo guardò con attenzione e vide che la sua mano destra stringeva ancora la pistola fumante. Era quella che lui teneva sempre nel cassetto della scrivania, della quale parlava raramente, ma quando qualcuno apriva il discorso sull’opportunità di tenere una pistola in casa, lui nominava con orgoglio quell’oggetto che lui custodiva come un feticcio.
«Quella non è una pistola qualsiasi», diceva con voce solenne, mentre i suoi occhi brillavano di una stana luce,  «quella è proprio un gioiello della tecnica! È una “Smith & Wesson” con il manico intarsiato, di grande pregio e costruita con materiali di assoluta purezza, che ho comprato a New York, una volta che andai in quella città per un convegno di lavoro. Era in una armeria piccola ma specializzata in pistole di precisione,  il proprietario era un generale a riposo dell’esercito federale statunitense, che me la consigliò spiegandomi i suoi innumerevoli pregi. In effetti notai anch’io l’enorme differenza tra la pistola d’ordinanza che avevo imparato ad usare durante il servizio militare e quel gioiello, che oltre ad essere un’arma può sicuramente essere considerata un oggetto di culto e di vanto. Io la tengo custodita sempre sotto chiave, in un cassetto dove posso accedere solo io, ma se qualche ladro riuscisse ad entrare in casa mia, dovrà fare i conti con quella. E poi vedremo se qualcuno riuscirà a mettermi in galera».
La moglie ricordava l’orgoglio con cui il marito diceva quelle parole e, pur non capendo nulla di armi, guardava quell’oggetto come una fonte di sicurezza in casa, in rispetto alle lodi che le faceva il marito. E invece quell’arma così enfatizzata l’aveva usata proprio contro se stesso.
Vide che la tempia era squarciata da un foro largo più di un dito da cui il sangue usciva a flutti. Pezzi di cervello erano usciti dall’altro foro, nella parte opposta della testa ed erano sparsi sul piano della scrivania. Piccoli brandelli di materia grigia erano state scagliate anche sulle belle pareti della stanza e sulla libreria. La sua testa, ormai immobile, era poggiata sul foglio che aveva scritto per ultimo e in parte lo copriva. La moglie lo notò e subito cercò di leggerlo nella speranza di trovare una risposta alle sue assillanti domande.

Si riusciva a decifrare con chiarezza solo l’ultima parola: “Perdonatemi”. La donna cercò di leggere anche il resto della frase, ma non era facile, il foglio era macchiato di sangue. Tuttavia quella parola la lasciò allibita, non l’aveva mai sentita pronunciare da suo marito. Pensava che lui, per il suo carattere, non avesse mai neanche immaginato di chiedere perdono a qualcuno. Cosa era cambiato in lui quella notte? Perché quella frase di umiltà l’aveva proprio scritta?
Si sforzò di capire cosa fosse realmente accaduto, se suo marito fosse realmente morto o solo ferito, se quella che aveva davanti ai suoi occhi dovesse essere la situazione definitiva o solo una passeggera, poi tutto sarebbe ritornato come prima. Cercò di intuire che cosa avesse potuto spingere il marito a compiere quel gesto. Sapeva che la sera prima lei stessa gli aveva dato un grande dolore, ma pensava che lui fosse troppo razionale per compiere quel gesto. Non le sembrava un motivo valido per spingerlo a quella azione folle. E inoltre cosa poteva significare quella parola, scritta da lui, con cui chiedeva perdono? Una frase così non se la sarebbe mai aspettata, la rilesse più volte e non credeva ai suoi occhi, cosa era cambiato in lui in quella dannata notte?  

Scoppiò in lacrime, e quel gesto la fece tornare, in un attimo, alla dura realtà. Prese in mano il telefono che era sulla scrivania e da quello stesso chiamò la figlia. Susanna le rispose intontita per la notte insonne che aveva appena trascorsa. La madre le gridò con voce agitata e piena di ansia: «Vieni subito, tuo padre …». Poi emise un urlo di terrore e lasciò cadere la cornetta per terra. Si era guardata addosso e aveva visto che anche lei era macchiata di sangue nelle mani e nel vestito. Sentì il suo volto unto di un liquido appiccicoso, si portò le mani sulle guance e poi le guardò, sentì un vuoto alla testa, sbarrò gli occhi ma non vide più nulla!
Era svenuta ed era caduta esamine strisciando sulla scrivania e finendo a terra, nel posto dove il rivolo di sangue che usciva dalla testa del marito formava una larga pozza. ….

1 commento:

  1. Tenere un'arma in casa: può essere utile o è solo un pericolo per se e per gli altri?

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