mercoledì 13 febbraio 2013

Quella notte al Giglio.


Quella notte al Giglio è il titolo del mio ultimo romanzo, scritto d’impeto subito dopo la tragedia della nave Costa Concordia, perché irritato da quella frase “Salga a bordo cazzo!”, che in quel periodo incredibile era diventata un ritornello e, quel che è peggio, sembrava essere riferita non solo al Comandante Schettino, ma a tutti gli italiani. Oggi siamo ad un anno dal giorno di quella tragedia. A che punto stanno le indagini? Cosa ricordiamo di quei momenti in cui stentavamo a credere che una tragedia così grande fosse accaduta solo per un gioco?

C’era inoltre un altro motivo che mi ha spinto a scrivere questo libro: per tutta la durata dei soccorsi e della messa in sicurezza della nave, non si è visto pressappoco nessun meteorologo. Penso che la presenza di un professionista che avrebbe potuto dare preziose informazioni sull’andamento del tempo, sarebbe stata preziosa. Eppure, all’interno della struttura della Protezione Civile, c’è un gruppo di persone, distaccate dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica, che elabora le previsioni del tempo 24 ore su 24.

Gran parte del romanzo infatti è ambientato all’interno del Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia Aeronautica, dove il personale in servizio forniva continuamente le previsioni alle forze dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile, delle Capitanerie di Porto e di tutti coloro che erano impegnate materialmente nei soccorsi e partecipava alle operazioni con la trepidazione di chi vuole dare un aiuto in tutte le sue forme ed invece può darlo solamente per telefono. Penso infatti che una squadra di meteorologi, dell’Aeronautica o di qualsiasi altro Ente che si occupa professionalmente di meteorologia, che fosse presente sul posto, pronta ad integrare le informazioni che provenivano per via telematica dai centri di previsioni, con quelle che avrebbe potuto osservare direttamente sul posto, avrebbe potuto fornire un aiuto maggiore in quei momenti drammatici.

Ma “Quella notte al Giglio” non parla solo di meteorologia o del brutto fattaccio avvenuto nella plancia di comando della Concordia, che poi è sfociato nella tragedia che tutti conosciamo.  “Quella notte al Giglio” è un romanzo, che narra della storia d’amore tra due sposini coreani, Park e Bae, la cui vita viene ad intrecciarsi con quella di una giovane coppia di italiani, Alex e Silvia. Le due coppie hanno vissuto assieme un’avventura nata dalle emozioni suscitate dall’inchino all’isola di Procida che la Concordia ha eseguito nel 2010 e che è proseguita tra il ricordo di un dramma che il giovane coreano aveva vissuto nella sua infanzia. C’è poi un accenno al senso del dovere che aveva spinto Silvia a trascurare il marito per dedicarsi all’amica che stava soffrendo un dramma, scaturito dalle sue iniziative. Il libro pone un quesito ai lettori: è giusto che una donna, per aiutare un’amica, metta a repentaglio l’armonia della sua famiglia? Fino a che punto a che punto può arrivare il senso di colpa?

E poi c’è una emozionante storia  di condivisione di affetto: un maestro di Kung Fu che, con profonda passione, dedica la sua vita a questa antica e nobile arte cinese. Egli è anche un abilissimo forgiatore di pugnali che non sono solo una perfetta arma di difesa, ma vere e proprie opere d’arte. Ad uno di questi egli vuole infondere un potere eccezionale, facendone quasi un oggetto di culto. E quando si accorge che un suo allievo condivide appieno l’amore e la passione verso l’arte marziale alla quale entrambi sono votati, lo regala a lui, svelandogli una profezia: questo pugnale, un giorno, salverà la vita a chi lo possiede.

Questa storia, al di là degli aspetti puramente romanzati, è ispirata ad un fatto reale: un pugnale che il Sifu Nikitas Petroulias aveva costruito per se, usando l’antica tecnica del metallo damascato e che poi ha  donato al Maestro Mauro Narrante, poiché entrambi, dalla filosofia nascosta sotto la durezza delle arti marziali, hanno tratto il loro stile di vita.

E, per finire, “Quella notte al Giglio” è uno sprono, dedicato a tutti coloro che amano gli animali, affinchè riflettano su una strana imposizione: “perché cani e gatti e tutti gli animali da compagnia non sono ammessi sulle navi da crociera”?

Questo divieto è basato su conseguenze gravi che ne possano scaturire, oppure è superabile con qualche accorgimento ed un po’ di buona volontà. Se questo divieto non ha un fondamento insuperabile, allora forse possiamo fare qualcosa affinchè gli “animali di compagnia” possano far compagnia ai loro amici padroni anche sulle navi da crociera, anzicchè essere abbandonati, legati a un guard rail dell’autostrada, quando i loro padroni si recano al porto per imbarcarsi su una nave.





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